Un posto dove andare

Dopo aver conquistato il pubblico con “Laguna” al Festival di Sanremo 2026, Nicolò Filippucci firma il suo primo vero racconto discografico con “Un posto dove andare”. Ma più che un punto d’arrivo, questo album sembra un luogo di passaggio. Un posto in cui fermarsi, guardarsi indietro e avere il coraggio di sentire tutto.

Un inizio fatto di sfumature

Si parte da “Sfumature”, e già il titolo è una dichiarazione d’intenti. Niente è netto, niente è definitivo.

L’album si muove così: tra zone grigie, tra emozioni che non hanno ancora trovato un nome preciso. È un’introduzione morbida, quasi sospesa, che prepara a un viaggio più interiore che narrativo.

Con brani come “Niente Da Perdere”, “4:30” e “Tutto Tempesta” c’è movimento. La tensione cresce e si arriva al cuore di quelle sensazioni tipiche delle prime volte: tutto è più intenso, tutto è più fragile.

Filippucci si muove dentro un pop che non resta mai fermo, che prova a spingere, a cercare, anche a costo di non essere sempre perfettamente definito. Ma è proprio lì che il disco respira.

“Laguna”: quando la fine sembra un inizio

Poi arriva Laguna. E qualcosa si ferma, forse per merito anche della familiarità che ormai eserci da mesi nelle nostre orecchie. Forse perchè è l’unico brano che personalmente ho sentito più e più volte dal vivo. Ha, in ogni caso, un marchio indelebile dentro di me.

Ci sono canzoni che si ascoltano, e altre che evocano immagini. Questa appartiene alla seconda categoria. Dentro Laguna si aprono scenari quasi cinematografici: storie d’amore epiche, lontane nel tempo, che si intrecciano a ricordi personali. Eppure il brano parla di una fine.

Ma non suona come tale.
C’è qualcosa, forse nel modo in cui è costruito, forse in quello spazio lasciato tra le parole, che restituisce una sensazione opposta: quella di un inizio.
Come se l’abbandono non fosse solo perdita, ma anche la prova che qualcosa è esistito davvero. L’essersi concessi all’altro, aver affidato a qualcuno le proprie paure, anche sapendo che prima o poi scorrerà via come acqua passata.

L’amore, raccontato senza filtri

“Tutte Le Ragazze Vogliono Canzoni D’Amore” gioca con un immaginario più leggero solo in superficie.
Perché in realtà si inserisce perfettamente nel discorso più ampio dell’album: il bisogno di sentirsi visti, raccontati, riconosciuti. L’amore qui non è mai idealizzato del tutto. È qualcosa che si desidera, ma che spesso sfugge, cambia forma, si complica.

Con “Eclissi” il disco entra in una dimensione diversa. Più fisica, più notturna. Il ritmo si fa incalzante, quasi ipnotico. E le parole diventano quasi secondarie.
Non serve dire troppo: basta restare.

C’è qualcosa di proibito in questa mancanza di comunicazione, in questo gioco fatto di silenzi e distanza.
Un rincorrersi continuo, un equilibrio instabile tra vicinanza e fuga. Le immagini sono nette: corpi che si muovono, stretti, sotto luci intermittenti. Un primo ballo sotto una sfera strobo, dove tutto è sfocato, ma incredibilmente vivido.

“Strappalacrime”: dove tutto resta

A chiudere l’album è “Strappalacrime”. E il titolo, questa volta, non mente.

È probabilmente il momento più sincero del disco, quello in cui Nicolò si espone senza protezioni.

«Pensarti mi fa ancora quell’effetto della prima sera» è una frase semplice, ma colpisce perché non prova a essere altro. È nostalgia pura, senza costruzioni. Qui ritorna uno dei temi centrali dell’album: le cose che finiscono, ma non davvero. I capitoli che si chiudono a metà. Le persone che restano, anche quando non ci sono più.

Non è gelosia.
È osservare da lontano qualcosa che si desidera ancora, senza poterci più appartenere.

Un disco che non cerca risposte

Un posto dove andare non è un album che vuole spiegare. Non offre soluzioni, non chiude i cerchi.

Resta.

Resta nelle crepe, nei non detti, nelle emozioni che cambiano forma mentre provi a capirle.
Ed è proprio questo a renderlo vero. Nicolò Filippucci non costruisce un’identità perfetta: si mostra mentre la sta ancora cercando. E in questo spazio sospeso, tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere, trova la sua voce più autentica.

Forse “Un posto dove andare” non è ancora il luogo definitivo, ma è il momento in cui si capisce perché vale la pena continuare a cercarlo.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

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