Se domani non torno

Rabbia. È probabilmente la prima parola che viene in mente quando si esce dalla sala dopo aver visto Se domani non torno. Una rabbia profonda, viscerale, che a un certo punto trova sfogo soltanto nelle lacrime. Quelle silenziose, che rigano le guance mentre le scene continuano a susseguirsi sullo schermo e che, per qualche minuto, sembrano essere l’unico modo possibile per dare forma a qualcosa che non si riesce a esprimere.

Qui la conferenza stampa dalla Festa del Cinema di Roma

Paola Randi affronta una delle storie che più hanno scosso la coscienza del nostro Paese, scegliendo di entrare in punta di piedi in una vicenda che, prima ancora di arrivare al cinema, è stata attraversata, raccontata, discussa e spesso massacrata dalla sovraesposizione mediatica. Quella di Giulia Cecchettin non è soltanto una storia di cronaca, ma una storia fin troppo comune. Una di quelle che continuano a ripetersi, cambiando nomi, volti e luoghi, ma conservando lo stesso tragico epilogo. Una storia che, grazie anche alla voce di sua sorella Elena, ha contribuito a scuotere le coscienze, portando al centro del dibattito pubblico una parola che ancora oggi qualcuno fatica a pronunciare: patriarcato.

Con Se domani non torno, liberamente ispirato al libro Cara Giulia. Quello che ho imparato da mia figlia, scritto da Gino Cecchettin con Marco Franzoso, la regista sceglie di non trasformare il femminicidio in uno spettacolo, né di concedere ulteriore centralità a chi ha spezzato quella vita. Il suo sguardo si sposta su chi resta, su una famiglia costretta a fare i conti con un’assenza impossibile da accettare e su un padre che, insieme al dolore, comincia a interrogarsi su ciò che non aveva saputo vedere.

Un film non perfetto, con qualche passaggio eccessivamente didascalico, ma che riesce a ricordarci perché certe storie non possono essere lasciate scivolare via. E perché, se dobbiamo fare rumore, dobbiamo anche dare eco a ciò che il cinema ci mostra.

Il dolore di una famiglia, lontano dalla cronaca

La famiglia Cecchettin è una famiglia che ha già conosciuto la perdita. Dopo la morte della moglie Monica, Gino ha costruito una nuova quotidianità insieme ai suoi tre figli: Elena, Giulia e Davide. Una vita fatta di abitudini, piccoli gesti e responsabilità, nella quale ciascuno ha trovato il proprio spazio. Elena è ormai fuori casa, Giulia sta per laurearsi in ingegneria biomedica e Davide è ancora adolescente.

Poi arriva quella notte di novembre in cui Giulia non fa ritorno a casa. Un’assenza inizialmente inspiegabile, che diventa rapidamente motivo di preoccupazione. Non è da lei sparire senza avvisare, soprattutto in un momento così importante della sua vita. La scoperta che la ragazza si trovava con l’ex fidanzato, da cui aveva deciso di separarsi, alimenta ulteriormente l’angoscia di Gino e dei suoi familiari.

Le ricerche coinvolgono la comunità di Vigonovo e, progressivamente, l’intero Paese. La vicenda entra nelle case attraverso i notiziari e le trasmissioni televisive, mentre la famiglia si ritrova a vivere una sospensione dolorosa, intrappolata tra la speranza di ritrovare Giulia e il timore di ciò che potrebbe essere accaduto.

La consapevolezza nel racconto

Paola Randi compie una scelta narrativa precisa: non raccontare la vicenda attraverso una ricostruzione investigativa, ma attraverso lo sguardo di chi si ritrova improvvisamente privato di una parte fondamentale della propria esistenza. Giulia rimane una presenza che attraversa il racconto attraverso i ricordi, i frammenti della sua quotidianità e gli occhi di chi continua ad aspettarla.

È soprattutto nella prima parte che Se domani non torno trova la propria forza cinematografica. La regista non ha fretta di arrivare agli eventi, non cerca il colpo di scena e non costruisce la tensione attraverso i meccanismi tipici del racconto di cronaca. Preferisce osservare. Segue Gino nei suoi movimenti, nelle abitudini domestiche, nei tentativi di mantenere una parvenza di normalità mentre tutto intorno sembra perdere consistenza.

La casa diventa il luogo in cui il dolore prende progressivamente forma. Gli oggetti, gli spazi condivisi, i gesti più semplici assumono un significato diverso. Anche preparare da mangiare o riuscire a ritrovarsi tutti insieme a tavola diventa un tentativo di resistere a qualcosa che non si riesce ancora a comprendere.

La nebbia della provincia e tutto ciò che non siamo riusciti a vedere

La regia di Paola Randi è particolarmente efficace quando sceglie di affidarsi alle immagini anziché alle parole. La provincia veneta, con i suoi paesaggi attraversati dalla nebbia, diventa molto più di una semplice ambientazione. È uno spazio emotivo, una dimensione sospesa nella quale i personaggi sembrano muoversi senza riuscire a distinguere completamente ciò che hanno davanti.

La nebbia entra negli ambienti domestici, si insinua negli spazi familiari e sembra materializzare l’incapacità di vedere qualcosa che, soltanto dopo, apparirà evidente. È una soluzione visiva che accompagna anche il senso di colpa di Gino: il bisogno di ripercorrere ciò che è successo, di interrogarsi sui segnali che forse non ha riconosciuto e sulle dinamiche di una relazione che sua figlia stava cercando di interrompere.

