Klara e il Sole

Dall’omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro, il nuovo film diretto dal Premio Oscar Taika Waititi arriva alla Festa del Cinema di Roma. Con Jenna Ortega, Amy Adams e Steve Buscemi, una storia che attraversa il lutto, la solitudine e il bisogno di connessioni autentiche.

Cosa significa essere umani? E soprattutto, quanto siamo ancora capaci di riconoscere l’amore, la fragilità e il bisogno dell’altro in un mondo che sembra aver progressivamente smarrito il valore delle relazioni? Sono alcune delle domande che attraversano Klara e il Sole, il nuovo film di Taika Waititi, presentato in anteprima alla ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public. A raccontare il progetto durante la conferenza stampa romana sono stati il regista Premio Oscar per Jojo Rabbit e la protagonista Jenna Ortega, interprete di una figura destinata a mettere in discussione il confine tra intelligenza artificiale e sensibilità umana.

Tratto dall’omonimo romanzo del Premio Nobel Kazuo Ishiguro, Klara e il Sole sceglie di utilizzare la fantascienza come punto di partenza per parlare di qualcosa di molto più vicino alla nostra quotidianità: la difficoltà di entrare in relazione, la paura della solitudine e l’incapacità, talvolta, di accettare le proprie imperfezioni. Un racconto che arriva in un momento storico in cui l’intelligenza artificiale è diventata parte integrante del dibattito pubblico, ma che, nelle intenzioni di Waititi, non nasce come una riflessione tecnologica, quanto piuttosto come un’indagine sulla condizione umana.

Klara e il Sole: un’intelligenza artificiale alla scoperta dell’umanità

Al centro della storia c’è Klara (Jenna Ortega), un’Amica Artificiale il cui desiderio è trovare la casa perfetta. Quando incontra Josie (Mia Tharia), tra le due nasce immediatamente un’affinità. La ragazza vive un rapporto conflittuale con la madre (Amy Adams), segnato da un grave lutto, e sarà proprio l’innocenza, insieme all’incrollabile lealtà di Klara, a contribuire alla guarigione delle ferite di questa famiglia.

Per Taika Waititi, l’incontro con il romanzo di Ishiguro è stato quasi casuale. Il regista ha raccontato di essersi imbattuto nel libro in una libreria di un aeroporto, in un momento in cui non aveva ancora individuato il proprio progetto successivo. La storia lo ha conquistato immediatamente, soprattutto per il modo in cui la protagonista osserva il mondo e accompagna il lettore alla scoperta di una prospettiva diversa sull’essere umano e sulle relazioni che si instaurano tra le persone.

Una delle sfide principali dell’adattamento riguardava proprio la costruzione di Klara. Come rendere credibile un’intelligenza artificiale senza trasformarla in una presenza fredda, distante o eccessivamente meccanica? Jenna Ortega ha raccontato di essersi confrontata a lungo con Waititi per definire la natura del personaggio, partendo da una considerazione fondamentale: la sua intelligenza emotiva e il suo entusiasmo per la vita rappresentano il principale punto di contatto con il pubblico.

Anche la dimensione fisica ha avuto un ruolo importante. Klara è un modello di Amica Artificiale ormai superato e questo ha permesso all’attrice di lavorare su movimenti meno precisi, talvolta goffi e impacciati. La sua capacità di imitare il comportamento umano diventa progressivamente parte della caratterizzazione: osserva, apprende, riproduce gesti e atteggiamenti delle persone che incontra. Una costruzione che passa anche attraverso la commedia fisica, rendendo il personaggio accessibile e riconoscibile senza cancellarne la natura artificiale.

La fragilità non è un difetto: il cuore del film di Taika Waititi

Se la tecnologia rappresenta lo scenario in cui si muove il racconto, il suo vero centro emotivo è altrove. Durante la conferenza stampa è emerso con particolare forza uno dei temi più interessanti del film: il diritto di essere fragili, imperfetti, persino spezzati.

