Supergirl, gli incassi crollano del 74%: anatomia di un flop tra tensioni produttive e Superhero Fatigue

Supergirl incassi

Il nuovo corso dei DC Studios guidato da James Gunn e Peter Safran affronta il suo primo, vero scivolone finanziario. Nonostante il traguardo psicologico dei 100 milioni di dollari superato a livello internazionale, i dati sugli incassi di Supergirl nel secondo fine settimana delineano uno scenario drammatico: un crollo del 74% al botteghino domestico.

Parliamo di un tonfo che si posiziona tra i peggiori mai registrati nella storia recente dei cinecomic, persino peggiore rispetto a passi falsi storici come The Flash (-72.5%) e Morbius (-73.8%). Con appena 9,6 milioni di dollari raccolti negli Stati Uniti e 9,4 milioni nei mercati esteri durante il secondo weekend, la pellicola è scivolata rapidamente al quarto posto della classifica mondiale, schiacciata dalla concorrenza di giganti dell’animazione e commedie.

In questo approfondimento analizzeremo i numeri del box office, le motivazioni del pubblico e i retroscena produttivi svelati da The Hollywood Reporter sulla travagliata post-produzione del film.

I numeri del botteghino: perché Supergirl è un flop commerciale?

Il cammino di Supergirl: Woman of Tomorrow era apparso in salita fin dal debutto dello scorso 26 giugno, quando il film ha raccolto 68 milioni di dollari globali a fronte di un budget di produzione imponente da 170 milioni, a cui vanno sommati circa 120 milioni investiti nel marketing.

Per raggiungere il punto di pareggio (break-even), la pellicola avrebbe dovuto incassare almeno 300 milioni di dollari complessivi. Un obiettivo che, alla luce del crollo verticale nel secondo fine settimana, appare ormai matematicamente fuori portata. Il confronto con il successo di Superman della scorsa estate – capace di contenere la flessione del secondo weekend al 53,2% – certifica la mancanza di passaparola positivo tra gli spettatori.

Se la critica ha espresso un giudizio tiepido (attestandosi su un modesto 54% di pareri positivi su Rotten Tomatoes), il pubblico ha mostrato un gradimento leggermente superiore (76%). Tuttavia, la reazione generale descrive l’opera come un capitolo “minore” e transitorio, un espediente narrativo più concentrato a gettare le basi per il futuro del franchise che a graffiare nel presente.

Il fattore “Comics Fatigue” e il paradosso del nuovo DCU

I dati impietosi del box office non possono essere letti come un caso isolato, ma si inseriscono in un contesto macroscopico innegabile: la Superhero Fatigue. Il pubblico cinematografico sta manifestando una crescente resistenza nei confronti del genere, stanco di formule ripetitive e, soprattutto, esausto davanti all’ennesimo tentativo di riavviare un universo cinematografico i cui meccanismi erano già stati ampiamente scandagliati e sviscerati nel recente passato.

In questo scenario di saturazione, un personaggio come Kara Zor-El, per quanto affascinante, non possiede intrinsecamente la forza mitopoietica necessaria per calamitare l’attenzione della massa. Il film finisce così per limitarsi a sondare un target di riferimento non precisamente definito: troppo superficiale per i lettori forti, troppo duro e respingente per le fasce più giovani.

Qui risiede il grande paradosso del nuovo corso targato James Gunn. Da un lato, il rimaneggio concettuale ed estetico delle storie si avvicina come non mai all’umore palpabile e alla complessità tipica delle pagine dei fumetti DC. Dall’altro, però, questa rincorsa all’identità autoriale arriva fuori tempo massimo, andando a colpire uno spettatore medio ormai saturo, confuso dai continui reboot e non più disposto a concedere cambiali in bianco in sala.

Retroscena: la post-produzione travagliata e lo scontro Gunn-Gillespie

Dietro la debacle finanziaria di Supergirl emergono inoltre dettagli su una gestione produttiva complessa e ricca di tensioni creative. Secondo quanto riportato da The Hollywood Reporter, il regista Craig Gillespie e il co-CEO dei DC Studios, James Gunn, non avrebbero mai trovato un pieno allineamento sulla visione del progetto.

Le proiezioni di prova (test screening) hanno registrato per mesi punteggi insoddisfacenti, oscillando costantemente intorno a una valutazione di 60 punti su 100. Questa situazione ha spinto lo studio a intervenire drasticamente sulla post-produzione, estromettendo la sceneggiatrice Ana Nogueira durante le sessioni di riprese aggiuntive (reshoot) a favore di Jeremy Slater, chiamato a riscrivere interamente la sequenza dello scontro finale.

La sfida dei due montaggi e il nodo colonna sonora

Le divergenze creative hanno riguardato anche la colonna sonora – elemento centrale sia nella cinematografia di Gunn che in quella di Gillespie – e si sono concretizzate in una vera e propria sfida interna. I DC Studios hanno testato due montaggi differenti sul pubblico:

  • La versione del regista (Director’s Cut), più lunga di undici minuti, focalizzata sulla tridimensionalità del villain Krem (Matthias Schoenaerts).
  • La versione supervisionata dallo studio, focalizzata sul ritmo dell’azione.

Sebbene la versione dello studio abbia prevalso nei test per appena due punti di scarto, entrambi i montaggi hanno registrato un progressivo calo di interesse nelle proiezioni pilota, confermando i forti dubbi sulla struttura intrinseca della storia.

Daltonismo narrativo: cosa non ha funzionato nella storia?

Il paradosso principale di questa produzione risiede nel divario tra l’ottima performance di Milly Alcock e la fragilità dell’impianto narrativo. L’attrice dimostra di saper abitare il personaggio, restituendo una Kara Zor-El ruvida, cinica e segnata dal trauma della distruzione di Krypton. Il problema risiede nella gestione di una protagonista dotata di un potere cosmico immenso, inserita all’interno di un contesto privo di minacce autentiche e strutturato con antagonisti bidimensionali, paragonabili a cliché della criminalità organizzata.

Il tentativo di trasformare la pellicola in un prodotto iconico per adolescenti ha finito per scontrarsi con una superficialità di scrittura che il pubblico ha penalizzato. Nonostante i pregi visivi – tra cui spiccano piani sequenza vigorosi e una fotografia sporca da western spaziale che cita Mac Max – la regia non è riuscita a compensare una narrazione priva di scheletro e priva di sfumature emotive, definibile come un vero e proprio “daltonismo narrativo”.

Anche l’inserimento di Jason Momoa nei panni di Lobo e l’uso di una colonna sonora pop a tratti invadente sono stati percepiti più come forzature commerciali per emulare la formula dei Guardiani della Galassia che come reali necessità artistiche.

Quale futuro per il nuovo DC Universe?

Nonostante il pesante passivo economico, i vertici dei DC Studios mantengono la linea della fermezza. Peter Safran ha stemperato le tensioni dichiarando che il progetto rappresenta esclusivamente un tassello di una strategia più ampia e a lungo termine, confermando la totale fiducia della dirigenza nel percorso tracciato per il brand.

James Gunn, attualmente impegnato sul set di Man of Tomorrow (il sequel di Superman), ha scelto per il momento la via del silenzio stampa. Resta da capire come questa accoglienza fredda influenzerà la caratterizzazione dei prossimi progetti cross-mediali e se il franchise saprà correggere il tiro, offrendo storie capaci di superare la barriera della stanchezza del pubblico attraverso scelte morali ed evoluzioni davvero necessarie.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

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