Tra paesaggi di provincia e visioni che sembrano arrivare direttamente da un sogno, Livrea continua a costruire un immaginario musicale personale e stratificato. Con il nuovo EP “Finalmente, musica!”, la cantautrice torna ad abitare quello spazio sospeso tra realtà e immaginazione già esplorato in Diario di scavo, ma lo fa con una prospettiva diversa: quattro brani che si muovono come un piccolo ecosistema autonomo, dove strumenti, voce ed emozioni dialogano sullo stesso piano.
Nato quasi come una naturale prosecuzione del lavoro precedente, l’EP ha finito per trasformarsi in qualcosa di indipendente, un progetto che unisce suggestioni letterarie, immagini oniriche e una forte ricerca sul suono. Il risultato è un mosaico di atmosfere che attraversa deserti immaginari, notti silenziose di provincia e una costante tensione verso la luna.
Abbiamo parlato con Livrea proprio di questo percorso: della nascita di “Finalmente, musica!”, della libertà creativa dietro i suoi brani e del modo in cui la musica può diventare uno spazio in cui perdersi e ritrovarsi.
Il tuo nuovo EP “Finalmente, musica!” sembra quasi uno spin-off del precedente lavoro. Come nasce questo progetto?
«Sì, come hai detto molto bene, “Finalmente, musica!” è quasi uno spin-off di Diario di scavo, il disco uscito a maggio dell’anno scorso. Inizialmente questi brani dovevano essere proprio la seconda parte di quel disco. Poi però, andando avanti con la costruzione delle canzoni, ci siamo accorti che avevano una natura diversa.
Non completamente diversa, perché provenivano dallo stesso spazio creativo e dalle stesse persone, ma avevano una forza motrice differente. Allo stesso tempo tra loro si incastravano molto bene, pur essendo brani diversi per strumenti e collaborazioni.
Si è creato così un vero e proprio ecosistema tra questi quattro pezzi e a quel punto ho capito che si trattava di un altro lavoro. Da lì è nata la decisione di racchiuderli in un EP».
Nonostante le differenze tra i brani, sembra esserci un filo emotivo che li lega. L’emotività è il vero fil rouge del progetto?
«Sì, sicuramente. Anche a livello di testi sono storie che hanno molto a che fare con i sogni e con una dimensione quasi magica. Guardando l’EP dall’esterno mi sembra un mosaico di brani che parlano di un mondo che in parte non esiste. È come se fossi una bambina che legge un romanzo dei primi del Novecento e immagina viaggi tra pirati, isole e deserti.
La cosa che mi colpisce è che tutti questi pensieri nascono invece in un contesto molto concreto come la provincia. Il deserto che immagino nelle canzoni, per esempio, può essere semplicemente il campo dietro casa mia. C’è quindi questo continuo parallelismo tra immaginazione e realtà, e per me è qualcosa di molto magico».
In “Dune” sembrano esserci dei riferimenti al Piccolo Principe. È una suggestione corretta?
«Assolutamente sì, è la reference perfetta. Il testo di “Dune” è arrivato proprio dopo aver letto un passaggio del Piccolo Principe che dice più o meno che gli uomini non hanno radici e sono come il vento. Da lì è nata l’idea di questa visione un po’ sospesa, e quindi grazie davvero per aver colto questo riferimento».
Nei tuoi brani sembra esserci una dicotomia tra la provincia e una sorta di ambizione verso la luna. Tu dove ti collochi tra questi due mondi?
«Bella domanda. Ti direi che scelgo la notte.
Ci sono momenti della giornata in cui il paesaggio cambia completamente, e la notte secondo me trasforma tutto. Nel luogo dove vivo, ad esempio, di notte si svuota tutto: non c’è più nessuno e l’ambiente diventa quasi surreale. Quindi tra la provincia e la luna scelgo la notte, che è una risposta un po’ strana ma secondo me rappresenta bene quello spazio intermedio».
Il brano “Arrivo” apre l’EP. Come nasce questa scelta?
«“Arrivo” in realtà è nato proprio come un brano di passaggio tra Diario di scavo e questo nuovo lavoro. È come se fosse un ponte tra i due progetti.
Mi piace l’idea che “Arrivo” sia sia un arrivo che un inizio. Non è un punto fermo, è più una specie di esclamazione: “Aspettami che arrivo”. Ha molti significati diversi e proprio questa ambivalenza mi affascinava».
