Onslaught

Ad alcuni film il fallimento si perdona. Succede quando, pur riusciti male, mostrano un punto di svolta coraggioso, un’analisi interessante o una scintilla capace di stimolare una riflessione sul tema trattato. Onslaught – Assalto finale, invece, non offre appigli.

Ci troviamo davanti a un calderone di roba che, al di là del presunto intrattenimento, ha come unico vero tema la violenza gratuita. Adam Wingard guarda da lontano un certo cinema di genere anni Settanta e Ottanta, ne arraffa gli elementi più riconoscibili e li assembla senza avere la minima idea di cosa farsene. Il risultato vorrebbe essere sporco, violento e dissacrante, ma è soprattutto vuoto. La cosa più fastidiosa? Onslaught si comporta per tutto il tempo come se fosse immensamente più divertente, intelligente e provocatorio di quanto non sia in realtà.

Non lo me è.

Tre super soldati, una madre e l’effetto sparatutto

La premessa, almeno sulla carta, un suo perché lo avrebbe pure. Ambientato nella stessa continuity di The Guest e You’re Next, il film ruota attorno a una società privata della Difesa che sviluppa in segreto una squadra di super soldati. Tre armadi geneticamente modificati e furiosi fuggcompute fuggono da una struttura nel New Mexico e piombano in una comunità di veterani. Lì vive Celeste Cross (Adria Arjona), ex cecchina dei Marines con disturbo da stress post-traumatico, insieme alla figlia Daisy (la piccola Blake Kennedy).

Ed è qui che la narrazione scivola nel paradosso: l’unico vero dubbio che il film ti lascia addosso è perché mai un governo debba investire milioni di dollari nella ricerca militare distopica sul “soldato perfetto”, se poi basta una madre ben addestrata per salvare la situazione.

Le madri, sorrette dal loro incrollabile super-istinto materno, diventano così l’emblema dell’assurdo e dell’involontariamente parodistico. Il racconto rinuncia a qualsiasi credibilità e si trasforma, a tutti gli effetti, nella mera trasposizione cinematografica di un videogioco sparatutto, dove le logiche di ingaggio e la coerenza dei personaggi contano meno di zero.

Il problema non è la violenza, è che non diverte

Onslaught fallisce proprio nella gestione della violenza. Non perché ce ne sia troppa, da una pellicola simile ti aspetti esattamente quello, ma perché non risulta mai significativa, catartica o anche solo spassosa.

A metà film, il commando irrompe in una stazione di servizio e fa una strage. Una sequenza pensata per lasciare il segno, ma che produce l’effetto opposto: ci si chiede semplicemente perché sia lì. Non c’è una vera necessità narrativa, non c’est una trovata visiva brillante, né quel gusto per l’eccesso che trasforma il massacro in culto. C’è solo gente che muore. Tanta. E basta.

Se decidi di firmare un action-horror ultraviolento e sopra le righe, devi avere il coraggio di divertirti con la tua stessa follia. Wingard confonde la quantità con l’efficacia: più sangue, più cattiveria, più riferimenti uguale più divertimento. Risposta: no.

Non basta un filtro vintage (e una motosega)

Anche l’impatto visivo soffre di un’onnipresente sensazione di già visto. Wingard cerca un’estetica che richiami i B-movie di qualche decennio fa, ma invece di costruire un’identità autonoma continua a ricordarti quali film dovresti avere in mente.

Non basta giocare con la fotografia, desaturare o sporcare l’immagine, né infilare citazioni qua e là per ricreare la magia di un cinema che aveva ben altra personalità. Soprattutto, non basta citare Non aprite quella porta mettendo in mano a un personaggio una motosega per guadagnarsi la patente da cinefilo. In quel momento si ottiene l’effetto opposto: viene da chiedersi se il livello dell’operazione sia davvero tutto qui.

Il B-movie come alibi non regge più

A questo punto scatta la solita scusa: «Sì, ma è un B-movie». Certo, ma un B-movie può essere straordinario. Può essere sporco, rozzo, esagerato, persino ridicolo. Può avere due lire di budget e una sceneggiatura scritta sul retro di uno scontrino, purché possieda una scintilla.

In Onslaught quella scintilla non si accende mai. Risulta anzi paradossalmente ridicolo il continuo reminder visivo ad altri capisaldi dell’orrore. Elementi chiarissimi a tutti gli appassionati del genere che però non rendono omaggio, ma suscitano solo ilarità. Da “Le colline hanno gli occhi” a “Non aprite quella porta“, le inquadrature sui tre assaltatori diventano stucchevoli già superato il terzo taglio d’impostazione. Sembra quasi una diluizione artificiale del tempo utilizzata come una segnaletica al neon intermittente per urlare allo spettatore: «Ehi, guardate, siamo i personaggi di un horror cult!».

Soprattutto, non basta mettere in mano a qualcuno una motosega per guadagnarsi sul campo la patente da cinefili. Gli ingredienti per divertirsi ci sarebbero pure tutti: super soldati, veterani, una madre pronta a tutto, esperimenti militari, carneficine. Il potenziale per una grande follia che, invece, trasuda disperazione. La differenza è abissale e lampante.

A24 e l’illusione della provocazione

A24 ha prodotto e distribuito opere eccellenti, ma Onslaught incarna la deriva in cui il marchio rischia di trasformarsi in una mera formula estetica da replicare.

Nell’epoca in cui si è sdoganato il caos formale a scapito della sceneggiatura, la visione di questa pellicola mi ha riportato alla mente quel ricordo febbrile e irritante provocato da Aggro Dr1ft di Harmony Korine alla Mostra del Cinema di Venezia. Anche lì si sbandierava una presunta rivoluzione visiva: telecamere termiche trasformate nei fatti in un banale filtro psichedelico da post-produzione, risolta poi in un delirante e interminabile videoclip sulla violenza. Il tutto impacchettato tra colori acidi, CGI approssimativa ed estetizzazione del grottesco.

Wingard compie un’operazione analoga: scambia l’accumulo di trovate sopra le righe per avanguardia, dimenticando che un’idea non diventa un linguaggio solo perché viene urlata. Onslaught ne cattura soltanto la superficie patina-trash e dimentica qualsiasi sostanza, finendo per essere il classico prodotto che confonde il diritto alla provocazione con l’assenza di cose da dire. Il risultato è un pasticcio che vorrebbe apparire eversivo, ma finisce unicamente per fare rumore.

Il fallimento del finale

Uscendo dalla sala, la domanda sorge spontanea: perché avrei dovuto divertirmi?

Non serve pretendere chissà quale profondità o sottotesto politico sull’America militarizzata: basta un’ora e mezza di intrattenimento ben fatto. Ma qui la follia è un simulacro. C’è solo un regista innamorato dei propri riferimenti, incapace di costruire qualcosa che sopravviva ad essi.

Quando si arriva ai confronti finali, quello che dovrebbe essere il payoff di tutto il racconto, il distacco diventa totale. Non importa più chi vincerà o chi morirà: l’unico auspicabile finale sono i titoli di coda. Per un film che punta tutto sull’adrenalina e sull’eccesso, è il fallimento più grande. Non importa il background, anzi esso rafforza ulteriormente la grottesca idea già subodorata con la finta pelata incollata sulla fronte di Dan Stevens.

Onslaught non scandalizza, non provoca e non diverte. Si limita a scimmiettare la follia altrui, lasciando addosso solo una grande irritazione. L’action-thriller di A24, arriva nei cinema italiani dall’1 ottobre.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

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