camp miasma

Con Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte, Jane Schoenbrun prosegue il percorso intrapreso con We’re All Going to the World’s Fair e Ho visto la TV brillare, tornando a esplorare identità, desiderio, adolescenza e rapporto tra immaginario e realtà. Presentato in anteprima al 79º Festival di Cannes, dove ha conquistato la Queer Palm, il film è arrivato nelle sale italiane il 19 agosto distribuito da MUBI, dopo essere stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI.

La storia segue Kris, una giovane regista incaricata di riportare in vita un celebre franchise slasher ormai decaduto. Per prepararsi al progetto, decide di incontrare l’attrice protagonista del film originale, oggi ritirata dalle scene e avvolta nel mistero. Quello che dovrebbe essere un semplice incontro professionale diventa rapidamente qualcosa di molto più personale, trascinando le due donne in un universo dove sesso, violenza, paura e desiderio finiscono per confondersi.

Il film dentro il film è forse la parte più interessante

Uno degli aspetti più riusciti di Camp Miasma è proprio la capacità di Schoenbrun di costruire un intero immaginario horror fittizio attorno al franchise. Miasma sembra avere una storia, una mitologia e persino un peso culturale reale: è un prodotto volutamente trash, sessista, problematico e transofobico, ma che continua a significare qualcosa di profondamente personale per chi lo ha amato.

È un’idea interessante e molto attuale: un’opera può essere imperfetta, discutibile o persino problematica e continuare comunque ad avere un enorme potere emotivo. Possiamo riconoscere i difetti di qualcosa che abbiamo amato senza cancellare ciò che ha rappresentato per noi? E cosa succede quando un immaginario con cui siamo cresciuti diventa lo strumento attraverso cui impariamo a comprendere noi stessi?

È probabilmente qui che il film trova la sua intuizione più forte, trasformando Miasma non soltanto in un franchise immaginario, ma nella rappresentazione di un rapporto complesso tra spettatore e opera d’arte.

Hannah Einbinder e Gillian Anderson al centro

A tenere insieme il film sono soprattutto Hannah Einbinder e Gillian Anderson, ottime nel costruire la relazione ambigua e magnetica tra le loro protagoniste. Einbinder riesce a dare a Kris una vulnerabilità che impedisce al personaggio di diventare soltanto un esercizio teorico, mentre Anderson porta nella sua figura un affascinante senso di mistero e malinconia.

Il loro rapporto rappresenta il vero cuore del film, soprattutto quando Schoenbrun abbandona temporaneamente la dimensione più teorica per concentrarsi sulle emozioni e sulla crescente attrazione tra le due donne.

Anche visivamente Camp Miasma offre alcuni momenti notevoli. I fondali dipinti a mano sono splendidi e contribuiscono a creare una dimensione sospesa tra ricordo, fantasia e realtà. È proprio nella costruzione dell’universo di Miasma che Schoenbrun dimostra forse la maggiore inventiva, riuscendo a far sembrare autentico un franchise che non è mai esistito.

La Final Girl diventa una figura di desiderio

Schoenbrun utilizza uno degli archetipi più riconoscibili dello slasher, quello della Final Girl, per parlare di repressione sessuale e identità. Kris è inizialmente una ragazza insicura, bloccata e incapace di confrontarsi apertamente con il proprio desiderio. Progressivamente, però, la violenza tipica dell’horror viene trasformata in una forma di liberazione.

Il film sovrappone così sesso, sangue e desiderio, reinterpretando la tradizionale ragazza che sopravvive al mostro attraverso una sensibilità queer. La paura non deve più essere necessariamente qualcosa da cui fuggire, ma può diventare qualcosa da accettare e persino desiderare.

È un’operazione concettualmente stimolante, anche se non sempre sviluppata con la stessa efficacia. Schoenbrun sembra continuamente sul punto di compiere una scelta davvero provocatoria, salvo poi fermarsi un attimo prima. Le domande sono moltissime, mentre le risposte rimangono volutamente sfuggenti.

Un film più da comprendere che da sentire

La principale difficoltà con Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte riguarda proprio la distanza tra ciò che il film vuole raccontare e ciò che riesce a trasmettere emotivamente. Le riflessioni su repressione, identità, desiderio e immaginario sono evidenti e spesso interessanti, ma la regia estremamente cerebrale e metanarrativa finisce per analizzare continuamente i propri temi invece di lasciarli vivere pienamente nei personaggi. Anche alcune scelte visive volutamente stranianti, che sembrano voler restituire la confusione e l’istintività dell’adolescenza, non sempre risultano efficaci e in certi momenti rendono fin troppo evidente la costruzione cinematografica.

Non è quindi un problema di mancanza di idee, anzi: Camp Miasma ne ha molte e porta avanti una ricerca personale e coerente sul rapporto tra sesso, identità e cinema. Semplicemente, il messaggio arriva più facilmente a livello intellettuale che emotivo, soprattutto per chi non si riconosce direttamente nell’esperienza della protagonista. Ed è forse proprio questa natura così intima e specifica a rendere il film divisivo: per alcuni potrà rappresentare una forma di liberazione profondamente personale, mentre per altri resterà un’opera interessante da comprendere più che da sentire.

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