Con “Wake Up Dead Man: Knives Out“, Rian Johnson torna a dirigere e scrivere il terzo capitolo dedicato al celebre detective Benoit Blanc, interpretato ancora una volta da Daniel Craig. Un episodio che, dopo il gioco brillante e satirico di Knives Out e l’approccio più dichiaratamente pop di Glass Onion, sceglie una strada molto diversa: più cupa, più austera, più ambiziosa, ma anche più problematica.
Un mistero tra fede e peccato
Benoit Blanc (Daniel Craig) viene chiamato a indagare in una piccola comunità di upstate New York, dominata dall’imponente e inquietante chiesa di Our Lady of Perpetual Fortitude.
Il giovane prete Jud Duplenticy (Josh O’Connor), appena trasferito per affiancare il carismatico ma instabile Monsignor Jefferson Wicks (Josh Brolin), si ritrova presto al centro di un ambiente soffocante, costruito su paura, controllo e fanatismo religioso.
Tra i fedeli più assidui del monsignore troviamo Martha Delacroix (Glenn Close), figura austera e silenziosa legata agli affari della chiesa; il custode Samson Holt (Thomas Haden Church); l’avvocatessa Vera Draven (Kerry Washington) e suo marito Cy (Daryl McCormack), politico in cerca di consenso; il medico del paese Nat Sharp (Jeremy Renner); lo scrittore Lee Ross (Andrew Scott) e la violoncellista Simone Vivane (Cailee Spaeny).
Quando un omicidio impossibile sconvolge l’intera comunità durante una celebrazione religiosa, la situazione precipita rapidamente. Con l’assenza di un colpevole evidente e una rete di segreti che coinvolge quasi tutti, la capo della polizia Geraldine Scott (Mila Kunis) decide di affidarsi al talento di Blanc, che si ritrova così coinvolto nel caso più oscuro e ambiguo della sua carriera.
Un cambio di tono drastico e rischioso
La prima vera cesura rispetto ai capitoli precedenti è il tono. Wake Up Dead Man rinuncia quasi del tutto alla vena satirica e all’ironia scintillante che avevano fatto la fortuna di Knives Out. Al suo posto, Johnson costruisce un’atmosfera pesante, religiosa, quasi funerea, in cui il mistero viene filtrato attraverso temi come fede, colpa, redenzione, punizione.
È un’idea interessante, a tratti anche affascinante, ma che rischia spesso di appesantire un impianto narrativo già molto complesso. Dove Glass Onion giocava con il caos e il ritmo, qui tutto rallenta, si fa meditativo, ma anche confuso e dispersivo. Il risultato è un film ambizioso, certamente diverso, ma che fatica a trovare un equilibrio tra introspezione e intrattenimento.
Tra il prete e il detective
Il personaggio più interessante è senza dubbio Jud Duplenticy, interpretato da un solido Josh O’Connor. Il giovane sacerdote è tormentato, irrisolto, schiacciato da un passato violento e da un senso di colpa che trasforma ogni sua scelta in un atto di espiazione.
Il rapporto che si sviluppa tra lui e Benoit Blanc è uno degli aspetti più riusciti del film, perché porta la storia su un terreno più umano e filosofico: fede contro ragione, istinto contro moralità, giustizia terrena contro giudizio divino. Peccato però che proprio questo arco narrativo – che avrebbe meritato un maggiore approfondimento – venga sacrificato in favore di sottotrame secondarie spesso superflue.
Un antagonista potente, ma eccessivo
Jefferson Wicks, interpretato da Josh Brolin, è un personaggio volutamente disturbante, autoritario, manipolatore. Un uomo di chiesa che predica paura e controllo, oscillando tra predicatore fanatico e figura grottesca.
Brolin si diverte, è carismatico, ma il personaggio viene spinto così tanto sopra le righe da perdere gradualmente spessore e credibilità. Quella che dovrebbe essere una presenza minacciosa e ambigua scivola a tratti nella caricatura, rendendo meno efficace anche il suo ruolo narrativo.
Benoit Blanc: più osservatore che protagonista
Daniel Craig resta impeccabile, magnetico, sempre perfettamente centrato nel ruolo. Il suo Benoit Blanc è però sorprendentemente meno centrale rispetto al passato: è più riflessivo, più silenzioso, quasi spettatore degli eventi piuttosto che loro motore. È una scelta voluta, coerente con il tono del film, ma che inevitabilmente priva il racconto di quella brillantezza e di quel gusto per il gioco deduttivo che avevano reso iconico il personaggio.
Troppe anime, pochi colpevoli
Come da tradizione, il film schiera un cast imponente; il problema è però che molti di questi talenti restano relegati a ruoli praticamente ornamentali. Johnson introduce moltissimi personaggi e potenziali colpevoli, ma non riesce a dare a tutti un reale peso narrativo. Il risultato è un mosaico affollato, a tratti dispersivo, che punta subito ai colpevoli conferendogli uno screen time maggiore.
L’ambizione che diventa confusione
La scrittura è intricata, piena di richiami, simbologie religiose, retroscena e connessioni nascoste. Ma proprio questa densità finisce per diventare un limite: i colpi di scena, pur ben costruiti, risultano più prevedibili rispetto ai capitoli precedenti. I depistaggi si accumulano fino a diventare meccanici.
La durata – oltre le due ore e venti – non aiuta un film che avrebbe beneficiato di maggiore sintesi. La sensazione è quella di un’opera che vuole dire troppo, mettere troppe cose insieme, e che finisce per perdere efficacia emotiva e narrativa.
La liturgia dell’inganno
Wake Up Dead Man è il capitolo più serio, più oscuro e anche più irrisolto della saga di Benoit Blanc. Non è un disastro, anzi: resta un’opera curata, interpretata con grande qualità e sostenuta da una regia solida. Ma rispetto alla brillantezza e all’equilibrio dei primi due capitoli, questo episodio appare più debole, meno coeso e meno divertente. Benoit Blanc resta un personaggio irresistibile, ma questa volta il caso non è all’altezza della sua leggenda.
“Wake Up Dead Man” è ora disponibile in cinema selezionati e arriverà su Netflix il 12 dicembre.

