Dopo aver tracciato le prime coordinate emotive con Cattedrali e Resistenza, wowdrugo torna a raccontarsi con Pao Pao, il nuovo singolo in uscita il 13 marzo su tutte le piattaforme digitali. Un brano che non è solo un’anticipazione del suo album d’esordio Belvedere sullo spazio, ma un ulteriore tassello di un percorso artistico che si muove tra introspezione e visione.
Ispirato all’omonimo romanzo di Pier Vittorio Tondelli, Pao Pao affonda le radici in un immaginario lontano solo in apparenza, trasformando l’esperienza militare in una potente metafora della giovinezza: fatta di sradicamenti, attese e della costante ricerca di un luogo (fisico o emotivo) in cui sentirsi finalmente a casa.
Abbiamo incontrato wowdrugo in occasione del suo live da “Salto (San Lorenzo, Roma).
Parliamo della tua ultima uscita: “Pao Pao”. Vuoi descriverci questa canzone, anche perché nasce da qualcosa di molto intenso?
«“Pao Pao” è un omaggio che ho fatto all’omonimo libro di Pier Vittorio Tondelli, che lessi dieci anni fa. Parla di giovani militari che si trovano trapiantati lontano da casa, dal loro “giardino”, e catapultati in altri luoghi. Però condividono qualcosa di universale con tutti i giovani, anche con noi fuori sede: quella confusione, quel disallineamento tra aspettative e realtà, tra sogni e illusioni. Quel libro mi ha travolto e ho deciso di scriverci sopra questa canzone».
Tu stesso hai detto che non avresti mai pensato di entrare così tanto in empatia con questi sentimenti. Collegandoci anche al tuo percorso – dalla Calabria a Roma e all’esperienza in Officina Pasolini – che legame c’è?
«C’è sicuramente un legame fortissimo. Quando arrivi in una grande città hai tante aspettative, ma poi ti trovi inevitabilmente a fare i conti con una realtà diversa. È un discorso generazionale: tanti vivono questo contrasto tra i sogni e la realtà quotidiana.
Nella canzone si parla anche di “territori di diffusione”. Luoghi che non sono il tuo giardino, ma che riescono comunque a darti spazio e amore, ciò che serve per andare avanti».
Collegandoci ai tuoi brani precedenti, come “Cattedrali” e “Resistenza”, in che modo si legano a “Pao Pao”?
«Mi piace definire queste canzoni come delle piccole esperienze di volo. L’album prende il nome di “Belvedere sullo spazio”.
Lo spazio è tutto, è il piano su cui esistono sia le cose reali sia quelle astratte, ed è anche lo spazio dell’immaginazione. In queste esperienze di volo vado a esplorare i sentimenti e le emozioni che viviamo ogni giorno».
Se dovessi scegliere un’immagine cinematografica da associare a “Pao Pao”, quale sarebbe?
«Probabilmente la classica scena da serie TV americana della partenza per il college: quel momento pieno di emozioni, caos e cambiamento che vive un giovane adolescente».
Una generazione in bilico
Con Pao Pao, wowdrugo continua a costruire un racconto delicato e stratificato. Un luogo, quasi, in cui la fragilità non è mai un limite ma un punto di partenza. In un tempo che corre veloce e spesso lascia poco spazio all’ascolto.
Il cantautore, così, sceglie invece di rallentare, osservare e restituire valore al silenzio, all’incontro e alla consapevolezza. Il risultato è un brano che parla a una generazione in bilico, sospesa tra ciò che immaginava di essere e ciò che sta diventando. Ricordando, in questo modo, che proprio nella sensibilità può nascondersi la chiave del cambiamento. E che, forse, è proprio lì che tutto ricomincia.

