Stupida sfortuna

Ricordo, memoria, rammarico. Tre parole che sembrano attraversare ogni verso di Stupida sfortuna, il brano con cui Fulminacci è tornato sul palco del Festival di Sanremo.

Non è una classica canzone d’amore finito. È qualcosa di più sottile, quasi invisibile: una serie di istantanee emotive che si accendono e si spengono dentro una città in movimento. Sentimenti ed elementi già annunciati con le sue precedenti uscite come in “Casomai” o in “Niente di particolare”.

“Taxi, treni, aerei.
Semafori, cantieri.
Persone che vanno chissà dove”

E in mezzo a tutto questo movimento, qualcuno resta fermo. A pensare.

La scrittura di Fulminacci continua a muoversi in quel territorio che gli appartiene da sempre: quello delle piccole cose quotidiane che all’improvviso diventano enormi. Una foto, l’acqua mentre nuoti, un cinema all’aperto, il vento che soffia nella metropolitana tra le piastrelle colorate. Sono dettagli minuscoli, ma dentro quei dettagli si nasconde la presenza di qualcuno che non c’è più. Un amore che continua a riapparire ovunque, come un’allucinazione gentile. Perché certe persone, anche quando se ne vanno, restano nei luoghi che attraversiamo ogni giorno.

Dal sogno dell’infinito alla paura di perdere il controllo

Se il Fulminacci che avevamo imparato a conoscere in Infinito +1 sembrava credere in un amore capace di superare ogni limite, qui troviamo un artista diverso.

Più fragile.
Più consapevole.
Quasi spaventato dall’idea di perdere di nuovo il controllo.

Lo ha raccontato più volte durante la settimana sanremese: Fulminacci è metodico. Ha bisogno che tutto sia al proprio posto. Ordinato, incasellato, incastrato dentro una logica precisa. Ma quando un rapporto finisce, quell’ordine si sgretola. E allora restano solo le macerie.

I calcinacci, proprio quelli che danno il titolo al suo nuovo disco, sembrano già comparire tra le pieghe di Stupida sfortuna. Sono il segnale di qualcosa che si è rotto, di un equilibrio che non esiste più.

La canzone diventa così il racconto di un legame che forse sembrava indissolubile, ma che ora è attraversato da una gelida paura pronta a tornare e a raffreddare tutto.

La città che corre mentre qualcuno resta indietro

“Vado di corsa e resto indietro”

È una frase semplice, ma dentro c’è tutto il senso della canzone. La città continua a muoversi: la metro corre, i semafori cambiano colore, la gente attraversa le strade senza fermarsi mai. Eppure il protagonista resta bloccato nello stesso punto emotivo.

Dove stavi ieri.

Quanto è difficile lasciar andare qualcuno quando il cuore è rimasto esattamente lì?

Fulminacci riesce a raccontare questo smarrimento con una calma quasi disarmante. Non c’è rabbia, non c’è disperazione teatrale. Solo una malinconia lucida, che accetta la confusione come parte inevitabile del percorso. Un rassicurante senso di smarrimento, quello che si crea nella quotidianità quando qualcuno non c’è più ma continua a esistere nei pensieri.

Tra ironia e paura: il ritornello che resta addosso

Il cuore emotivo del brano arriva nel ritornello:

“Stupida stupida stupida sfortuna
Gelida gelida gelida paura”

Due parole che sembrano quasi infantili, ripetute come se potessero rendere più semplice qualcosa che semplice non è. La sfortuna diventa una scusa. La paura, invece, è la verità.

È la paura di restare soli o che quell’amore non torni più. La paura dell’infinito, che a volte fa spavento proprio come il cielo o il mare aperto. Ed è proprio qui che Fulminacci fa qualcosa di molto difficile: mescola pensieri enormi e gesti minuscoli. Si passa dal perdere le chiavi di casa alla vertigine dell’infinito in pochi versi, senza che nulla sembri fuori posto.

Le allucinazioni della memoria

Alla fine, Stupida sfortuna non parla solo di un amore finito. Parla di quella fase sospesa in cui si cerca di capire chi siamo diventati adesso. La mente resta ancorata a quelle immagini che tornano all’improvviso: un volto tra la folla, un nome su un manifesto, una sensazione che sembra reale anche se non lo è più.

Sono piccole allucinazioni della memoria. E forse è proprio lì che Fulminacci trova la frase più tenera di tutta la canzone:

“Spero di essere il migliore dei tuoi sbagli.”

Perché in fondo, anche quando qualcuno esce dalla nostra vita, non smette davvero di esistere. Rimane nelle città che attraversiamo. Nei pensieri prima di addormentarci. In quelle canzoni che continuano a ricordarci che amare significa anche imparare a convivere con ciò che resta.

Il nuovo album uscirà il 13 marzo 2026, correlato di Cortometraggio che racconta il processo dietro l’imminente pubblicazione.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

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