Ci sono eventi che capitano un po’ per caso. Momenti a cui non si può dire di no, proprio quelli che si rivelano i più inaspettati. Non sono mai stata una grandissima fan di Benji e Fede, né esattamente una neofita. Alcuni loro brani mi riportano a quell’età in cui “cosa ascolti” ti definisce agli occhi degli altri.
Benji e Fede rientrano proprio in questa categoria: quei tormentoni che non puoi fare a meno di ricordare e canticchiare, melodie cristallizzate nella memoria e che non se ne sono mai andate via. Quando mi è arrivata la richiesta di fotografare il loro concerto, non ho saputo dire di no. Non si trattava solo di scattare foto, ma di catturare un ricordo prezioso per chi, come la mia partner in crime, vive queste canzoni come parte di sé.
Dopo l’iniziale caos organizzativo necessario per entrare nel ritmo del live, mi sono lasciata trasportare dalla musica che, in realtà, mi apparteneva già. Non ricordo con precisione la scaletta, ma vivere un concerto come osservatrice esterna regala un brivido unico.
Dopo i primi brani, ho potuto fermarmi a guardare chi mi circondava. Ed è lì che ho riscoperto la bellezza dell’ascolto condiviso. Che sia in macchina con un’amica o tra centinaia di persone che si muovono come un unico corpo e cantano con un’unica voce, tutta la gioia della condivisione è palpabile.
È curioso osservare amiche che si stringono le mani cantando faccia a faccia, oppure ragazzi che accompagnano la propria dolce metà solo per vederla felice. Magico anche assistere agli sguardi rivolti verso i protagonisti sul palco. Ammetto che una lacrimuccia è scesa anche a me quando una fan è salita accanto ai propri idoli. Una conversazione sul dolore e sull’importanza del chiedere aiuto (accettandolo). Un momento di empatia pura, sublimato da un regalo inatteso dei due artisti.
Sul palco, i due sorridono, scherzano, ringraziano più volte Roma. Ma il legame con il pubblico è già scritto nelle voci che non smettono mai di cantare. Non sono solo due artisti davanti a una folla, ma due amici in mezzo a un mare di persone che li hanno visti crescere e che, in un certo senso, sono cresciute con loro.
Il gran finale è una vera festa: luci, coriandoli e “Buona fortuna” che risuona come un inno. In quell’istante penso che questo sia davvero il senso di certi concerti: sentirsi parte di qualcosa, ritrovarsi, riconoscersi.
Uscendo dall’Auditorium Parco della Musica porto con me il nodo alla gola e la sensazione che, per una sera, il tempo si sia piegato. Non ero più solo io, con i miei gusti musicali o con le mie paranoie, ero un po’ tutte le persone che hanno condiviso la gioia di quella sera. Ero i loro momenti si e quelli no, ero il loro sorriso e le loro lacrime. Esattamente come sono stata tra le ragazze che erano già li presenti per il concerto che si sarebbe tenuto il giorno seguente. Una cacofonica follia che annulla le distanze e ci ricorda quanto sia bello essere umani e vivere delle proprie emozioni.

