Wicked: for good

Tornare a Oz, questa volta, significa guardarlo da una prospettiva nuova. Wicked: For Good non si limita a chiudere la storia iniziata nel primo capitolo: la espande, la complica, la rende più vasta e – soprattutto – più umana. Jon M. Chu prende ciò che conosciamo del musical e decide di ribaltarlo, esplorando lati nascosti, retroscena e spazi lasciati in ombra per decenni.

Se il primo film seguiva quasi pedissequamente il viaggio di Elphaba e Glinda, qui Wicked osa: allarga il suo sguardo, espande i confini del mondo di Oz e ci permette di esplorare ogni singolo mattone giallo. La storia si intreccia inevitabilmente con quella di Dorothy e del suo cagnolino, nella loro corsa disperata verso un ritorno a casa. È affascinante come cambiando punto di vista, cambino anche i ruoli, le responsabilità, le verità. Un cattivo smette di essere cattivo quando inizi ad ascoltarne la storia. Un buono smette di essere buono quando guardi oltre la patina brillante che lo circonda.

Dentro il cuore dei personaggi

È questo il cuore della narrazione: un ribaltamento degli archetipi che abbiamo sempre dato per scontati. Il diverso continua a spaventare e la necessità di accentrare il potere nelle mani di un solo presunto “buono” genera narrazioni distorte. Così il grande e magnifico Oz, dietro la sua maschera di grazia e carisma, si rivela in realtà un manipolatore capace di designare nemici a piacimento pur di instillare il principio del “divide et impera” negli Oziani. La storia, del resto, è sempre stata il racconto dei vincitori sui vinti. E chi vince non mostra mai quanto siano sporche le sue mani.

In questo secondo capitolo Wicked diventa davvero adulto. Ci addentriamo dentro i personaggi, nelle loro paure, nei loro desideri, nelle loro crepe. Cerchiamo di capire non solo cosa fanno, ma perché lo fanno. Elphaba non è più la strega verde che incute timore, ma una donna che lotta per giustizia, dignità e per gli animali parlanti che nessuno difende. Glinda non è più la ragazza perfetta: sotto l’abito rosa affiora fragilità, senso di colpa e smarrimento. Il cuore, quindi, risiede tutto nel rapporto tra bene e male, muovendoci in un territorio in cui verde e rosa si mescolano fino a trovare le loro sfumature l’uno nell’altro.

Elphaba è cambiata, Glinda lo ha fatto, e non sanno ancora quali siano le conseguenze, ma il cambiamento è avvenuto. Per sempre. Esattamente come recita il titolo del film. For Good si rispecchia nel testo della canzone che diventa la confessione reciproca delle protagoniste: strade destinate a dividersi, ma che hanno modificato per sempre chi le ha percorse.

Amore, sogni, scelte e conseguenze

La storia, nel corso della sua durata, riesce a parlare di amore, famiglia, sogni e potere. È una lenta trasformazione, come quella degli iconici personaggi che hanno accompagnato Dorothy lungo la strada d’oro, che diventa chiave di lettura per le “conseguenze”. Scelte che vengono prese e che pesano in tutto il loro corso. Le scarpette argentate, simbolo di un passato difficile da cancellare, diventano un tassello fondamentale, un oggetto capace di modificare irrimediabilmente l’avvenire degli eventi, come una scintilla che accende una verità ormai impossibile da ignorare.

Wicked: For Good diventa così un modo per raccontare questo legame e le sue inevitabili fratture. Forse lo fa con meno forza rispetto al primo capitolo, ma affida ai primi piani il compito di mostrare ogni emozione, ogni incrinatura, ogni verità. I movimenti di camera mettono accenti precisi, ritmati, capaci di imprimere visivamente l’intensità emotiva di ciascun personaggio. Sono gli sguardi a parlare, più delle battute e delle canzoni. Sono gli occhi che non riescono a mentire e che rivelano tutta la profondità del legame tra Elphaba e Glinda.

Musica che respira, vive, soffre

La colonna sonora, tra brani leggendari e nuove composizioni, diventa un vero linguaggio emotivo. Ogni nota è un passo avanti nella storia, ogni melodia una confessione, ogni duetto un confronto che lascia cicatrici. I due brani nuovi, inseriti esclusivamente nel film, servono a esplorare ulteriormente la caratterizzazione di Glinda e Elphaba. Nel primo caso, osserviamo quanto possa essere frustrante la quotidianità vissuta col peso di una maschera. Guardando più da vicino quella ragazza nella sua bolla, emerge quanto poco felice possa essere, o quanto “cattiva” appaia. Lei, simbolo di speranza per l’intera popolazione, è costretta a confrontarsi con il ricordo dell’affetto che nutre per Elphaba, in un sentimento pieno di contrasti: l’amica, nella narrazione comune, ha assunto il ruolo di strega cattiva, e per lei deve necessariamente esserci un cattivo affinché Glinda possa essere “buona”.

Dall’altra parte, Elphaba si staglia come una sorta di “libertà che guida il popolo”. Nei suoi brani si percepisce l’amara e viscerale bile provata quando si è costretti a lasciare casa propria, quando la lotta sembra esaurire ogni forza. Un messaggio potente, che riecheggia nella nostra modernità e nella cronaca: la possibilità di mettersi nei panni degli altri, di sentire la pelle d’oca davanti all’idea che tutti vadano via e che non resti più nessuno per cui lottare. Questi brani diventano così strumenti di introspezione, rivelando lati dei personaggi che mai avremmo potuto vedere prima, e conferendo nuova profondità emotiva al film.

Cynthia Erivo è incredibile nella sua vulnerabilità potente. Ariana Grande sorprende per profondità emotiva e consapevolezza scenica. Jonathan Bailey porta luce e cuore, mentre Michelle Yeoh e Jeff Goldblum incarnano con perfezione il lato oscuro del potere: elegante, subdolo, insinuante.

Perché questo film funziona

Wicked: For Good non è un semplice “atto secondo”: è un cambio di prospettiva. È una rilettura che svela cosa c’era prima della leggenda. È un invito a guardare oltre ciò che sembra, oltre ciò che abbiamo sempre creduto. È un film che ricorda che la verità è sempre più complessa, più sfumata, più umana. Quando una storia decide di cambiare punto di vista, spesso cambia anche noi.

Infine, saggia la scelta di rinfrescare la memoria degli spettatori utilizzando alcune scene dell’originale Il mago di Oz per raccontare la disfatta della Strega. Un ponte visivo e narrativo che non spezza il ritmo, anzi: amplifica il senso di inevitabilità che aleggia su tutta la seconda parte, ricordandoci che ogni gesto, ogni deviazione dal sentiero, ogni emozione trattenuta o lasciata esplodere… ha portato proprio lì. Anche questo diventa parte del grande tema delle “conseguenze”, del peso delle scelte che deformano e ricompongono il destino, come le scarpette lucenti che continuano a muovere i fili di un passato impossibile da cancellare e di un futuro che nessuna delle due protagoniste può davvero controllare.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

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