Klara e il Sole è il nuovo film di Taika Waititi con Jenna Ortega, Amy Adams e Mia Tharia, tratto dal romanzo di Kazuo Ishiguro. Una storia che vorrebbe interrogarsi sulla natura dei sentimenti e su ciò che ci rende umani, ma che finisce per affrontare lutto, amore e solitudine con una delicatezza che ne indebolisce la portata emotiva.
Ci sono film che sembrano avere molto da raccontare, ma che, una volta arrivati al momento di confrontarsi davvero con le proprie idee, finiscono per restare in superficie. Klara e il Sole, diretto da Taika Waititi, appartiene a questa categoria: un’opera che accumula temi, suggestioni e interrogativi, senza riuscire a trovare una direzione abbastanza incisiva da farli convivere. L’intelligenza artificiale, il lutto, l’amore, la fede e la difficoltà di costruire relazioni diventano tasselli di un racconto che vorrebbe indagare la complessità dell’essere umano, ma che finisce per privare proprio questi sentimenti del loro peso.
Waititi ha raccontato di aver scelto personalmente il romanzo di Kazuo Ishiguro dopo averlo trovato, quasi per caso, in una libreria di un aeroporto. Un incontro che lo ha colpito al punto da spingerlo a portare quella storia sullo schermo. Eppure, al di là dell’entusiasmo del regista per il materiale di partenza, nel film questa folgorazione sembra perdere mordente, se non addirittura presenza. Non avendo letto il romanzo, non è possibile formulare un giudizio sul rapporto tra il testo originale e il suo adattamento cinematografico. È però possibile osservare ciò che arriva sullo schermo: una storia che sembra avere ben chiaro cosa vorrebbe raccontare, ma che non trova la forza narrativa necessaria per farlo.
Klara e il Sole: quando l’intelligenza artificiale diventa soltanto un pretesto
Al centro del film c’è Klara, un’Amica Artificiale interpretata da Jenna Ortega. Si tratta di un modello ormai superato, progettato per accompagnare i ragazzi e offrire loro una presenza costante. Quando incontra Josie, la ragazza interpretata da Mia Tharia, tra le due nasce un legame che porta Klara a entrare progressivamente nella vita della famiglia, osservandone le fragilità e cercando di comprenderne le dinamiche.
L’intelligenza artificiale è il punto di partenza di una storia che, almeno nelle intenzioni, vorrebbe andare ben oltre la tecnologia. Siamo ormai circondati da film che affrontano il rapporto tra esseri umani e macchine, spesso scegliendo una prospettiva apertamente nichilista e concentrandosi sui rischi di un futuro in cui la tecnologia potrebbe sottrarci una parte della nostra autonomia. Klara e il Sole sembra voler percorrere una strada differente: l’intelligenza artificiale non è tanto una minaccia quanto un espediente per osservare da fuori le contraddizioni dell’umanità.
Il problema è che, una volta accantonata la questione tecnologica, rimane una riflessione che non riesce a svilupparsi con sufficiente profondità. L’intelligenza artificiale diventa un mero movente narrativo, un dispositivo attraverso cui parlare di amore, perdita, solitudine e bisogno di connessione. Ma questi temi, anziché trovare nella prospettiva di Klara un punto di vista davvero originale, finiscono per essere attraversati senza lasciare un segno concreto. Il film introduce questioni importanti, ma raramente si concede il tempo e lo spazio necessari per esplorarle.
Jenna Ortega è la luce di un racconto che fatica a trovare profondità
Se c’è un elemento che riesce a dare una certa consistenza al film, quello è senza dubbio Jenna Ortega. L’attrice affronta un personaggio che richiede un lavoro particolare sul corpo, sui gesti e sulle espressioni, costruendo Klara attraverso movimenti misurati, una curiosità quasi infantile e un modo di osservare il mondo che restituisce la sua natura artificiale senza privarla di una propria sensibilità.
La sua interpretazione rappresenta uno degli aspetti più riusciti del film proprio perché riesce a dare una forma riconoscibile a una figura che rischierebbe altrimenti di rimanere una semplice funzione narrativa. Klara guarda gli esseri umani, ne imita i comportamenti e cerca di interpretare emozioni che non può comprendere fino in fondo. In questo scarto tra ciò che osserva e ciò che riesce a restituire si trova una delle intuizioni più interessanti della storia.
Ortega riesce a rendere credibile questa distanza, evitando di trasformare il personaggio in una caricatura e trovando un equilibrio tra ingenuità, goffaggine e partecipazione emotiva. È soprattutto attraverso di lei che il film prova a costruire il proprio sguardo sull’umanità. Il limite, tuttavia, è che la sua presenza non basta a sostenere un racconto che sembra affidarsi eccessivamente alla forza del personaggio, senza riuscire a dare altrettanta consistenza alle persone che gli ruotano intorno.
Lutto e amore: sentimenti troppo delicati per lasciare il segno
La famiglia di Josie porta con sé una ferita profonda, legata a un lutto che ha compromesso gli equilibri e le relazioni tra i suoi componenti. Il rapporto con la madre, interpretata da Amy Adams, è attraversato da tensioni e da una difficoltà emotiva che il film vorrebbe progressivamente ricomporre attraverso la presenza di Klara. La sua innocenza e la sua lealtà diventano una sorta di punto di osservazione esterno, capace di far emergere ciò che gli esseri umani non riescono più a dirsi.