Waititi ha chiarito che Klara e il Sole non è stato concepito come un film sull’intelligenza artificiale. Quando ha letto il romanzo e successivamente lavorato alla sceneggiatura, il dibattito sull’AI non aveva ancora assunto la centralità che conosciamo oggi. L’intenzione era raccontare una storia sulla condizione umana, attraverso lo sguardo di qualcuno che arriva dall’esterno e finisce per mostrare a una famiglia come riconoscere, provare ed esprimere le proprie emozioni.

Il regista ha ricordato una delle battute più significative del film: va bene essere rotti, essere a pezzi. Perché è proprio attraverso le nostre fratture che diventiamo capaci di amare gli altri e di lasciarci amare.

È un ribaltamento interessante della prospettiva: in una società che sembra chiedere continuamente di essere performanti, efficienti e impeccabili, Klara riconosce negli esseri umani qualcosa che loro stessi faticano ad accettare. La vulnerabilità non è necessariamente un limite da correggere, ma una parte essenziale dell’esperienza umana. E forse è proprio questo che permette a una creatura artificiale di comprendere qualcosa che gli esseri umani, immersi nelle proprie aspettative e paure, hanno dimenticato.

Intelligenza artificiale e solitudine

Il confronto con la realtà contemporanea è inevitabile. Nel corso della conferenza stampa, Waititi e Ortega hanno riflettuto sul rapporto sempre più stretto tra tecnologia e quotidianità, soffermandosi soprattutto sul rischio che gli strumenti digitali finiscano per sostituire le connessioni autentiche.

Secondo il regista, la difficoltà di entrare in relazione con gli altri non nasce esclusivamente dall’intelligenza artificiale. I social network hanno già modificato il nostro modo di stare insieme, creando situazioni in cui le persone condividono uno spazio fisico ma rimangono isolate dietro lo schermo dei propri telefoni. L’intelligenza artificiale rappresenta un ulteriore passaggio, perché non si limita a mediare l’interazione: può arrivare a imitarla.

Il rischio di sostituire le relazioni

Waititi ha espresso una certa preoccupazione per la possibilità che le persone arrivino a innamorarsi dei propri agenti artificiali, trovando in queste entità una forma di conforto che non sempre riescono a ottenere dalle relazioni umane. Una prospettiva che, secondo il regista, racconta anche la paura di essere feriti e la ricerca di qualcuno che possa semplicemente dirci ciò che desideriamo sentirci dire.

Ortega ha condiviso questa preoccupazione, sottolineando come sia diventato sempre più semplice comunicare attraverso uno schermo piuttosto che affrontare direttamente un’altra persona. L’attrice ha richiamato l’attenzione sull’ansia sociale e sulla difficoltà, soprattutto tra i più giovani, di sentirsi a proprio agio nelle interazioni quotidiane.

La tecnologia, naturalmente, non è soltanto una minaccia. Waititi ha riconosciuto il valore dei progressi capaci di migliorare concretamente la vita delle persone, ma ha evidenziato la necessità di stabilire confini e regole. L’intelligenza artificiale si è sviluppata molto rapidamente e, a suo giudizio, non sempre è stata accompagnata da una riflessione adeguata sulle conseguenze del suo utilizzo, anche rispetto al mondo del lavoro.

La sua paura più grande è quella di un futuro simile a WALL-E: esseri umani sempre più sedentari, isolati e dipendenti da una tecnologia che finisce per occuparsi di ogni aspetto della loro esistenza.

Jenna Ortega: proteggere la propria libertà dalle aspettative del pubblico

Un altro tema emerso durante l’incontro riguarda il rapporto tra identità, notorietà e aspettative esterne. Jenna Ortega, diventata un volto riconoscibile a livello internazionale grazie soprattutto a Mercoledì, ha riflettuto sulla responsabilità che accompagna la propria esposizione pubblica e sulla necessità di non lasciarsi definire completamente dallo sguardo degli altri.

