Sentimental Value

Con “Sentimental ValueJoachim Trier torna a indagare il territorio che gli è più congeniale: quello delle relazioni familiari segnate dall’assenza, dei silenzi che pesano più delle parole e dell’arte come strumento di sopravvivenza emotiva. Il risultato è un film elegante e stratificato, ma anche profondamente ambivalente, che oscilla tra lucidità psicologica e un certo compiacimento autoriale.

Una storia di famiglia e controllo emotivo

Al centro del film ci sono Nora e Agnes, due sorelle costrette a confrontarsi con il ritorno del padre Gustav, regista affermato e figura emotivamente distante. Il suo tentativo di riavvicinamento passa, non a caso, attraverso il cinema: un nuovo progetto che dovrebbe coinvolgere Nora come protagonista.

Il rifiuto della figlia e la scelta di affidare il ruolo a una giovane attrice americana diventano il vero motore del conflitto. Non solo familiare, ma simbolico: l’arte come linguaggio di potere, come spazio in cui il trauma viene rielaborato, ma anche manipolato.

Joachim Trier e il tempo della contemplazione

Trier costruisce Sentimental Value come un racconto fatto di sospensioni, di attese, di dialoghi trattenuti. La regia privilegia i non detti, lasciando che le emozioni emergano lentamente, spesso attraverso dettagli minimi.

Questa scelta stilistica, coerente con la sua filmografia, qui si spinge però fino al limite. Il ritmo dilatato, soprattutto nella prima parte, rischia di indebolire la tensione narrativa, dando al film un andamento circolare che può risultare estenuante più che ipnotico.

Attori e personaggi: il vero punto di forza

Le interpretazioni restano l’elemento più solido del film. Renate Reinsve conferma una notevole capacità di rendere visibile il conflitto interiore senza mai renderlo esplicito. Stellan Skarsgård, dal canto suo, costruisce un personaggio volutamente sgradevole e carismatico, emblema di un artista che confonde il bisogno di amore con il bisogno di controllo.

Anche il personaggio dell’attrice americana (Elle Fanning), apparentemente esterno al nucleo familiare, diventa progressivamente uno specchio delle dinamiche di proiezione e sfruttamento emotivo che attraversano tutta la storia. Elementi evidenziati dal cambio di colore di capelli, tanto quanto dalla pressione emotiva che viene proiettata sulle sue spalle. Lavoro e vita privata, emozioni, che si intersecano senza lasciar alcun tipo di scampo. Una mancata comunicazione sulla quale l’elemento esterno inizia a far da perno per la sua risoluzione.

I limiti di un cinema che si osserva troppo

Il nodo centrale di Sentimental Value sta nel suo sguardo. La riflessione sul cinema come strumento di elaborazione del trauma è interessante, ma viene reiterata fino a perdere incisività. Trier sembra talmente legato ai suoi temi da faticare a lasciarli evolvere, accumulando simboli e dialoghi allusivi che non sempre portano a una vera trasformazione narrativa.

C’è inoltre una certa indulgenza nei confronti della figura paterna, osservata con distanza critica ma mai davvero messa sotto processo. Questa ambiguità, anziché arricchire il discorso, finisce per attenuarne la forza.

Un film elegante, ma irrisolto

In definitiva, Sentimental Value è un film raffinato, emotivamente controllato, che saprà parlare a chi ama il cinema introspettivo e psicologico. Ma è anche un’opera che rischia di restare imprigionata nella propria eleganza, più interessata a contemplare il dolore che a metterlo realmente in discussione.

Un film che riflette sul valore dei sentimenti, ma che a tratti sembra confondere la profondità con la durata, e l’intimità con l’autocompiacimento.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

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