È qui che Klara e il Sole mostra uno dei suoi limiti più evidenti. Il lutto e le difficoltà nelle relazioni sentimentali vengono trattati con una delicatezza tale da risultare, paradossalmente, superficiali. Non è una questione di quanto il film scelga di mostrare o di quanto preferisca lasciare fuori campo, ma di come si rapporta alle emozioni dei suoi personaggi. I sentimenti vengono evocati, accarezzati, accompagnati, ma raramente attraversati fino in fondo. Manca il peso delle conseguenze, quella complessità che rende una perdita qualcosa di diverso da un semplice passaggio narrativo e che permette a una relazione di raccontare davvero le proprie fratture.
La fascinazione per la complessità dei sentimenti umani rimane, dunque, un’intenzione più che un risultato. Il film sembra voler ricordare che siamo fatti di ferite, contraddizioni e bisogni che non sempre sappiamo esprimere, ma finisce per addolcire ogni spigolo. E quando tutto viene trattato con la stessa cautela, anche il dolore perde la propria capacità di incidere. La fragilità non diventa una chiave per comprendere i personaggi, ma una superficie sulla quale il racconto si limita a soffermarsi.
Il sole, tra fede e venerazione: una presenza ingombrante
Il sole è una presenza costante nell’immaginario del film, un elemento attorno al quale Klara costruisce una parte importante della propria visione del mondo. La sua luce assume un significato che supera quello puramente naturale, diventando qualcosa a cui affidarsi, una fonte di speranza e quasi una presenza salvifica. La protagonista sembra attribuirgli un potere capace di intervenire sulla realtà e di restituire ciò che la vita ha sottratto.
Questa dimensione introduce nel racconto una riflessione sulla fede, sulla speranza e sul bisogno umano di credere in qualcosa che possa andare oltre ciò che è immediatamente comprensibile. Tuttavia, la centralità attribuita al sole finisce per diventare ingombrante. La sua presenza è talmente insistita da farlo apparire quasi come un protagonista aggiunto, un comprimario che occupa uno spazio sproporzionato rispetto alla storia e ai personaggi che dovrebbero sostenerla.
La venerazione di Klara nei confronti del sole avrebbe potuto offrire un ulteriore livello di lettura, soprattutto nel rapporto tra la sua natura artificiale e il bisogno di trovare un senso a ciò che accade. Nel film, però, questa dimensione tende a sovrapporsi alle altre senza trovare un equilibrio convincente. Fede, amore e lutto finiscono così per convivere in una narrazione che li richiama continuamente, ma che non riesce a restituire fino in fondo il significato di nessuno di questi elementi.
Taika Waititi e un racconto che non trova il proprio centro
La regia di Taika Waititi si confronta con un materiale che richiederebbe una particolare sensibilità nel dosare emozioni, silenzi e momenti di leggerezza. Il suo sguardo, però, non sempre riesce a trovare la misura giusta. Il tentativo di inserire una componente ironica e una certa leggerezza nel racconto non si integra sempre con la delicatezza della storia, creando una discontinuità che contribuisce a rendere meno compatto il risultato.
Il film sembra oscillare tra la volontà di costruire una riflessione esistenziale e quella di accompagnare lo spettatore attraverso un racconto sentimentale accessibile. Le due direzioni non trovano però una sintesi efficace. Da una parte ci sono temi che avrebbero bisogno di essere approfonditi e messi in discussione; dall’altra una narrazione che preferisce spesso affidarsi a una dimensione emotiva più immediata, senza sviluppare davvero le contraddizioni che introduce.
Anche il cast, pur potendo contare su interpreti come Amy Adams e Steve Buscemi, non riesce a compensare del tutto questa mancanza di profondità. Il problema non è tanto la presenza dei singoli personaggi quanto il modo in cui vengono inseriti in una storia che sembra non concedere loro abbastanza spazio per esistere al di fuori della funzione che ricoprono.
Klara e il Sole: quando ciò che ci rende umani perde significato
Alla fine, Klara e il Sole lascia la sensazione di un’occasione mancata. Il film parte da un’intuizione interessante e prova a interrogarsi su ciò che distingue gli esseri umani dalle macchine, ma finisce per utilizzare l’intelligenza artificiale come semplice pretesto per parlare di sentimenti che non riesce a esplorare davvero. L’amore, la fede, il lutto e tutti quei gradi di separazione che ci rendono umani vengono evocati, ma progressivamente svuotati del loro significato.
Resta Jenna Ortega, capace di dare al personaggio di Klara una presenza e una sensibilità che il resto del racconto non sempre riesce a sostenere. Ma anche la sua interpretazione si trova a fare i conti con una sceneggiatura che non approfondisce fino in fondo le possibilità della storia e che preferisce suggerire emozioni piuttosto che affrontarle.
Non è necessario che un film offra risposte a ogni domanda che pone, né che renda esplicito ogni passaggio emotivo. È però necessario che sappia dare consistenza alle proprie intuizioni, soprattutto quando sceglie di confrontarsi con temi così delicati. Klara e il Sole vorrebbe raccontare tutto ciò che ci rende umani, ma finisce per svuotare proprio quei sentimenti che dovrebbero definirci. E quando anche la fragilità diventa soltanto una suggestione, resta ben poco a cui aggrapparsi.

