«E se i Dotti, i medici e i sapienti prendono parola, diventano quel simbolo di incomunicabilità tra i giovani e le vecchie generazioni.»
Il filo invisibile del destino: da un lettore CD al Circo Massimo
C’è qualcosa di magico che innegabilmente si lega al destino di ognuno di noi. E guardando al mio passato, ricordando tutti i pomeriggi passati a ballare inserendo CD su CD nel lettore di mia madre, mi rendo conto che tutto era già scritto.
Che attribuisca a mio padre la “colpa” della scelta sul mio futuro, non credo che sia un mistero per chiunque mi conosca. Mi ha legata al sedile di un’auto o a quello del divano facendomi vedere film su film, facendomi ascoltare musica su musica. Mi corruppe all’età di circa 14 anni per farmi vedere un musical e il resto è divenuto storia. Perchè nella mia mente di bambina tutto diventava sempre più concreto. E forse l’idea che la chitarra fosse una spada l’ho presa fin troppo letteralmente.
Ma è stata mia la colpa, adesso che pretendo? Beh, in realtà nulla se non continuare a prender per mano la versione più embrionale di me e continuare a tenerla come salda compagna in questa favola che è la vita.
Questa è stata l’attesa che mi ha accompagnata mentre percorrevo gli ultimi chilometri che mi separavano dal luogo designato. Con questo spirito ho chiamato mio padre per dirgli: «Stasera vado in un posto in cui avrei voluto assolutamente la tua compagnia». Perchè si, si vive una volta sola e vivo secondo le mie regole. Vivo inseguendo la mia favola, coltivando i miei sogni. Sperando, giorno dopo giorno, di poter raggiungere obiettivi sempre più grandi. Scattare le foto al Circo Massimo a uno dei cantautori che ha accompagnato da sempre il mio percorso, aveva proprio il sapore di magia e destino.
Un passaggio di testimone: la luce di Leo Gassmann
La conferma di poterci essere, quindi, è stata connotata da un profondo senso di gratitudine, così come tutta la commozione che ha accompagnato quello che in tutto e per tutto è uno spettacolo teatrale.
L’apertura affidata a Leo Gassmann dà un segnale potentissimo dell’umiltà di un grande artista come Bennato, che mostra tutta la sua riverenza nei riguardi della musica e del passaggio generazionale. Si fa piccolo, anche durante la sua esibizione, ogni qual volta serve dare spazio ai musicisti che lo accompagnano sul palco: si sposta dai riflettori e fa sì che siano loro a brillare.
E Leo, con la sua band, fa esattamente la stessa cosa: brilla. La positività che porta nell’aria del Circo Massimo è tangibile. Chi non lo conosceva si appassiona alle sue parole. Chi era lì per lui le canta col cuore in mano. E chi pensava solo al suo cognome ha avuto modo di vedere un giovane ragazzo che continua a fare la sua strada, a fare la sua arte. Così si va “Oltre”, passando sotto a un “Girasole” arrivando al più “Naturale” dei sentimenti: la voglia della propria libertà. Leo si dimostra, ancora una volta, in grado di irradiare anche i posti più bui dei nostri cuori.
Quando poi si ritroveranno insieme sul palco per cantare «Io vorrei che per te», quel passaggio di testimone diventerà uno dei momenti più intensi e sinceri dell’intera serata.
Dotti, medici e sapienti: la metafora del nostro tempo
Quando alle 21:30 il cantautore napoletano prende in mano la scena, l’atmosfera dell’antico stadio romano cambia rotta. Il concerto è una tappa fondamentale del suo tour «Quando sarò grande», un gioco di specchi che riprende il titolo del brano del 1977 che chiudeva Burattino senza fili, l’album con cui rileggeva la favola di Pinocchio.
E quando insieme al Quartetto Flegreo parte “Dotti, medici e sapienti” ad aprire il live, tra l’applauso lunghissimo del pubblico, capisci subito dove andrai a parare. Se i Dotti, i medici e i sapienti prendono parola, diventano quel simbolo di incomunicabilità tra i giovani e le vecchie generazioni. Una metafora che apre il concerto e che si ripercuote momento dopo momento, pezzo dopo pezzo.
L’impatto di brani come “In fila per tre” o “A cosa serve la guerra” è quasi spiazzante: testi dai contenuti spaventosamente attuali che ti fanno capire quanto poco le cose siano cambiate nel nostro paese in 30 o 40 anni. «Ma come ha fatto Collodi ad inventarsi anni fa i personaggi che oggi troviamo nei telegiornali?», sbotta Bennato dal palco prima di lanciare la title-track. La musica così diventa una chiara presa di posizione e le “canzonette” una lucida descrizione di ciò che stiamo vivendo. Nascoste tra le favole, le parole non diventano retorica, ma solida e tangibilmente spaventosa realtà.
Dalla solitudine acustica da one-man band ad altissima energia, fino all’esplosione rock insieme alla sua Be-Band, lo show corre via fluido.
La riverenza per “La Fata” e il rumore del presente
Quando inizia “La Fata” i miei occhi sono già colmi di lacrime. Questo brano mi ha da sempre condizionata e circondata di puro e semplice rispetto. Una riverenza che difficilmente ad oggi si trova in giro. Un sentimento che in ancor meno si ritrova nelle persone.
In una società come la nostra in cui sembra normale suonare il clacson a una ragazza che sta aspettando l’autobus. In un mondo in cui sembra corretto commentare come se il filtro bocca-pensieri non funzionasse. Ed è volutamente paradossale come il titolo di questo brano sia uno degli epiteti più in voga tra gli urli al semaforo.
Sentirla risuonare dal vivo, in mezzo al Circo Massimo, fa male ma cura allo stesso tempo. È la dimostrazione di come la musica riesca ancora a proteggere quella sacralità che stiamo perdendo.
Ottant’anni da pirata: il cerchio che si chiude
Il viaggio continua tra le pietre miliari della sua carriera, da “L’isola che non c’è” a “Cantautore“, fino alla toccante ed eterna Un giorno credi.
Circa due ore di concerto volano via come un soffio. Vedere questo “pirata del rock” dominare il palco a pochissimi giorni dal suo ottantesimo compleanno è la lezione più grande: la grinta non invecchia, e le favole serve raccontarle finché ci sarà qualcuno disposto a capirne il senso profondo.
Quando sferra l’ultimo colpo chiudendo con “Tu vuoi l’America“, prima di congedarsi tra una lunghissima ovazione finale, il cerchio si chiude del tutto. La chitarra è ancora una spada, la bambina dentro di me sorride felice, e la favola continua.

