Tornare a casa ha sempre un peso diverso. Lo si percepisce nelle parole, negli sguardi, in quella tensione sottile che precede il live. I Sanlevigo lo sanno bene, e lo raccontano pochi minuti prima di salire sul palco del Largo Venue.
Dopo il sold out al Wishlist Club dello scorso novembre, il ritorno nella loro città non è solo una nuova data, ma una conferma.
«È sempre la tua città, quindi è sempre una bella emozione», raccontano. E le aspettative, inevitabilmente, si alzano: «Dopo come è andata al Wishlist… speriamo siano alte, ma soprattutto belle».
Roma, per loro, non è solo una tappa. È un punto di partenza che continua a chiamare.
Venti date dopo: adattarsi all’imprevedibile
Il tour che ha seguito Spettri li ha portati lontano, dentro e fuori dall’Italia. Vent’anni di esperienza compressi in venti date, tra imprevisti e resistenza.
«Abbiamo capito di riuscire nell’impossibile», dicono. Non è un modo di dire: significa suonare senza strumenti completi, adattarsi a ogni palco, a ogni condizione tecnica, ai viaggi, alla stanchezza, alle poche ore di sonno.
È una forma di sopravvivenza artistica, ma anche umana. E poi ci sono gli episodi che restano addosso. Come in Belgio, quando un indirizzo sbagliato ha fatto pensare al peggio: «Credevamo fosse una truffa… stavamo già pensando di dormire per strada». Alla fine tutto si è risolto, ma il confine tra precarietà e avventura, nel loro racconto, resta sottilissimo.
I Sanlevigo definiscono i loro concerti un “rito collettivo”. Non è una formula vuota, ma una necessità. Dal vivo, spiegano, cambia tutto: «C’è più energia. Siamo meno impostati, ma più veri».
Se in studio si cerca il dettaglio, la precisione, sul palco si lascia spazio a qualcosa di più istintivo, quasi incontrollabile.
È lì che Spettri prende davvero forma. Non nelle cuffie, ma nel corpo.
“Spettri” e il disagio come luogo abitabile
L’album si muove in quelle zone di passaggio che loro stessi definiscono liminali. Spazi in cui non si è mai completamente a proprio agio. E infatti, quando si chiede se esista un luogo in cui si sentano davvero stabili, la risposta è netta: «Sempre a disagio».
Non c’è una traccia che li rappresenti più delle altre, perché Spettri funziona come un organismo unico, un flusso continuo di tensioni e identità in movimento. Forse l’unico appiglio è «la voce della ragione», ma anche quella sembra emergere a fatica, come un sussurro dentro il rumore.
Dentro i loro testi si muove un’inquietudine generazionale evidente. Ma la musica può ancora essere uno spazio di resistenza?
«Sì, può essere uno dei canali», rispondono. Non l’unico, ma uno spazio necessario.
Un modo per esprimere e condividere, perché «è tramite la comunicazione e il contatto con l’altro che si diventa più completi».
E poi c’è il presente, fatto di social e logiche algoritmiche. Alla domanda se si sentano più padroni della loro vita o vittime di questo sistema, la risposta resta sospesa: «Forse quasi… ma siamo tutti fortunati agli algoritmi».
Una contraddizione che suona fin troppo reale.
Prima di salire sul palco
L’intervista si chiude mentre il tempo stringe. C’è da cambiarsi, da prepararsi, da entrare in quello spazio che per loro è tutto tranne che comodo, ma è esattamente lì che si sentono vivi.
Roma li aspetta.
E ancora una volta, il rito può cominciare.

