Il caos non è sempre qualcosa da cui scappare. A volte è proprio attraversandolo che si riesce a ritrovare una parte di sé che sembrava essere rimasta indietro, sepolta sotto le responsabilità, le aspettative e tutto ciò che accompagna il passaggio all’età adulta. È da questa prospettiva che si può guardare al ritorno al cinema de Il Gatto col Cappello, celebre personaggio nato dalla fantasia di Dr. Seuss, protagonista di una nuova avventura animata diretta da Alessandro Carloni ed Erica Rivinoja.
Un personaggio che ha fatto della disobbedienza, dell’imprevedibilità e della libertà di rompere gli schemi il proprio marchio di fabbrica e che oggi si ritrova a fare i conti con un mondo nel quale persino l’immaginazione sembra avere un regolamento da rispettare. Il film sceglie di non limitarsi a riproporre sullo schermo le pagine del libro pubblicato nel 1957, ma costruisce attorno al suo protagonista un universo più ampio, trasformando una storia per l’infanzia in un’avventura che cerca di parlare a generazioni differenti.
Il risultato è un racconto colorato, attraversato da una buona dose di follia e da un immaginario visivo particolarmente vivace, ma anche una storia che, dietro le sue trovate comiche, nasconde una riflessione più adulta sul cambiamento, sulla famiglia e sul modo in cui impariamo a guardare chi ci ha cresciuto. Perché, a volte, crescere significa anche provare a comprendere le scelte di chi è venuto prima di noi.
Il Gatto col Cappello e una missione fuori dagli schemi
In questa nuova versione, il Gatto (doppiato in originale da Bill Hader e in italiano da Stefano Fresi) non è soltanto una creatura bizzarra che compare improvvisamente nelle case dei bambini per sconvolgerne la quotidianità. Fa parte di un’organizzazione, l’Istituto per l’Istituzione dell’Immaginazione e dell’Ispirazione, che ha il compito di intervenire nella vita dei più piccoli per riportare entusiasmo e felicità. Il suo talento per il disordine, tuttavia, non sembra essere particolarmente apprezzato dai superiori e, dopo una serie di incarichi finiti male, il protagonista si ritrova davanti a un’ultima possibilità per dimostrare il proprio valore.
La missione lo porta a conoscere Gabby e Sebastian, due fratelli che stanno attraversando un momento difficile dopo essersi trasferiti in una nuova città insieme alla madre Carmen. Il cambiamento ha lasciato soprattutto Gabby alle prese con la nostalgia per la vecchia casa e per tutto ciò che ha dovuto abbandonare. Sarà proprio il Gatto a cercare di restituire ai due bambini un po’ di quella spensieratezza che sembra essersi persa tra gli scatoloni del trasloco.
Quello che dovrebbe essere un incarico relativamente semplice si trasforma presto in un viaggio attraverso mondi fantastici, ricordi e dimensioni imprevedibili, anche a causa di uno strumento capace di riavvolgere il tempo. Il racconto si allontana così dalla situazione domestica del libro per abbracciare una struttura avventurosa più articolata, nella quale il rapporto tra i personaggi e il tema della famiglia diventano il vero motore emotivo della vicenda.
L’idea di partenza è interessante, soprattutto per il modo in cui prova a reinterpretare il ruolo del Gatto. Una creatura che rappresenta l’imprevedibilità viene inserita in un sistema che misura e valuta la sua capacità di generare felicità. Una contraddizione che accompagna il personaggio e che diventa anche uno degli elementi più curiosi della narrazione.
La fantasia di Dr. Seuss incontra il cinema d’animazione contemporaneo
Uno degli aspetti più riusciti dell’operazione è senza dubbio il comparto visivo. Alessandro Carloni, già legato al mondo DreamWorks e co-regista di Kung Fu Panda 3, ed Erica Rivinoja costruiscono un film che cerca di differenziare i propri ambienti attraverso linguaggi grafici e soluzioni estetiche differenti.
Il mondo reale mantiene un’impostazione più tradizionale, con una resa tridimensionale dei personaggi e ambientazioni relativamente riconoscibili. Quando invece il racconto si sposta negli universi fantastici, l’animazione acquista maggiore libertà: i colori diventano più saturi, le forme si deformano, gli spazi sembrano perdere i propri confini e la fantasia trova finalmente una dimensione visiva più vicina all’immaginario illustrato di Dr. Seuss.
È soprattutto in questi passaggi che il film riesce a esprimere la propria personalità. L’animazione si diverte a giocare con le proporzioni, con le prospettive e con una fisicità volutamente esagerata, restituendo qualcosa di quella libertà creativa che appartiene al personaggio. Non tutto, però, trova lo stesso equilibrio: alcune intuizioni sembrano avere più forza della storia che dovrebbe contenerle.
Il prezzo di trasformare un racconto breve in un lungometraggio
Adattare un libro illustrato come The Cat in the Hat, costruito intorno a un racconto essenziale e a un immaginario immediatamente riconoscibile, significa inevitabilmente confrontarsi con una domanda: quanto è possibile aggiungere senza snaturare l’originale?
