The Testament of Ann Lee

The Testament of Ann Lee di Mona Fastvold, presentato in concorso a Venezia 82, racconta l’ascesa e le lotte di Ann Lee (Amanda Seyfried), la fondatrice del movimento religioso degli Shakers. Figura femminile fuori dal tempo, proclamata dai suoi fedeli come una sorta di Cristo donna, Lee lascia la Manchester industriale di fine Settecento per approdare con i suoi seguaci in America, dove tenterà di fondare una comunità utopica fondata su disciplina, celibato e una forma di culto che passa attraverso canti e danze estatiche. Tra accoglienza e ostilità, il percorso di Ann diventa una parabola di fede, sacrificio e resistenza.

Amanda Seyfried, corpo e voce del culto

Amanda Seyfried è il cuore pulsante del film. Non interpreta Ann Lee, la incarna: fragile e feroce, profetica e disperata, guida con voce e corpo un culto che mette lo spettatore di fronte alla potenza del dolore trasformato in estasi. Le sue performance musicali – che non hanno nulla di “musical” nel senso classico, ma sono grida di fede, invocazioni, litanie – sono tra i momenti più elettrizzanti visti quest’anno a Venezia. Coreografie rigorose, curate da Celia Rowlson-Hall, trasformano i rituali in immagini che sembrano videoclip barocchi, sensuali e disturbanti.

I limiti e la coralità

Accanto a Seyfried, il cast vede interpreti come Lewis Pullman, Thomasin McKenzie e Christopher Abbott. Attori che però faticano a emergere contro il muro sonoro e visivo eretto da Fastvold. L’operazione è talmente centrata sulla protagonista e sul suo magnetismo che i comprimari rimangono figure evanescenti, quasi dissolti nella musica. Ma questo limite si intreccia con la forza del film: il racconto non vuole individualità, ma una massa corale che si muove all’unisono.

Un’epopea visiva e sonora

Fastvold e il co-sceneggiatore Brady Corbet, compagni di vita che solo l’anno scorso hanno firmato The Brutalist, costruiscono un racconto che non indulge mai in spiegazioni teologiche. Punta tutto sulla forza visiva e musicale. La prima parte, ambientata nella Manchester è cupa e febbricitante. Sembra uscita da un quadro di Rembrandt: luci oleose, ombre profonde, un mondo diviso tra modernità industriale e misticismo apocalittico. Le musiche di Daniel Blumberg, ispirate agli inni shaker, sono un tappeto sonoro magnetico, capace di trasformare le liturgie in veri e propri momenti di trance collettiva.

Tra utopia e brutalità

The Testament of Ann Lee non è solo un film spirituale: è anche un’opera cruda, dove il corpo viene mostrato mentre attraversa dolore, rinuncia, morte. La regia di Fastvold, con il supporto della fotografia sontuosa e ipnotica in 70mm, mantiene sempre il doppio registro: seducente e respingente, estatico e cupo. È un film che ti trascina dentro una comunità radicale e ti fa capire come potesse attrarre e spaventare allo stesso tempo.

Un inno ipnotico

Con The Testament of Ann Lee, Mona Fastvold firma un’opera che non teme l’eccesso. Anzi costruisce la sua potenza proprio nella ripetizione rituale, nei canti estatici e nella crudezza dei corpi in trance. Un film che seduce con le sue immagini e la sua musica, tanto da trascinare lo spettatore dentro la visione di Ann Lee e farlo uscire quasi tentato di diventare Shaker. Cupo e magnetico, un’esperienza cinematografica che travolge più con la sensazione che con la narrazione.

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