Dopo l’impatto diretto e viscerale di “No Pants”, i Punkcake tornano con “Fake Swing”, un brano che sposta l’asse del loro racconto: meno rabbia collettiva, più fragilità, più esposizione emotiva.
Un nuovo capitolo che anticipa “SIAMO QUI SIAMO QUESTI”, il loro primo album in uscita il 26 giugno per Rude Records, e che conferma la volontà della band aretina di restare fedele a un’identità sonora ruvida, urgente e profondamente contemporanea.
Li abbiamo incontrati per parlare proprio di questo passaggio: di crescita, di consapevolezza, di ciò che resta dopo esperienze come X Factor e di cosa significa oggi fare musica senza filtri, tra disagio generazionale e bisogno di autenticità.
Come è cambiato il vostro modo di fare musica e che tipo di band siete diventati oggi?
«Secondo me la nostra musica è cambiata, nel senso che siamo sempre in uno stato di ricerca: proviamo varie influenze, varie cose.
In realtà è cambiato più il tempo che ci dedichiamo: il modus operandi è rimasto simile, ma oggi c’è più impegno, più ricerca e più voglia.
Anche più voglia di fare qualcosa di nostro come Punkcake. Prima potevamo farlo, ma magari non ci mettevamo lo stesso tempo. Ora sì, ci mettiamo davvero a farla, la nostra roba».
Cosa vi siete portati dietro dall’esperienza di X Factor e quanto vi ha cambiato l’esposizione mediatica?
«Sicuramente ci ha fatto rendere conto ancora di più di come funziona l’industria discografica, e di quello che ci piace ma soprattutto di quello che non ci piace.
Da lì ci siamo ripromessi di puntare sempre di più sulla nostra genuinità, sulla nostra artigianalità e sul DIY.
Continuiamo a fare produzioni da soli, scrittura autonoma, registrazioni autonome, e organizziamo eventi dove suoniamo noi o altre band.
Ci ha dato ancora più motivazione a continuare su questa strada, che è quella che ci fa stare bene, in un mondo che è molto consumista e in cui noi non ci riconosciamo».
“Fake Swing” sembra spostare la rabbia collettiva di “No Pants” verso una dimensione più fragile e personale. È stata una scelta consapevole?
«In realtà è partita quasi come un meme.
C’era questo giro un po’ retro e il ritornello più punk: era nato come una presa in giro.
Poi Sonia ha scritto il testo e l’ha trasformata in una cosa molto più personale e sensibile».
Il brano affronta temi complessi come lutto, attaccamento e illusione. Volete approfondire il suo significato?
Il testo nasce da un’esperienza personale.
Non mi va di raccontarla nei dettagli, perché non è importante la situazione in sé, ma come mi sono sentita e come ho reagito.
A un certo punto arrivi quasi a preferire di essere al posto dell’altra persona».
Nei vostri brani tornano spesso temi come identità, perdita e difficoltà nel vivere il presente. Sono più personali o generazionali?
«Secondo me sono generazionali e non solo.
Partono da esperienze personali, ma parlano di un’insicurezza che viene anche da fuori e che riguarda tutti, il presente in generale.
Noi, come ventenni, siamo immersi completamente in questa cosa.
“Fake Swing” e gli altri brani sono reazioni emotive, anche un po’ irrazionali.
Tutte le nostre canzoni sono una risposta alla situazione in cui ci troviamo: un modo per reagire e creare un’alternativa».
Cosa dobbiamo aspettarci da “SIAMO QUI SIAMO QUESTI”? È un punto di arrivo o di partenza?
«Secondo me è entrambe le cose.
Chiude un percorso lungo, iniziato anche prima di X Factor, ma allo stesso tempo apre una strada nuova.
Il titolo è un manifesto: “siamo qui, siamo questi”.
È il nostro primo album, la nostra presentazione ufficiale.
Più che una fine, è un punto e virgola».
“Fake Swing” non è solo un nuovo singolo, ma un punto di rottur a emotivo dentro il percorso dei Punkcake: un brano che mette a nudo fragilità, dipendenze e paure senza cercare soluzioni facili. L’impressione è che “SIAMO QUI SIAMO QUESTI” non sarà solo un disco, ma una dichiarazione d’intenti: un modo per fissare un’identità e, allo stesso tempo, lasciarla aperta, in continua evoluzione.
Un punto e virgola, come lo definiscono loro. E forse è proprio da lì che inizia davvero tutto.

