Il nuovo album di Ciulla, “Anche gli sputi riflettono il sole”, in uscita il 15 maggio per Costello’s Records, segna un passaggio netto nel percorso del cantautore toscano. Un lavoro costruito su dieci tracce che mettono al centro fragilità personali, disillusione e un continuo processo di ridefinizione di sé.
Più che un concept album in senso stretto, è un insieme di prospettive che si intrecciano: vita privata, osservazione del presente, scrittura autobiografica. Il risultato è un disco coerente ma volutamente non lineare, che riflette un momento di forte trasformazione per l’artista.
Nei tuoi brani si sente forte una nostalgia quasi fisica: per te è più un rifugio o qualcosa da cui provare a scappare?
«Diciamo che è una lotta personale che conduco da quando ho memoria, persino da quando avevo un’età che, per sua stessa natura, non avrebbe dovuto lasciare spazio alla nostalgia. Emozionarsi pensando al proprio passato non è di per sé una cosa sbagliata. Il problema sorge quando la nostalgia diventa una dipendenza e un paraocchi nei confronti del futuro. In un brano come “Mare di noia” parlo proprio di questo, di una nostalgia che diventa prigione. In “Ritorno a Napoli”, invece, parlo proprio del suo superamento».
Quanto le esperienze passate influenzano ancora il modo in cui vivi il presente?
«Penso molto, come per tutte le persone. D’altronde siamo il risultato, in continuo aggiornamento, di ogni attimo che viviamo. Mentre scrivevo questo disco mi trovavo in un momento in cui la mia vita veniva stravolta sotto tutti i punti di vista: stavo chiudendo relazioni importanti, entravo in contatto con tantissime persone nuove, mi stavo innamorando perdutamente e, di pari passo alla carriera da musicista e da insegnante di italiano alle scuole medie, avevo persino intrapreso quella da DJ e da organizzatore di eventi. In poche parole, mi sono riscoperto completamente. La scrittura è stata quindi fortemente influenzata dall’analisi del mio passato che, nel momento della composizione, era ancora molto recente».
Nei tuoi testi amore e disillusione convivono: scrivere ti aiuta a chiudere o a restare dentro certe emozioni?
«Scrivere mi aiuta a dare una forma a certe emozioni, come quando si mette per iscritto, sul diario, quello che proviamo nel nostro profondo. È un procedimento che contribuisce a definirmi».
C’è un momento preciso in cui hai iniziato a guardare le cose con più disillusione?
«Sicuramente con quest’ultimo disco. Mi rendo conto che far ascoltare il proprio lavoro diventa sempre più difficile: oggi il mercato musicale è estremamente saturo e governato da dinamiche sempre più inafferrabili. Ogni giorno esce una mole di canzoni mai vista e l’attenzione verso il mondo musicale che sta sotto, quello che un tempo apparteneva a quella nicchia chiamata “indipendente” e che poi è diventata parte del sistema, è drasticamente calata, se non addirittura annullata.
In più, viviamo in un momento storico talmente complesso e conflittuale da rendere difficile qualsiasi previsione (e quindi anche qualsiasi speranza) verso il futuro. La frammentarietà di cui parlavo prima, quella che rende saturo il mercato, la ritroviamo in tutti i campi, anche in quello mediatico e culturale. Per comprendere il presente abbiamo a disposizione così tanti punti di vista e voci che, alla fine, non sappiamo più chi ascoltare».
5. Nei tuoi brani ricorrono spesso luoghi intimi, come case o province: quanto è importante avere uno spazio in cui ritrovarsi? O trovare un luogo fisico o emotivo in cui sentirti a casa?
«La ricerca di un luogo del genere è sempre stata costante durante tutta la mia vita. La causa di questo continuo vagare penso appartenga al mio passato (tanto per rimanere in tema) e al contesto familiare da cui provengo. Nella musica che scrivo ho sempre ricercato una dimensione ideale con cui esprimermi e, magari, arrivare davvero a definirmi. Per ora non ci sono del tutto riuscito: ogni volta che faccio un disco, nel momento in cui esce, penso già a quello che vorrei fare dopo. Ad ogni modo, per rispondere alla tua domanda, non penso sia fondamentale trovare un luogo emotivo o fisico. L’importante è cercarlo costantemente».
Il tuo disco sembra un continuo tentativo di ridefinirti: oggi senti di essere più vicino a chi sei davvero?
«Se ti rispondessi di sì peccherei di presunzione. Non credo si possa mai arrivare a un punto di piena conoscenza di sé stessi. L’importante, come dicevo prima, è cercare e cercarsi continuamente. Di sicuro posso dirti che mi sento più sincero con me stesso rispetto a qualche anno fa: più di un decennio di produzione di dischi penso abbia portato qualche risultato in termini di conoscenza di me stesso. Ad ogni modo, anche se lo scorrere del tempo è qualcosa che non mi va completamente giù, sono molto curioso di sapere dove andrò a parare nei prossimi anni».
Se dovessi descrivere il tuo percorso in questo album, è più un ritorno o una fuga?
«Ogni album o canzone che scrivo, anche quella che mi mette più in difficoltà durante la scrittura, penso sia sempre un tentativo di ritorno a me stesso. D’altronde siamo sempre lì: faccio musica cercando di scavare nel profondo. Fuggire vorrebbe dire tornare indietro o andare a fare qualcosa che non mi riguarda».
Se dovessi scegliere un film o una serie tv da associare a quest’album quale sarebbe?
«Mia madre mi ha detto qualche giorno fa che l’immaginario del mio disco, a partire dalla copertina con le mucche, scattata sul Monte Cesena, vicino a Treviso, le ricorda molto l’atmosfera di Le città di pianura. Mi accodo felicemente a questa sensazione perché mi ritrovo molto in quella miscela di provincia, malinconia e ironia, e nel modo in cui riesce a trovare qualcosa di luminoso anche nelle vite più ordinarie. Credo che il mio disco, Anche gli sputi riflettono il sole, provi a fare una cosa simile, anche a partire dal titolo».
Nelle sue risposte emerge un’urgenza che va oltre la musica: quella di fare i conti con il passato senza rimanerne intrappolati, di attraversare la nostalgia senza trasformarla in rifugio permanente. Il suo è uno sguardo lucido, a tratti disilluso, figlio di un presente frammentato e saturo, ma mai completamente arreso. Anzi, è proprio nella tensione tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere che prende forma questo album.
Ciulla racconta un momento di trasformazione personale profonda, in cui vita e scrittura si sovrappongono fino a diventare indistinguibili. Le canzoni nascono così: come tentativi di dare ordine al caos, di definire emozioni che altrimenti resterebbero sospese. Non sono risposte, ma traiettorie. E forse è proprio questo il punto più potente del disco: non offre una via d’uscita netta, ma invita a restare dentro le domande. A continuare a cercare, anche quando non si sa bene cosa. Perché, come suggerisce il titolo, anche ciò che scartiamo può ancora riflettere qualcosa. Magari non una luce piena, ma abbastanza da indicare una direzione.

