I Cosmonauti Borghesi tornano a farci ballare con “POLIPROPILENE”, un brano che si muove leggero in superficie ma che, a ben ascoltare, trascina con sé un carico di pensieri tutt’altro che semplici. È elettro-pop indie dal passo incalzante, pensato per far muovere il corpo mentre la testa resta indietro, impegnata a rincorrere immagini, contraddizioni e piccole inquietudini generazionali.
Il ritmo entra subito nelle gambe: elettronico, serrato, apparentemente spensierato. Ma sotto quella patina lucida si nasconde un testo che non sta fermo un attimo, un flusso continuo di parole e suggestioni che raccontano un presente fatto di relazioni artificiali, narrazioni costruite e una costante sensazione di dover funzionare, performare, stare al passo.
Fiumi di pensieri e sentimenti imballati
Il testo procede per accumulo, come un feed che non finisce mai. “Fiumi di pensieri che fuggono da sentimenti imballati” è una delle immagini più efficaci del brano: racconta un mondo in cui le emozioni esistono ancora, ma sono confezionate, sigillate, rese asettiche da una patina rapida che avvolge le interazioni sentimentali — di qualsiasi genere esse siano — nel nostro oggi.
L’amore, in “POLIPROPILENE”, è dichiaratamente “cinico… come fosse polipropilene, un legame di plastica tipico clinico”. Non c’è romanticismo nostalgico, né voglia di riscatto. C’è piuttosto una presa d’atto lucida, raccontata con un’ironia che evita il moralismo e sceglie la distanza, lasciando spazio all’osservazione.
Tra miti, algoritmi e cantautori sacralizzati
Nel mondo raccontato dai Cosmonauti Borghesi si crede a tutto: “ai programmi televisivi, ai cantautori, agli ufo, ai miti”. Ma è una fede fragile, intermittente, quasi automatica. I cantautori diventano oggetti mitologici al tempo dello streaming, figure idealizzate mentre tutto il resto scorre, si consuma e viene sostituito alla velocità di un click.
Nel frattempo, l’algoritmo decide, i risultati sono “garantiti”, i premi arrivano “FIMI”, e quell’“aria di complotto” diventa una sensazione diffusa, più emotiva che reale. Il finto allunaggio non è tanto una teoria quanto un simbolo: la percezione costante che qualcosa, nel racconto del presente, non torni mai del tutto.
Fare la storia, ma in formato social
Il ritornello ritorna ossessivo, quasi ipnotico: “Faremo la storia come il papa su Twitter”. Una frase che suona come una battuta, ma che centra il punto. In un’epoca in cui tutto deve essere memorabile, condivisibile, performativo, anche la storia sembra ridotta a un post riuscito, a una frase che funziona finché resta nel flusso.
“POLIPROPILENE” vive in questo cortocircuito: racconta lacrime di glitter, notti “cuori di gomma”, slanci emotivi trattenuti e una realtà sempre più sintetica, senza mai smettere di far ballare. È uno sguardo distante, quasi siderale, che proprio per questo riesce a essere sorprendentemente vicino.
Una prima tessera di un’identità in costruzione
In questo senso, “POLIPROPILENE” funziona anche come dichiarazione d’intenti. È solo una prima tessera di un mosaico più ampio, eppure mostra con chiarezza la maturità che questi giovani ragazzi stanno raggiungendo dopo un anno intenso di lavoro. Toccare palchi importanti, così come il confronto costante con il pubblico, li sta instradando sempre di più all’interno di una ricerca identitaria consapevole, che non ha paura di esporsi né di rimettersi in discussione.
Ad oggi, ascoltare le loro prime note inizia a registrare nell’ascoltatore segnali chiari e riconoscibili di chi si sta ascoltando. Non tanto una formula definitiva, quanto una direzione. Un’identità che con buona probabilità continuerà a cambiare forma, a mutare pelle, ma che conserverà sempre quel retrogusto sintattico — fatto di ironia, accumulo e cortocircuiti pop — che sta diventando il loro marchio di fabbrica.

