Dopo il successo di “La casa – Il risveglio del male”, Lee Cronin torna a confrontarsi con l’horror su larga scala riscrivendo uno dei miti più iconici del genere. Lee Cronin – La Mummia, prodotto da James Wan e Jason Blum e distribuito da Warner Bros. Pictures, si presenta come una rilettura oscura e stratificata, sospesa tra reinvenzione e continuo dialogo con l’immaginario horror classico.
La storia prende avvio da una scomparsa nel deserto: la figlia di un giornalista sparisce senza lasciare traccia. La famiglia, ancora dopo otto anni intrappolata in un lutto sospeso, si ritrova davanti a un evento impossibile: il ritorno della ragazza. Ma ciò che dovrebbe essere una riunione si trasforma rapidamente in una frattura insanabile, dove il confine tra identità, perdita e possessione si dissolve.
Il mito che ritorna come trauma
Uno degli elementi più interessanti del film è il modo in cui Cronin lavora sulla riscrittura del mito. La mummia non è più soltanto una creatura archeologica, ma un dispositivo narrativo che si intreccia con la dimensione familiare e con il trauma irrisolto. Il film gioca continuamente tra citazione e citazionismo, rielaborando l’immaginario horror con consapevolezza, ma anche con una certa ostentazione del riferimento.
In questo senso, il film si muove costantemente tra memoria del genere e reinvenzione, senza mai aderire completamente a una sola delle due direzioni.
Il terrore del rapimento e il corpo come prigione
Il film costruisce due linee di tensione fondamentali. La prima è quella del terrore tangibile: la scomparsa, il rapimento, l’assenza. Un elemento che richiama anche l’attualità e l’immaginario contemporaneo legato alle cronache di sparizioni, e che trova nella mummificazione un significato profondamente disturbante. Il corpo diventa contenitore sigillato, prigione viva in cui il demone viene intrappolato.
È un horror che non resta simbolico, ma si ancora a una fisicità quasi concreta, trasformando il mito in una metafora di controllo, sottrazione e occultamento.
Nonostante le diverse fragilità della pellicola, il film resta profondamente coerente nella sua dimensione più fisica. Il body horror è centrale: morsi, unghie, denti, pelle che si lacera e si deforma. Il corpo diventa il vero campo di battaglia, il contenitore in cui il demone è costretto e da cui tenta costantemente di emergere. È una fisicità estrema che non ha funzione decorativa, ma narrativa: il corpo come luogo di contenimento, resistenza e instabilità.
Il perturbante familiare e la “figlia ritrovata”
La seconda linea narrativa è quella del perturbante domestico. Il ritorno della ragazza dopo otto anni apre una frattura insanabile nelle dinamiche familiari: il bisogno di riconoscere chi si ha davanti si scontra con l’impossibilità di farlo davvero. Il desiderio di sapere cosa sia accaduto convive con la necessità di andare avanti, generando un conflitto emotivo continuo.
La famiglia diventa così il vero spazio dell’orrore, un sistema che si disgrega dall’interno. La figura della protagonista assume tratti quasi fiabeschi, una sorta di rielaborazione oscura di archetipi come Biancaneve: una giovane contaminata, sospesa tra sonno e alterazione, “ritornata” in una forma non più completamente umana.
Una struttura matriarcale tra rituale e controllo
All’interno della narrazione emerge anche una dimensione matriarcale particolarmente interessante. Sono le donne a custodire il rituale necessario a contenere la forza demoniaca, ed è la componente femminile a reggere l’equilibrio tra ordine e distruzione.
Non si tratta di figure marginali, ma di presenze centrali, rappresentate in una molteplicità di sfumature e ruoli. La responsabilità del mantenimento dell’equilibrio diventa così un atto collettivo e profondamente simbolico.
Citazionismo, eccesso e frattura del tono
Uno degli aspetti più problematici del film è il citazionismo esplicito. Cronin inserisce richiami evidenti al proprio cinema precedente e a classici come Shining, The Exorcist (anche nei suoi “eccessi” linguistici), fino a Drag Me to Hell. Possiamo persino pensare a un leggero omaggio a Scary Movie, ma lascio a voi capire il dove, come e il perché.
Se da un lato questi riferimenti possono risultare intelligenti o persino giocosi, dall’altro finiscono per appesantire la lettura del film, spostando l’attenzione dalla sua dimensione più profonda. In alcuni momenti l’effetto è straniante: lo spettatore si muove tra immersione e distacco, tra fascinazione e rigetto, in una continua oscillazione emotiva.
Il risultato è una forma di “cringe” involontario che indebolisce la coesione generale.
Lee Cronin – La Mummia è un horror ambizioso e stratificato, che tenta di riscrivere un mito attraverso trauma, famiglia e corpo. Quando si concentra sulle sue idee più forti, il perturbante domestico e la dimensione fisica dell’orrore, il film funziona con grande efficacia. Quando invece si lascia andare al citazionismo e all’accumulo di riferimenti, perde parte della sua coerenza.
Resta comunque un’opera interessante, capace di oscillare tra fascinazione e disagio, proprio come la sua creatura: qualcosa che ritorna, ma non sempre nella forma in cui lo si vorrebbe riconoscere.
Il film sarà al cinema da giovedì 16 aprile, distribuito da Warner Bros. Pictures.

