Lo scorso 4 luglio, nello stadio Olimpico, Roma si è trasformata in una navicella pronta a decollare. I Pinguini Tattici Nucleari hanno concluso il loro “Hello World Tour” con una tappa finale carica di emozione, energia e quella capacità unica di far sentire a casa chiunque — anche chi, da quella casa, si sente spesso escluso.
I Pinguini hanno portato il loro pubblico su un altro pianeta, sì, ma non per farlo sentire alieno: per farlo sentire accettato. Una scaletta scoppiettante, tra alti e bassi emotivi, ha accompagnato i presenti in un’altalena di commozione e gioia collettiva. Ma il tutto, per chi sta scrivendo questo articolo, è iniziato in modo del tutto inaspettato. Un “no” diventato opportunità a poche ore dall’inizio del concerto. Una corsa contro il tempo, contro la frustrazione, contro l’ennesima porta socchiusa che sembrava già sbarrata.
Una verità spesso taciuta — ma fondamentale — è quanto possa essere difficile rialzarsi dopo ogni rifiuto, soprattutto quando si sceglie di fare questo lavoro, con anni di gavetta alle spalle e nessuna scorciatoia. Il “fottuto burnout” non è solo un concetto: è un rischio quotidiano, invisibile ma tangibile, soprattutto per chi ha deciso di non salire mai su quel palco, ma di lavorare dietro le quinte per raccontare chi ci sale sopra.
Serve forza per svegliarsi, motivazione per credere ancora in ciò che si fa, coraggio per mettersi in gioco ogni volta. Perché sì, nei live reportage si raccontano esperienze vere, si parla di condivisione autentica, di emozioni che attraversano corpi e cuori. Non esistono scalette predefinite, ma solo battiti che si allineano sotto lo stesso cielo. E così, si guarda in alto, verso una luna che illumina i pensieri più cupi, e si aspetta che le luci si spengano per poi rinascere: in quelle prime note, in quel palco che si accende, in quella musica che diventa rifugio.
Il mio viaggio è stato, senza mezzi termini, sconvolgente.
Sono arrivata da sola, in attesa all’ufficio accrediti, sperando che tutto andasse per il verso giusto. E subito, la prima notizia: avrei scattato dal mixer, lontanissima dal palco. Lo sapevo che il risultato non sarebbe stato perfetto. Lo sapevo che sarebbe stato complicato. Ma l’emozione, ancora una volta, ha avuto la meglio. Dopo un trasporto in golf car e l’ingresso nel tunnel dello stadio, mi sono ritrovata a trattenere il fiato. Il countdown prima dell’inizio ha scaldato il mio cuore, ha fermato il respiro e acceso le mie ansie. Ero lontana dai miei amici, dai colleghi, dal mio solito punto di vista. E, dentro a quello stadio, mi sentivo più piccola di quanto io stessa ricordassi.
“Hello World” apre le danze, come un segnale inequivocabile: ci siamo. Il conto alla rovescia è terminato, si parte. A ruota libera arriva “Giovani Wannabe”, e il canto si alza spontaneo, senza freni, senza filtro, nemmeno mentre cerco di concentrarmi sugli scatti. Arriva “Ringo Starr” e ogni difesa crolla: capisco che sono esattamente nel posto giusto, al momento giusto. Poco importa il risultato fotografico. Io voglio fare questo nella vita. Raccontare gli artisti, le loro emozioni, il loro impatto sugli altri. Non voglio essere al centro della narrazione, voglio esserne la voce. La seconda scelta. Un Robin. La spalla su cui si piange quando il latte è stato versato.
Poi arriva “Romantico ma muori” e inizio a tremare. È la mia colonna sonora emotiva. È il modo in cui vivo ogni mio sentimento, senza mai riuscire a contenerlo. Ma la macchina fotografica pesa. Le emozioni pure. E la testa comincia a chiedersi se sia arrivato il momento di uscire dallo stadio. Un dubbio sottile, gentile, silenzioso. Resto. Anche se sono lontana da chi avrei voluto accanto. Anche se il mio angolo è più vicino ai bagni che al PIT. Che importa? La musica regna, sovrana, e si infila nelle orecchie, nella pelle, nelle viscere.
“Hold On” si lega a “Ricordi”. Poi “La storia infinita” mi fa vacillare: sento le prime lacrime affacciarsi agli occhi. Ma è “Amaro” a farmi crollare definitivamente. Le lacrime escono senza chiedere permesso.
Urlo, grido, sbraito. Per ogni sogno infranto. Per ogni film mentale in cui mi immagino con lui, al mare, alle 4 di notte. E quando arriva “Bottiglie vuote”, è un coltello che si infila dentro e lì rimane. Non se ne va. Resta. Come tutte le cose che non riesco a lasciarmi alle spalle. Poi, un attimo di leggerezza. Un collega fotografo — uno di quelli rimasti al mio fianco tra un set e l’altro — lancia una battuta. Ride. Sorrido. Ed è forse la prima volta, durante la serata, che mi accorgo di essere ancora lì. Viva.
“Alieni” e “Bergamo” riportano il buio. Scavano. Riaprono ferite che fingo di aver chiuso. Emozioni profonde, talmente profonde che a volte faccio finta non esistano. Poi arriva “Scrivile scemo” e mi torna in mente quel messaggio mai mandato. Quello rimasto nelle bozze per paura, per dignità, per orgoglio. Per tutte le ragioni sbagliate.
La scaletta è una montagna russa e io non so più dove finisco io e dove inizia la musica. Il Madley DJ mi salva da “Burnout”, che viene solo accennata. Ma basta la prima strofa per farmi sentire uno schiaffo in pieno volto. Un promemoria di quanto io sia andata a pezzi, di quanto sia stata in bilico, e di quanto a volte non basti nemmeno essere forti. Per fortuna mi ricordo che preferisco le persone che “si tolgono le maschere alla Scooby Doo”, che non fingono, che non camuffano. E allora stringo i denti.
Sul finale, torna un po’ di linea e con essa, il mio filo diretto con chi di solito mi accompagna in questi viaggi. Con la mia partner in crime riesco finalmente a condividere le ultime tracce, seppure solo in compagnia virtuale. Con “Pastello bianco” ci chiamiamo, e la urliamo insieme. Anche se ci separano solo pochi metri. Anche se tutto sembra averci divise, in fondo siamo sempre dalla stessa parte del cielo.
Alla fine, mentre le ultime luci si affievoliscono e il pubblico inizia lentamente a defluire, mi rendo conto che non è stato solo un concerto. È stato un promemoria. Di quello che siamo. Di quanto possiamo sentirci soli anche in mezzo a migliaia di persone. Ma anche di quanto sia potente riconoscersi nelle parole di una canzone, negli occhi di uno sconosciuto, nella voce di chi canta per tutti, ma sembra farlo solo per te. I Pinguini Tattici Nucleari hanno chiuso il loro Hello World Tour salutando Roma con un abbraccio collettivo e pieno d’amore. E io, nel mio piccolo angolo, mi sono sentita parte di quel saluto. Accolta, compresa, e — almeno per una sera — meno sola.

