Supergirl

Il nuovo corso del DC Universe continua ribaltando le aspettative del pubblico. Chi si aspetta la classica figura solare, rassicurante e speculare a Superman rimarrà spiazzato: questa incarnazione di Kara Zor-El viaggia su binari opposti. La sua è una figura spigolosa, indurita dai traumi e costretta a fare i conti con ferite aperte.

In questa recensione di Supergirl analizzeremo come il regista Craig Gillespie sia riuscito a valorizzare un’eroina imperfetta, capace di trarre la propria forza non da una purezza ideale, ma dalla rielaborazione del proprio dolore.

L’adattamento cinematografico, che si ispira direttamente all’opera a fumetti Supergirl: Woman of Tomorrow di Tom King e Bilquis Evely, si struttura come un vero e proprio western spaziale. Lontano dai canoni tradizionali del genere, il film si concentra su un percorso di crescita intimo e crudo, staccandosi nettamente dalle atmosfere più luminose e ottimiste viste nelle recenti storie di Superman.

Il trauma di Krypton e la fuga emotiva di Kara

La Kara di Gillespie è immersa in un lutto costante, un elemento che definisce ogni sua scelta. Spesso si tende a equiparare la sua storia a quella del cugino Kal-El, dimenticando una differenza cruciale: la fine di Krypton non è stata un cataclisma improvviso, ma una lenta e agonizzante fine biologica e sociale che ha consumato un intero popolo.

Mentre Kal-El è cresciuto tra i campi del Kansas senza alcun ricordo reale del pianeta natale, Kara ha vissuto quella fine in prima persona. Ha memoria dei volti, delle strade, della distruzione. Non porta con sé solo il peso della sopravvivenza, ma il fantasma di una civiltà scomparsa.

Questo trauma si traduce in una costante fuga emotiva. Kara scappa dai tentativi del cugino di offrirle una normalità, rifiuta i doveri legati alle sue straordinarie capacità e cerca persino di annullarsi sotto un sole rosso. Preferisce la vulnerabilità di un bicchiere di whiskey alla perfezione aliena. La regia segue questa corsa contro il passato, mostrando un’eroina che tenta disperatamente di non farsi raggiungere dai propri spettri, finché il destino non la costringe a fermarsi.

Milly Alcock è il cuore pulsante del film

L’elemento che mette d’accordo pubblico e critica è la performance centrale di Milly Alcock nei panni di Supergirl. L’attrice restituisce un’interpretazione energica, sarcastica e profondamente ribelle, sfoggiando persino una t-shirt della band Blondie anziché la classica tuta in spandex.

La Alcock eccelle soprattutto quando abbandona la maschera da dura per mostrare i crolli emotivi del personaggio. Nei flashback dedicati alla distruzione di Argo City la sua recitazione si fa intensa e dolorosa, dando vita a una protagonista fallibile, mossa dall’impulso e lontana anni luce dal mito dell’invincibilità. Alcock regge sulle sue spalle l’intero film, dimostrandosi una scelta di casting straordinariamente azzeccata.

Un viaggio cosmico che diventa una vendetta universale

La trama accelera quando Kara incrocia il cammino di Ruthye (interpretata da Eve Ridley), una giovane aliena determinata a vendicare la propria famiglia. Il loro viaggio attraverso mondi desolati e ostili trasforma il pretesto della vendetta in uno strumento di analisi interiore e di crescita.

Il punto di svolta emotivo coincide con l’avvelenamento del cane Krypto: un evento brutale che azzera la distanza emotiva di Kara, trasformando il film in una sorta di “John Wick nello spazio”. In questa fase la narrazione non teme di affrontare temi complessi e crudi, evocando atmosfere che richiamano il mito del ratto delle Sabine per raccontare la tratta delle donne, dando alla vicenda una portata drammatica e universale. Splendido il finale, dove Kara affronta un test morale ambiguo: pur implorando Ruthye di scegliere la pietà, si fa carico in prima persona delle scelte più oscure e necessarie.

L’estetica da western fantascientifico

Visivamente, la pellicola si distacca dalle produzioni patinate della concorrenza. Privilegiando effetti pratici e un design alieno tangibile, Gillespie mette in scena una fantascienza polverosa e malinconica, molto vicina al cinema western classico.

Tuttavia, lo stile di regia mostra alcune debolezze. Gillespie sceglie inquadrature molto strette e un montaggio sincopato per i combattimenti, togliendo respiro alla spettacolarità dei poteri kryptoniani. A questo si aggiunge un massiccio uso di canzoni pop della colonna sonora (con brani di Jenny Lewis e Modest Mouse) che a tratti sembra imposto a tavolino per imitare lo stile dei Guardiani della Galassia di James Gunn, finendo per distrarre lo spettatore anziché arricchire la scena. Nota dolente anche per Krypto: purtroppo l’effetto digitale della CGI a volte tradisce la sua natura artificiale, faticando a integrarsi perfettamente accanto agli attori in carne e ossa.

Il fattore Lobo e i limiti della sceneggiatura

In un contesto dai toni spesso drammatici, l’ingresso di Jason Momoa nei panni di Lobo porta una ventata di ironia e imprevedibilità. Pur apparendo come un elemento promozionale e d’intrattenimento slegato dalla trama principale, il cacciatore di taglie spaziale funziona. Ironicamente, dimostra un’etica superiore a quella dell’antagonista principale: Lobo agisce per denaro e non lo nasconde, muovendosi secondo un preciso codice professionale che separa il dovere dal piacere.

I veri limiti del progetto emergono nella gestione del ritmo della sceneggiatura scritta da Ana Nogueira, che presenta alcune zone morte nella parte centrale. A risentirne è soprattutto il villain Krem (Matthias Schoenaerts): nonostante un ottimo impatto visivo e un design che richiama le atmosfere di Mad Max, il personaggio manca di tridimensionalità e motivazioni profonde. Agisce per pura, banale crudeltà e finisce per sfigurare nel confronto con la complessità e l’evoluzione delle due protagoniste femminili. Inoltre, è difficile da capire come mai parlasse come un NPC di un videogioco; quasi come se la sua voce fosse perennemente fuori campo.

Supergirl è il volto del nuovo corso DC?

Supergirl: Woman of Tomorrow si propone come un tassello fondamentale per definire la varietà stilistica del nuovo universo DC. Nonostante qualche difetto di scrittura, una colonna sonora fin troppo invadente e un cattivo poco incisivo, il film riesce a imporsi come un’opera indipendente e dotata di una propria anima imperfetta.

Al centro resta la figura di una ragazza fragile e arrabbiata, interpretata da una Milly Alcock che dimostra di avere tutte le potenzialità per diventare il pilastro emotivo di questo nuovo corso editoriale.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

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