Love Me Love Me

Love Me Love Me è la dimostrazione che adattare un fenomeno editoriale non significa automaticamente trasformarlo in buon cinema. Nato dal successo su Wattpad e poi consolidato in libreria da Stefania S., il film arriva su Prime Video con l’ambizione di raccontare una storia generazionale.

Il risultato, però, è un collage di cliché che non vengono rielaborati, ma semplicemente assemblati e svuotati fino a diventare pura superficie.

Una checklist di cliché della commedia romantica

Il film sembra procedere per accumulo:

  • Triangolo amoroso? Presente.
  • Protagonista fragile ma “diversa dalle altre”? Presente.
  • Ragazzo tormentato con passato oscuro? Presente.
  • Migliore amico rassicurante? Presente.

Il problema non è l’uso degli archetipi, il genere romance vive anche di questo, ma la totale assenza di una prospettiva. In Love Me Love Me non c’è uno scarto, non c’è un ribaltamento, non c’è un vero approfondimento emotivo. Tutto resta in superficie.

Persino il rallenty di presentazione del love interest, momento che dovrebbe accendere tensione e desiderio, diventa involontariamente comico. La messa in scena è così levigata da risultare plastificata, come uno spot pubblicitario che si prende troppo sul serio. L’effetto non è seducente: è artificiale. E quando l’artificio diventa evidente, la magia si spegne.

Un triangolo amoroso che chiede troppa sospensione dell’incredulità

Il triangolo amoroso al centro di Love Me Love Me richiede allo spettatore una sospensione dell’incredulità continua. Le dinamiche si susseguono senza una reale costruzione emotiva, come se bastasse dichiarare un conflitto per renderlo credibile.

Le scelte dei personaggi non sembrano motivate da un’esigenza narrativa autentica: accadono perché devono accadere. Non nascono da un percorso, ma da uno schema.

Il nodo più grave di Love Me Love Me è la romanticizzazione della gelosia tossica di Will (Luca Melucci). Non si tratta solo di un tratto caratteriale discutibile: il film la mette in scena senza alcuna reale condanna morale, anzi quasi giustificandola.

Will viene progressivamente vittimizzato, mentre la sua ex viene tratteggiata come la vera carnefice della situazione. La sua possessività diventa così un segnale di “amore intenso” invece che un campanello d’allarme. È una dinamica pericolosa, soprattutto considerando il target molto giovane a cui il film si rivolge.

Paradossalmente, è proprio questo squilibrio a rendere il tormento di James quasi sensato. Il cosiddetto “bad boy”, che per convenzione dovrebbe incarnare l’elemento destabilizzante, finisce per essere l’unico personaggio con un minimo di lucidità. È lui che cerca di evitare situazioni complicate, è lui che sembra fare più male a se stesso che alla protagonista.

June, invece, cade nel cliché più abusato dello young adult: la sindrome della crocerossina. Ancora una volta la protagonista si assume il compito di salvare il ragazzo problematico, trasformando la sofferenza in una forma di attrazione romantica.

Ed è qui che Love Me Love Me smette di essere solo prevedibile: diventa narrativamente e simbolicamente superficiale, scegliendo di estetizzare dinamiche tossiche invece di interrogarsi su di esse.

Ambientazione e doppiaggio: incoerenze che pesano

La storia è ambientata in una scuola internazionale dove, fin dai primi minuti, viene detto che è vietato parlare in italiano. Nel doppiaggio, però, questa battuta viene modificata, creando un cortocircuito evidente.

Perché ambientare un fenomeno italiano in Italia, per poi comprometterne la coerenza interna? È un dettaglio, certo. Ma sono proprio i dettagli a misurare la cura di un progetto.

Anche l’ambientazione milanese fatica a risultare credibile. Milano dovrebbe essere il cuore della vicenda, eppure più volte si riconosce Roma con un’evidenza che spezza l’illusione narrativa. Non è solo una questione geografica: è una questione di credibilità visiva.

Dal punto di vista visivo, il film è ordinato, luminoso, patinato. Ma è una bellezza da vetrina. I dialoghi sono spesso didascalici, i conflitti spiegati anziché vissuti, le emozioni dichiarate invece che costruite.

La sensazione costante è quella di trovarsi davanti a qualcosa di già visto… e già fatto meglio.

A chi è rivolto Love Me Love Me?

Il target è chiaramente molto giovane, lo stesso che ha amato il romanzo di Stefania S. su Wattpad e in libreria. In quest’ottica, Love Me Love Me su Prime Video può funzionare come comfort romance adolescenziale: immediato, semplice, facilmente consumabile.

Per chi cerca profondità, autenticità o una rilettura intelligente del genere, il film appare come un’operazione costruita a tavolino: formule applicate con precisione industriale, ma prive di anima.

Più che una storia d’amore, resta la sensazione di aver assistito a un algoritmo romantico. E il cinema, quando diventa algoritmo, perde inevitabilmente il cuore.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

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