La scelta di ampliare la storia e approfondire il passato emotivo dei personaggi permette al film di affrontare temi come il cambiamento, la nostalgia, i legami familiari e la difficoltà di trovare un nuovo equilibrio quando tutto ciò che conosciamo viene improvvisamente messo in discussione. Sono argomenti che danno alla vicenda una dimensione più contemporanea e che possono parlare anche a un pubblico adulto.
Il problema è che questa necessità di dare un significato a ogni passaggio finisce talvolta per appesantire una storia che dovrebbe trovare la propria forza proprio nella leggerezza. Il Gatto non è più soltanto l’elemento imprevedibile che rompe la routine dei bambini, ma diventa una sorta di guida emotiva, chiamata ad accompagnare i protagonisti verso una presa di coscienza.
Anche la struttura narrativa risente di questa espansione. L’avventura accumula situazioni, personaggi, mondi da attraversare e obiettivi da raggiungere, avvicinandosi a un modello di animazione contemporaneo nel quale ogni elemento deve contribuire alla costruzione di un racconto più grande. È una direzione comprensibile, ma non sempre necessaria dal punto di vista creativo.
Eppure, proprio in questa scelta di allontanarsi dalla semplicità del racconto originale, il film trova lo spazio per parlare di qualcosa che va oltre l’infanzia.
Il Gatto col Cappello colpisce anche il cuore degli adulti
Il Gatto col Cappello riesce a colpire anche il cuore dei più grandi. Perché, al di là della sua esuberanza, dei colori e di quel caos che sembra non voler lasciare nulla al proprio posto, il film racconta qualcosa che prima o poi riguarda tutti: il passaggio da una fase della vita a un’altra, il momento in cui ci si ritrova a fare i conti con ciò che si è lasciato alle spalle e con le ragioni che ci hanno portato a farlo.
Che si tratti di entrare nell’età adulta o di diventare genitori, esiste una soglia che non si può evitare di attraversare. È il momento in cui le responsabilità cambiano il nostro modo di guardare il mondo, modificano le priorità e, inevitabilmente, anche una parte della nostra personalità. Il film affronta questa presa di coscienza attraverso gli occhi dei figli, Gabby e Sebastian, costretti a confrontarsi con una realtà familiare che non sempre riescono a comprendere.
Nel cambiamento della loro vita, i due bambini si trovano a osservare una madre che ha fatto delle scelte, ha rinunciato a qualcosa e ha assunto responsabilità che loro, almeno inizialmente, non sono in grado di decifrare. È proprio qui che il racconto trova una delle sue intuizioni emotive più interessanti: crescere significa anche imparare a guardare i propri genitori da una prospettiva diversa, provando a comprendere che alcune decisioni, anche quando sembrano incomprensibili o dolorose, sono state prese pensando al bene dei figli.
Ricordare chi siamo stati
Non significa che diventare adulti o genitori cancelli automaticamente ciò che siamo stati. E forse è proprio questo il punto. Assumersi una responsabilità differente dovrebbe significare imparare a convivere con le proprie trasformazioni senza dimenticare la persona che eravamo prima. Perché il rischio, crescendo, è quello di lasciare indietro non soltanto abitudini e desideri, ma anche quella parte di noi capace di meravigliarsi, giocare e guardare il mondo senza avere sempre bisogno di una spiegazione.
Attraversando caos, follia e mondi che sembrano non conoscere alcuna regola, il Gatto col Cappello insegna una lezione ai più piccoli, ma lascia soprattutto un promemoria agli adulti: non perdere di vista il nostro fanciullino. Quella parte di noi che abbiamo imparato a nascondere sotto il peso delle responsabilità, delle aspettative e delle cose da fare, ma che continua a esistere e a chiederci spazio. E, soprattutto, ricordarci di ringraziarlo per essere ancora lì, nonostante tutto.
Crescere senza dimenticare chi siamo stati
C’è una certa malinconia nel vedere un personaggio nato per mettere tutto sottosopra diventare il protagonista di una storia che cerca continuamente di rimettere ogni cosa al proprio posto. Il nuovo Il Gatto col Cappello conserva una parte della sua esuberanza, trova momenti di autentica inventiva e costruisce un universo visivamente interessante, ma sembra avere qualche difficoltà a fidarsi davvero del disordine che dovrebbe rappresentare.
La sua volontà di parlare a più generazioni, di emozionare i bambini e di offrire agli adulti un racconto sulla memoria e sulla crescita è comprensibile. Tuttavia, non tutto ha bisogno di trasformarsi in una lezione e non ogni personaggio irriverente deve necessariamente trovare una funzione educativa per giustificare la propria presenza sullo schermo.
Rimane un’avventura animata capace di intrattenere, sostenuta da una buona dose di fantasia e da un protagonista che conserva ancora parte del proprio carisma. Ma la sua eredità più interessante non si trova soltanto nelle gag o nelle incursioni in mondi fantastici, quanto nella possibilità di riscoprire, attraverso gli occhi dei bambini, qualcosa che gli adulti rischiano troppo spesso di dimenticare.
Forse il Gatto col Cappello non ha bisogno di insegnarci a mettere ordine nel caos, ma di ricordarci perché, ogni tanto, abbiamo ancora bisogno di lasciarlo entrare. Perché crescere non dovrebbe significare smettere di essere bambini, così come diventare genitori non dovrebbe voler dire dimenticare chi eravamo prima di esserlo.