Il titolo dell’EP, “Finalmente, musica!”, suona quasi come una dichiarazione. Cosa significa per te?
«Quando ho deciso di chiamarlo così, il produttore del disco mi ha detto che era una dichiarazione forte, quasi ambigua. Potrebbe sembrare che io stia dicendo: “Questa è finalmente musica, il resto no”. In realtà non è affatto questo il senso.
Per me è stato il momento in cui, dopo tanta ricerca e tante esplorazioni, ho avuto la sensazione di aver trovato qualcosa di molto prezioso dentro di me. È come aver scoperto una miniera d’oro, il mio piccolo tesoro. Per questo ho pensato: finalmente musica».
In alcuni brani la tua voce sembra quasi fondersi con la musica, a volte persino essere sovrastata dagli strumenti. È stata una scelta voluta?
«Sì, assolutamente. È stata una scelta precisa. Sono un po’ stanca di sentire canzoni costruite solo sulla voce. La musica ha bisogno di molti altri elementi: ci sono tanti strumenti che meritano spazio nei mix e nei master.
In particolare, nella musica italiana spesso la voce domina tutto. Io invece volevo che la mia voce fosse trattata come uno strumento tra gli altri, allo stesso livello.
Doveva entrare nel mix in modo democratico».
Nei brani si percepisce anche un forte senso di abbandono emotivo. È qualcosa che senti vicino?
«Sì, questo senso di abbandono c’è, soprattutto nei finali dei brani. In “Arrivo”, per esempio, il pezzo è una specie di lettera rivolta alla musica, che per me è quasi una figura ambivalente: una dea, una madre, ma anche una matrigna.
Quando quella lettera finisce è come se prendessi il foglio, lo accartocciassi e lo buttassi via. Tutto si srotola, perché quello che dovevo dire l’ho detto. Arrivo alla fine dei pezzi un po’ stanca, ma in senso positivo: perché mi sono esposta completamente».
Questo EP rappresenta anche un’evoluzione del tuo percorso. Senti ancora il bisogno di cambiare o senti di aver trovato una direzione artistica precisa?
«Una cosa che mi accompagna da sempre è il fascino per il jazz, la musica soul e tutta la dimensione del groove. È qualcosa che è sempre stato presente nella mia musica, anche se nel tempo è cambiato il modo in cui lo esprimo. Allo stesso tempo mi piace molto sperimentare. Nell’ultimo anno e mezzo ho lavorato molto sull’esplorazione della voce, sia con Diario di scavo sia con Finalmente, musica!.
La voce è il mio strumento principale, quello che so usare meglio. E proprio per questo voglio continuare a esplorarne tutte le possibilità. Uno strumento incredibile: è dentro di noi e per questo riesce a raggiungere le persone in modo molto diretto. Non avrebbe senso usarla sempre nello stesso modo».
Vuoi lasciare un aneddoto legato alla realizzazione dell’EP?
«C’è un aneddoto molto simpatico. Quest’estate è arrivato nella mia vita il mio cagnolino Elio, che oggi compie un anno. Quando è arrivato aveva solo tre mesi e proprio in quel periodo, tra giugno e agosto, stavamo registrando tutti gli strumenti in studio. Non potevo lasciarlo a casa, quindi Elio ha praticamente assistito a tutte le registrazioni dell’EP.
Ha passato più tempo in studio lui di tanti musicisti! È un cocker dolcissimo e si è abituato subito a quell’ambiente. Tra l’altro è anche diventato parte del progetto: ho realizzato un merch con capi vintage serigrafati con un grande sole stilizzato, proprio in onore suo, visto che si chiama Elio».
La musica come rifugio e come orizzonte
In “Finalmente, musica!” Livrea costruisce un universo fatto di immagini e sensazioni che sembrano muoversi continuamente tra concretezza e sogno. Le quattro tracce dell’EP diventano così frammenti di un racconto più grande, dove la musica non è solo accompagnamento ma parte viva della narrazione.
Tra esplorazioni vocali, paesaggi immaginari e una scrittura capace di evocare mondi lontani partendo dalla quotidianità, la cantautrice continua a definire una ricerca artistica personale, aperta alla sperimentazione e all’evoluzione. E se questo lavoro rappresenta una tappa del viaggio iniziato con Diario di scavo, è anche la prova di quanto la musica, per Livrea, resti prima di tutto un luogo da esplorare: uno spazio dove lasciarsi trasportare, senza paura di cambiare forma strada facendo.