L’attrice ha raccontato di aver iniziato a lavorare in televisione da giovanissima, anche in produzioni per bambini, un ambiente nel quale esistevano già aspettative precise su come comportarsi e comunicare. Con il passare degli anni è cambiato il tipo di ruoli che le vengono proposti, ma anche il peso della pressione esercitata dai media e dalla dimensione online.

Ortega ha spiegato di non voler rimanere intrappolata in un’unica immagine pubblica. Per lei, interpretare personaggi differenti significa anche poter attraversare emozioni e personalità lontane dalla propria esperienza. Il compito di un’attrice, ha sottolineato, è servire la storia nel modo migliore possibile: questo significa talvolta interpretare figure sgradevoli o ingiuste, altre volte personaggi capaci di trasmettere positività.

Klara, in questo senso, ha rappresentato un’esperienza particolarmente diversa dai suoi lavori più recenti. Ortega ha descritto il personaggio come una presenza attraversata da ottimismo, gioia ed entusiasmo, caratteristiche che le hanno permesso di confrontarsi con una sensibilità nuova rispetto a quella di personaggi più cupi e tormentati.

Quanto alla possibilità di proteggere la propria libertà dalla pressione esterna, l’attrice ha individuato nella famiglia e negli amici il proprio principale punto di riferimento. Un sistema di supporto che le permette di mantenere un legame con la quotidianità e ricordare ciò che conta davvero, senza caricarsi del peso di dover piacere a tutti.

L’amore di Klara e la lezione di Le notti di Cabiria

C’è infine una qualità di Klara che sembra racchiudere il senso più profondo dell’intero racconto: la capacità di amare senza chiedere nulla in cambio. Una forma di innocenza che, secondo Waititi, rende il personaggio persino più umano degli esseri umani che lo circondano.

Il regista ha spiegato di aver voluto costruire una protagonista capace di guardare il mondo con meraviglia, riconoscendo la bellezza anche nelle cose che gli altri hanno smesso di osservare. La luce che attraversa gli alberi, un gesto quotidiano, un dettaglio apparentemente insignificante: tutto può diventare motivo di stupore. È uno sguardo quasi infantile, ma proprio per questo capace di restituire valore a ciò che la quotidianità tende a rendere invisibile.

Anche quando viene ferita o delusa, Klara continua ad amare. Ed è proprio questa disponibilità a esporsi, nonostante il rischio di soffrire, a renderla una figura tanto particolare.

Riferimenti e dimensioni personali

Waititi ha inoltre citato un riferimento cinematografico molto significativo per la costruzione del personaggio: Le notti di Cabiria di Federico Fellini e la straordinaria interpretazione di Giulietta Masina. Il regista ha raccontato di aver cercato una protagonista capace di attraversare la storia con un’energia simile a quella di Cabiria, quasi come un clown dalle espressioni accentuate, disposto ad aprire il proprio cuore e a continuare ad andare avanti.

Un riferimento che restituisce una dimensione ulteriore a Klara: non una macchina che cerca semplicemente di imitare gli esseri umani, ma una presenza che, attraverso la propria ingenuità, riesce a ricordare loro come guardare il mondo.

Con Klara e il Sole, Taika Waititi porta sullo schermo una storia che utilizza il futuro per interrogare il presente. Al centro non c’è soltanto la possibilità che le macchine imparino a comprendere le emozioni, ma soprattutto il rischio che gli esseri umani smettano di riconoscerle. In un mondo sempre più abituato a cercare risposte immediate e connessioni senza fatica, Klara ci ricorda che amare significa anche accettare la possibilità di essere feriti, che la fragilità non è qualcosa da nascondere e che nessuna imitazione può davvero sostituire il valore di un legame autentico.

Klara e il Sole, scritto e diretto da Taika Waititi e tratto dal romanzo di Kazuo Ishiguro, è prodotto da Sony Pictures e distribuito in Italia da Eagle Pictures. Nel cast Jenna Ortega, Amy Adams, Mia Tharia e Aran Murphy, al suo debutto cinematografico, con Steve Buscemi e Natasha Lyonne. Il film è arrivato nelle sale italiane giovedì 22 ottobre.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

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