MICHAEL

Raccontare Michael Jackson significa confrontarsi con qualcosa che sfugge per natura a qualsiasi forma lineare. Non è solo una carriera, non è solo un’immagine pubblica: è un insieme di contraddizioni, ossessioni, slanci e fratture che hanno reso la sua figura irripetibile. Eppure “MICHAEL”, il biopic diretto da Antoine Fuqua, sceglie la strada più semplice: raccontare tutto, senza mai davvero entrare dentro.

Il film segue la vita dell’artista dagli esordi con i The Jackson 5 fino al culmine del successo con il Bad World Tour, attraversando incontri fondamentali con figure come Berry Gordy, Diana Ross e Quincy Jones. Ma quella che dovrebbe essere una traiettoria emotiva diventa presto una sequenza ordinata di eventi, quasi una cronologia illustrata.

La colonna sonora sarà disponibile dal 24 aprile.

Il problema non è cosa racconta, ma come sceglie di farlo

Il limite più evidente di “MICHAEL” è lo stesso che affligge molti biopic contemporanei: un’eccessiva aderenza ai fatti che finisce per svuotare il senso. Tutto è preciso, ricostruito, riconoscibile. Ma proprio per questo, raramente è vivo. Si ha costantemente la sensazione di assistere a una riproduzione, più che a un’interpretazione. Un effetto “Tale e Quale Show” che appaga lo sguardo ma lascia intatta la distanza emotiva.

E nel caso di Michael Jackson, questa distanza pesa più che altrove.

C’è però un livello più profondo, meno evidente ma decisivo: “MICHAEL” è un film che si trattiene. Non perché non abbia materiale su cui affondare, ma perché sceglie deliberatamente di non farlo. La narrazione è visibilmente protetta, costruita per non disturbare, per non incrinare davvero l’immagine. Le zone più complesse, le contraddizioni più scomode, le fratture che hanno contribuito a rendere Michael Jackson una figura così magnetica vengono ridotte a sfondo, a eco lontana.

Non è omissione casuale. È una scelta. Ciò trasforma il film in qualcosa di diverso da un biopic: un omaggio, una celebrazione, un racconto che preferisce preservare piuttosto che indagare. Preservare, in questo caso, significa anche semplificare.

Il padre, e tutto il resto che manca

La narrazione si concentra in modo quasi ossessivo sul rapporto con Joseph Jackson, trasformandolo nella chiave principale per leggere l’intero percorso dell’artista. È un elemento fondamentale, certo. Ma non può essere tutto.

Perché Michael Jackson non è mai stato una sola storia. Era un insieme di tensioni: perfezionismo e fragilità, controllo e caos, disciplina e ossessione. Era un artista che viveva la musica e la danza come una vocazione totalizzante, che non si fermava davanti a nulla, nemmeno davanti a se stesso. Tutto questo qui resta ai margini.

Il film si ferma a Bad, e con questo si ferma prima del momento in cui quella complessità diventa davvero ingestibile, esplosiva, umanamente e artisticamente irriducibile.

Perfetto da vedere, difficile da sentire

Eppure, “MICHAEL” funziona. Le performance sono ricostruite con una precisione impressionante, i videoclip rivivono sullo schermo con una fedeltà quasi maniacale, e la nostalgia è potentissima. Ma è una nostalgia che lavora da sola.

Il film non costruisce davvero emozione: la richiama. Si appoggia a ciò che già conosciamo, a ciò che abbiamo già amato. E così facendo rinuncia a creare qualcosa di nuovo.

La fusione tra musica e cinema, uno degli aspetti più rivoluzionari dell’opera di Jackson, viene mostrata ma raramente compresa. Non si entra nel processo, non si attraversa l’ossessione, non si sfiora mai davvero quella tensione verso la perfezione che lo definiva.

Interpretazioni impeccabili, ma intrappolate

Jaafar Jackson compie un lavoro straordinario nel dare corpo allo zio, evitando la caricatura e restituendo una presenza credibile, studiata, rispettosa. Allo stesso modo, Juliano Krue Valdi incarna con naturalezza l’energia del giovane Michael. Ma anche le interpretazioni migliori finiscono per muoversi all’interno di un perimetro già tracciato. Non possono spingersi oltre, perché il film stesso non lo fa.

Alla fine, “MICHAEL” lascia una sensazione precisa: quella di un film che avrebbe potuto essere molto di più, ma che sceglie consapevolmente di non esserlo. Non è un fallimento. È qualcosa di più sottile.

È un racconto che funziona, ma non scava. Che emoziona, ma non coinvolge fino in fondo. Che mostra tutto, ma protegge troppo. E con una figura come Michael Jackson, questo significa perdere l’essenziale. Perché lui non è mai stato rassicurante. Non è mai stato lineare. Non è mai stato semplice. Forse è proprio questo che il film non ha avuto il coraggio di affrontare.

Michael arriva nei cinema italiani il 22 aprile, distribuito da Universal Pictures.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

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