“Trastevere”, il nuovo brano di michiamanojack, nasce proprio dall’idea che un quartiere possa conservare il volto di qualcuno. I sampietrini, il profumo di una moka all’alba, una rissa improvvisa o una scritta su un muro sono in grado di diventare frammenti di una relazione ormai finita.
Dietro il nome d’arte si nasconde Giacomo Calloni, cantautore toscano classe 1997, cresciuto con la chitarra tra le mani e con un’urgenza ancora più forte: quella di scrivere. Il suo è un equilibrio delicato tra cantautorato e pop, dove l’autoironia convive con un romanticismo dichiarato e i testi restano profondamente autobiografici.
Lo abbiamo incontrato per parlare di Trastevere, del peso della sincerità nelle canzoni e di quei dettagli che spesso sfuggono agli occhi di tutti, ma che finiscono per cambiare il modo in cui ricordiamo una persona.
Tra romanticismo e cinismo, tre aggettivi con cui descriveresti te stesso e il tuo progetto?
«Indubbiamente nostalgico, e mi rendo conto che spesso è facile confondere malinconia con nostalgia, ma credo che i miei brani sia impregnati più dalla seconda.
Poi ti direi autoironia, perché ho sempre odiato che si prende troppo sul serio e cerco di non farlo mai con me stesso in primis, mi piace far vedere anche i fallimenti, le debolezze, e riderci su.
E poi sicuramente distratto, che sembra un aggettivo più pertinente a me che alla mia musica, ma è proprio l’essere continuamente distratto nella vita, il perdermi nei piccoli dettagli, focalizzarmi su cose probabilmente inutili e invisibili per tanti, che poi mi portano ad utilizzare tutte quelle immagini che spesso utilizzo nelle mie canzoni».
Hai detto che i tuoi testi sono estremamente autobiografici. Ti capita mai di censurarti prima di pubblicare una canzone?
«C’ho provato a volte, nei momenti in cui mi rendevo conto di essere stato troppo specifico e magari potevo urtare la sensibilità delle persone che avevano vissuto determinate cose insieme a me, ma poi alla fine non ci sono mai riuscito, non perché io sia egoista o menefreghista, ma semplicemente perché sono quasi ossessionato dalla verità, l’essere sincero nei testi lo metto sempre al primo posto, è una cosa a cui tengo molto».
Scrivi da quando avevi dieci anni: rileggendo quei primi testi, cosa è rimasto del Giacomo di allora nel michiamanojack di oggi?
«Probabilmente l’inguaribile romanticismo, questa visione dell’amore sognante che già avevo prima ancora di provarlo veramente, quindi figuriamoci adesso che so cosa significa. E di pari passo con il romanticismo direi la sensibilità, che per anni, da quando ero bambino fino a tutta l’adolescenza, me la sono vissuta come una croce, una spada di Damocle pronta a trafiggermi, ma che oggi è ciò che mi permette di sentire ciò che mi circonda e di conseguenza scrivere».
Il romanticismo oggi sembra quasi andare controcorrente. Cosa significa per te continuare a crederci senza cadere nella nostalgia?
«Secondo me sono due facce della stessa medaglia e sono divise solo dal tempo. Non possono coesistere, ma entrambi si prendono sempre uno spazio nella nostra vita al termine di una relazione. Per come la vedo io il romanticismo c’è in tutta la prima fase di una relazione, quando poi una storia finisce allora lì entra in gioco un periodo di nostalgia e solo successivamente, quando abbiamo fatto pace con i sentimenti, il romanticismo torna, perché ti ricapiterà magari di pensare a ciò che è stato con un sorriso, senza nostalgia, senza la voglia di tornare insieme perché consapevoli che certi momenti accadono solo quando devono e non si possono ricreare, mia nonna direbbe che “la zuppa riscaldata non è mai buona”, però consci che quello che abbiamo vissuto è stato tanto bello quanto irripetibile ed è un ricordo a cui ripenseremo romanticamente e lo porteremo con noi per sempre».
Ti definisci in bilico tra cantautorato e pop. Qual è l’artista che ti ha insegnato a stare su quel confine?
«Probabilmente non ho un vero e proprio esempio da fare, però penso che sia un elemento che contraddistingue tutta la nuova generazione di cantautori, tutta la scena indipendente, che rispetto al passato tende a prendersi molto meno sul serio.
