Idoli

Idoli ha tanti piccoli difetti. E forse è proprio questo il problema più grande: presi singolarmente sembrano quasi trascurabili, ma messi insieme costruiscono un film che, una volta finito, scivola via senza lasciare davvero nulla. Dimenticabilissimo. Passa veloce, esattamente come il ritmo delle ruote che battono la strada della gara, ma a differenza della velocità, che dovrebbe travolgerti, qui resta solo la sensazione di qualcosa che non è mai riuscito davvero a partire. Non è un disastro, non è nemmeno un errore clamoroso: è semplicemente un film che non resta.

Diretto da Mat Whitecross e interpretato da Claudio Santamaria, Óscar Casas e Ana Mena, Idoli – Fino all’ultima corsa arriva nelle sale italiane il 19 marzo, distribuito da Warner Bros. Pictures, portando sullo schermo il mondo del campionato mondiale di MotoGP™.

Il film racconta la storia di Edu, giovane pilota talentuoso ma ingestibile, a cui viene data un’ultima occasione: accettare di essere allenato dal padre Antonio, ex motociclista ritiratosi dopo aver causato un incidente fatale. Un rapporto interrotto, carico di rancore e colpa, che si riapre nel momento più fragile e decisivo. Attorno a loro ruota tutto: ambizione, ego, disciplina, amore, perdono, seconde possibilità. Elementi forti, potenzialmente esplosivi, che però restano spesso confinati sulla carta, senza trovare una vera profondità sullo schermo.

Quando il film corre davvero

C’è un momento, durante le gare, in cui il film sembra trovare finalmente un senso. Le scene in pista funzionano, hanno ritmo, restituiscono la fisicità della velocità e la tensione della competizione. La macchina da presa si avvicina, segue, respira con i piloti, costruendo sequenze che riescono davvero a coinvolgere.

È il momento in cui Idoli si accende.
È il momento in cui il film sembra sapere esattamente cosa vuole essere.

Ma è anche un momento isolato. Perché appena si scende dalla moto, tutto si ridimensiona, si appiattisce, perde intensità.

Il cuore emotivo che non esplode mai

Se da una parte ci si dovrebbe concentrare sulla corsa, dall’altra il cuore pulsante del film restano i rapporti familiari. Tutto quello che muove il protagonista è una forma di riscatto, ma anche di distacco nei confronti delle persone che lo hanno messo al mondo. Da una madre che riappare solo per chiedere soldi, a un padre con cui è costretto a condividere non solo la pista, ma anche il peso dei demoni del passato.

Sulla carta è un conflitto potentissimo. Sullo schermo, molto meno.

Il loro rapporto si costruisce e si sgretola con la stessa velocità delle gare, muovendosi tra rabbia e risentimento senza mai trovare un vero spazio per respirare. Non c’è tempo per fermarsi, per scavare, per rendere davvero credibile il percorso emotivo dei personaggi. Tutto crolla rapidamente, fino a una risoluzione emotiva che arriva troppo in fretta, guidata anche dall’incidente in pista che coinvolge il protagonista. Nel più classico dei cliché, ci troviamo davanti a una storia che sceglie la via più semplice: una riconciliazione lineare, prevedibile, quasi automatica.

Claudio Santamaria prova a dare spessore al personaggio, trattenendo più che mostrando, ma la scrittura non lo sostiene fino in fondo. E così anche il cuore del film finisce per rimanere sospeso, mai davvero esplorato.

Tra cliché, sottotrame deboli e scelte discutibili

La struttura è prevedibile, quasi scolastica. Ogni svolta arriva esattamente dove te la aspetti, senza deviazioni, senza rischi. La relazione sentimentale si inserisce senza lasciare traccia, risultando una delle componenti più deboli e meno necessarie del racconto, mentre i personaggi secondari – nonostante un cast ampio – restano sullo sfondo, privi di reale sviluppo.

La cosa peggiore, più di tutto, è il doppiaggio. Gli attori italiani che prestano la voce al leggio creano un senso di straniamento costante, difficile da ignorare. Le voci non si incastrano mai davvero con i volti, con le emozioni, con il ritmo delle scene. C’è sempre uno scarto, una distanza evidente che rompe l’immersione proprio nei momenti in cui il film dovrebbe coinvolgere di più. E in un racconto che già fatica a costruire empatia, questo diventa un problema enorme. Perché invece di accompagnarti dentro la storia, il doppiaggio finisce per spezzarla, rendendo tutto ancora più distante.

Tanta produzione, poca identità

Girato tra Barcellona, Valencia e alcuni dei circuiti ufficiali più iconici della MotoGP – da Misano ad Austin fino al Giappone – il film dimostra una macchina produttiva importante e un impianto tecnico solido. La fotografia, il montaggio e le musiche contribuiscono a costruire un prodotto visivamente curato, sostenuto da una produzione ampia e articolata.

Ma tutta questa struttura non basta. Perché manca una cosa fondamentale: un’identità forte. Manca uno sguardo capace di distinguere il film, di renderlo necessario, di farlo uscire dai binari del già visto.

Dimenticabilissimo…

Idoli – Fino all’ultima corsa è un film che corre, ma non sa dove andare. Ha tutti gli elementi per funzionare, eppure non riesce mai a trasformarli in qualcosa che resti davvero. Intrattiene, a tratti coinvolge, ma non lascia il segno. E quando finisce, resta solo una sensazione vaga. Come il rumore di un motore che si allontana.

Velocissimo.
Ma già dimenticato.

Il film sarà distribuito nelle sale italiane a partire dal 19 marzo da Warner Bros Pictures.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

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