Se la bellezza è davvero potere, “The Beauty” esplora cosa accade quando quel potere smette di essere simbolico e diventa concreto. Presentata in anteprima a Roma, la nuova serie FX di Ryan Murphy, in arrivo su Disney+ dal 22 gennaio 2026, prende il thriller e lo usa come strumento chirurgico per analizzare una delle ossessioni più tossiche della nostra epoca: l’idea che il corpo possa essere continuamente migliorato e l’identità relegata a semplice effetto collaterale.
Non ci sono futuri lontani o mondi immaginari: la serie si svolge in un domani talmente vicino da sembrare già presente. L’alta moda, regno della perfezione ostentata, viene scossa da morti misteriose che colpiscono top model internazionali. In un colpo solo, The Beauty smonta il mito della bellezza come valore assoluto, rivelandone fragilità, instabilità e – dettaglio non trascurabile – letalità.
L’impatto visivo è immediato e opprimente. La serie si apre con una sfilata accompagnata da Firestarter dei The Prodigy: Bella Hadid attraversa la passerella mentre la moda smette di essere cornice e diventa linguaggio narrativo, manifesto e minaccia. Tra eccesso estetico, follia calcolata e materia sempre sul punto di sfuggire di mano, la serie stabilisce subito la propria cifra: body horror, violenza simbolica e nessuna intenzione di rassicurare lo spettatore.
Qui il corpo è protagonista assoluto. Non è solo superficie da migliorare o oggetto da desiderare, ma terreno di scontro, strumento di controllo e infine luogo di collasso. La bellezza non offre soluzioni, ma pone enigmi perversi: promette riconoscimento e restituisce alienazione. È un interrogativo aperto, volutamente incompleto, che costringe chi guarda a fare i conti con il proprio rapporto con l’immagine.
Sul piano narrativo, la serie segue gli agenti dell’FBI Cooper Madsen (Evan Peters) e Jordan Bennett (Rebecca Hall), inviati a Parigi per collegare eventi apparentemente scollegati. L’indagine li porta a scoprire un virus sessualmente trasmissibile capace di trasformare individui comuni in corpi perfetti. Una promessa allettante, finché non diventa chiaro che in The Beauty ogni upgrade fisico ha un prezzo – e non è mai solo estetico.
Dietro l’epidemia c’è “The Corporation”, guidata da Ashton Kutcher, creatore del farmaco “La Beauty”. Il suo personaggio incarna l’arroganza del potere contemporaneo: un’élite convinta che tutto possa essere comprato o aggirato con la giusta dose di tecnologia. La bellezza che produce è artificiale, seriale, industriale, opposta a quella imperfetta e stratificata di personaggi come quello di Isabella Rossellini.
Il confronto: The Beauty e The Substance
Il dialogo con The Substance di Coralie Fargeat è inevitabile. Entrambe le opere utilizzano il body horror come lente critica, ma mentre il film con Demi Moore affonda nel dramma individuale, The Beauty allarga lo sguardo fino a includere l’intero sistema sociale.
In The Substance, la trasformazione nasce dalla paura di scomparire. Elisabeth Sparkle è una donna che lotta contro l’invecchiamento e contro un’industria che cancella i corpi non più desiderabili. La divisione tra Elisabeth e Sue è una frattura intima, dolorosa, che rende fisica la violenza simbolica esercitata sui corpi, soprattutto femminili.
Ryan Murphy prende quella stessa ossessione e la rende contagiosa. In The Beauty, la bellezza non è più una scelta disperata, ma un obbligo normalizzato. Non riguarda una sola donna, ma un’intera collettività disposta a sacrificare identità, etica e autonomia pur di rientrare in uno standard. Se The Substance racconta una tragedia personale, The Beauty descrive una deriva culturale.
Due opere complementari: una denuncia il rifiuto dell’invecchiamento, l’altra l’idea che solo i corpi perfetti meritino visibilità e desiderio. In entrambi i casi, la bellezza smette di essere aspirazione e diventa strumento di controllo.
Incel, desiderio e ossessione: la psiche sotto pressione
The Beauty non si limita a nominare Incel e Chad: li porta al centro della narrazione come sintomi di un malessere sociale profondo. L’incel qui non esplode in violenza spettacolare, né costruisce ideologie: interiorizza l’odio, lo lascia fermentare fino a trasformarlo in pulsione distruttiva. Proietta la propria incapacità relazionale su chi considera “non persone” – donne che non lo scelgono, giudicate inferiori rispetto a chi è “oggettivamente” più attraente. Deumanizzazione come specchio della frustrazione e del fallimento sociale.
Il desiderio di questo personaggio è semplice e crudele: essere desiderabile, riscattarsi dal proprio isolamento, credere che la bellezza possa ridefinire la propria posizione nel mondo. Murphy qui offre una delle osservazioni più lucide della serie: il bisogno di piacere come passaporto per l’altro, condizione necessaria per sesso, attrazione e riconoscimento. Istinti primordiali che giocano a scacchi con la psiche, mostrando quanto l’ossessione per l’apparenza possa piegare la natura umana.
Il cast diventa parte del discorso: Jeremy Pope e Anthony Ramos lavorano sulla fisicità come strumento narrativo, Rebecca Hall ed Evan Peters sviluppano un’indagine più trattenuta e disciplinata, mentre Kutcher cerca motivazioni “nobili” anche nei comportamenti più discutibili, restituendo la complessità di un potere che si autoassolve mentre produce disastri.
Durante la conferenza stampa, il tema ricorrente è la stessa domanda: cosa siamo disposti a sacrificare per sentirci all’altezza? Rebecca Hall ha ricordato le pressioni iniziali della carriera, mentre Kutcher ha parlato di quanto l’aspetto fisico condizioni la percezione del mondo, generando pregiudizi difficili da scardinare.
L’ossessione per la bellezza, amplificata dai social e dai modelli irraggiungibili, è già oggi una forza potenzialmente letale. The Beauty non inventa un futuro distopico: prende la realtà, la spinge oltre e la restituisce allo spettatore con lucidità chirurgica.
The Beauty si conferma per quello che è: un progetto deliberatamente scomodo, che rifiuta qualsiasi compiacimento. Non cerca empatia, non offre risposte, non si preoccupa di piacere. Espone i meccanismi che regolano il desiderio contemporaneo e lascia allo spettatore il compito di riconoscerli come parte di un sistema perfettamente funzionante.