Sicuramente il mio punto fermo, ed il motivo per cui ho iniziato a scrivere canzoni da bambino, è Fabrizio Moro, che mi ha influenzato molto e secondo me lui è un ottimo rappresentante di questo stare in bilico.
Poi uno che c’aveva visto lungo ed era avanti per i suoi tempi sicuramente era Rino Gaetano, che si prendeva sul serio e affrontava certe tematiche quando ne sentiva la necessità, ma allo stesso tempo era leggero e scanzonato su altri brani.
Non a caso è il mio preferito tra i cantautori storici italiani».
Visto che nel tuo brano “Trastevere” paragoni una persona al quartiere, è successo un episodio in particolare che ha dato luce a questa analogia?
«Si, ho avuto per quasi 1 anno una relazione a Roma, e Trastevere è un quartiere che ho frequentato spesso, soprattutto per quanto riguarda la vita mondana. Finita questa relazione ogni volta che mi è capitato di tornare lì automaticamente associavo scene di strada, momenti, fotografie mentali, a determinati luoghi, vie, angoli che vedevo in giro.
A quel punto si è iniziato ad insinuare questo tarlo nella mia testa, ho iniziato a pensare quanto fosse facile legare delle persone in maniera così forte a dei luoghi tanto che per te quel luogo ad un certo punto diventa quella persona.
E così è nata Trastevere».
Nel brano ricorre la frase “Forse non te l’ho mai detto”. C’è qualcosa che avresti voluto dire a quella persona e che alla fine hai detto solo nella canzone?
«Forse si, o forse no, non so dirtelo. Sicuramente dopo del tempo dalla fine di una relazione siamo più lucidi e riusciamo ad analizzare meglio i nostri sentimenti, ma è anche vero che ogni cosa ha il suo tempo, e queste frasi potevano stare solo in questa canzone.
Quel “Forse non te l’ho mai detto” significa solamente “magari non sono mai stato bravo a fartelo capire, ma adesso lo sai”».
Se qualcuno ascoltasse Trastevere camminando davvero per quelle strade alle sei del mattino, quale dettaglio speri che noti?
«Io spero che noti i dettagli, in generale, nessun dettaglio nello specifico.
Perché ciò che rende magici certi luoghi, certi quartieri, sono proprio i dettagli, una scritta su un muro che non avevi mai notato, alzare la testa e vedere che la prospettiva cambia tutto ciò che ti circonda e le persone che lo abitano, che svolgono semplici azioni quotidiane.
Ma il bello sta proprio lì, nella semplicità di una certa quotidianità.
Sta solo a noi notarlo e lasciarci affascinare».
Quando scrivi arrivano prima le immagini o le emozioni?
«Probabilmente le immagini, perché ho una memoria prettamente fotografica, quindi sono le immagini che arrivano e mi risvegliano certe emozioni, che poi provo a trasmettere a chi ascolta».
Se potessi scegliere un film o una serie a cui prestare una tua canzone come colonna sonora, quale sarebbe?
«Qua, tiro fuori un pò di sano patriottismo toscano e rivendico un film molto bello e importante per la mia regione, e secondo me troppo sottovalutato, che è Ovo Sodo di Paolo Virzì.
Perché è un film che è molto simile alle mie canzoni probabilmente e che rappresenta bene un certo modo di essere di noi toscani. Parla di amore, di romanticismo, di quotidianità, e lo fa sempre con quell’autoironia che ci contraddistingue, tutte cose che penso si possano facilmente ritrovare anche nei miei brani.
E poi sotto quel velo superficiale di commedia è in realtà un film estremamente agrodolce, proprio come lo sono certi miei testi».
Quando i luoghi imparano a parlare
Ascoltando michiamanojack si ha la sensazione che le città non facciano soltanto da sfondo alle storie, ma finiscano per diventarne protagoniste. In Trastevere Roma non è un semplice quartiere da attraversare: è un archivio emotivo fatto di rumori, odori e piccoli gesti che sopravvivono alle persone.
La sua scrittura nasce proprio da lì, da una memoria che lui stesso definisce “fotografica”, capace di trasformare dettagli apparentemente insignificanti in immagini condivise. Ed è forse questo il cuore della sua musica: ricordarci che, a volte, basta alzare gli occhi da una strada per accorgersi che anche i luoghi hanno imparato a parlare.