Anche gli spostamenti sulle strade regionali acquistano una dimensione simbolica. I percorsi attraversati da Giulia, i campi, gli specchi d’acqua e le distese silenziose diventano parte di una geografia del dolore. Non c’è compiacimento nella rappresentazione della violenza, né il tentativo di trasformare la tragedia in uno spettacolo. Il film preferisce concentrarsi sulle tracce lasciate da ciò che è accaduto, su quella distanza ormai incolmabile tra una famiglia e la possibilità di riabbracciare una figlia.

È una scelta di pudore che si rivela fondamentale per affrontare una vicenda tanto delicata. Randi non cerca di ricostruire il femminicidio attraverso lo sguardo del suo responsabile, ma restituisce spazio alla persona che è stata privata della possibilità di continuare a vivere.

Giulia oltre la cronaca: una vita che non può essere ridotta alla sua fine

Uno dei meriti del film è quello di non lasciare che Giulia diventi soltanto il nome di una tragedia. Prima di essere una vittima di femminicidio, era una ragazza di ventidue anni con interessi, desideri, amicizie e progetti. Una giovane donna solare, creativa, prossima a raggiungere un traguardo importante e desiderosa di costruirsi un futuro.

La sua presenza nei ricordi della famiglia restituisce qualcosa che la cronaca, per sua stessa natura, rischia di sottrarre: la complessità di un’esistenza. Il racconto si sofferma anche sulla relazione con l’ex fidanzato, mostrando quelle dinamiche di controllo, gelosia e ricatto emotivo che troppo spesso vengono confuse con manifestazioni di affetto o attenzioni e che, invece, rappresentano segnali di una relazione profondamente disfunzionale.

Il film prova così a spostare l’attenzione dalla violenza nel suo momento più estremo a ciò che la precede. Non per cercare una spiegazione o attenuare la responsabilità di chi l’ha commessa, ma per interrogarsi su quei comportamenti che vengono normalizzati, giustificati o minimizzati.

In questo senso, la scelta di lasciare fuori campo l’assassino è particolarmente significativa. Non c’è interesse nel concedergli una dimensione psicologica che rischierebbe di trasformarlo nel fulcro del racconto. Il centro rimane Giulia, la sua libertà e il diritto di sottrarsi a una relazione che non desiderava più.

Il patriarcato e la responsabilità

Il racconto cambia progressivamente direzione quando Gino comincia a interrogarsi sul significato più ampio di quanto è accaduto. La tragedia personale diventa il punto di partenza di una riflessione sulla cultura patriarcale, sulle responsabilità degli uomini e su quei meccanismi sociali che continuano a rendere possibile la sopraffazione delle donne.

È un passaggio fondamentale, forse il più ambizioso dell’intero film. Gino non viene rappresentato come un uomo che possiede già tutte le risposte, ma come qualcuno che deve imparare a mettere in discussione anche il proprio modo di guardare il mondo. La sua presa di coscienza passa attraverso il riconoscimento di una cultura nella quale è cresciuto e di cui, fino a quel momento, non aveva necessariamente percepito tutte le implicazioni.

Imparare a guardare

La domanda che si pone è scomoda: quanto siamo davvero capaci di riconoscere i segnali della violenza? Quanto di ciò che consideriamo normale è in realtà il risultato di un sistema di abitudini, comportamenti e convinzioni che continua a mettere in discussione la libertà femminile? E soprattutto, quale responsabilità hanno gli uomini nel contribuire a cambiare questa realtà?

È qui che il film compie una scelta tanto importante quanto discutibile. L’intenzione di affrontare il patriarcato attraverso il percorso di consapevolezza di Gino è condivisibile e necessaria, ma la sua realizzazione perde parte della forza costruita nella prima metà. La narrazione, fino a quel momento affidata ai gesti, agli sguardi e alla quotidianità, comincia a interrompersi per lasciare spazio a spiegazioni più esplicite, riflessioni e informazioni affidate soprattutto alla voce fuori campo.

Quello che avrebbe potuto essere un percorso graduale, fatto di dubbi, confronti e scoperte personali, assume talvolta i contorni di una lezione di educazione civica. Il problema non è il contenuto di queste riflessioni, tutt’altro: sono questioni che il cinema ha il diritto, e forse anche il dovere, di affrontare. È il modo in cui vengono inserite nel racconto a creare una frattura.

Perché la prima parte aveva trovato una strada particolarmente efficace: permettere allo spettatore di entrare nel dolore di un padre, di riconoscersi nella sua incredulità e di accompagnarlo nella ricerca di risposte. La consapevolezza poteva nascere proprio da quella vicinanza, diventando un’esperienza emotiva prima ancora che intellettuale.

Quando invece il film comincia a esplicitare ogni passaggio, rischia di sottrarre allo spettatore lo spazio necessario per arrivare autonomamente alle proprie conclusioni. E in una storia che dovrebbe parlare soprattutto a chi fatica ancora a riconoscere determinati meccanismi culturali, la possibilità di immedesimarsi può essere più efficace di qualsiasi spiegazione.

Filippo Timi, il corpo di un padre davanti alla perdita

A sostenere il film è soprattutto l’interpretazione di Filippo Timi, che restituisce Gino Cecchettin attraverso una prova fisica ed emotiva di grande intensità. Non si limita a riprodurre gesti o atteggiamenti riconoscibili, ma costruisce un personaggio che attraversa il dolore attraverso il proprio corpo.

C’è il padre che cerca di mantenere il controllo, che continua a occuparsi dei figli e a svolgere quei piccoli compiti quotidiani che sembrano poter garantire una parvenza di normalità. Poi c’è l’uomo che si piega sotto il peso dell’incertezza, che cerca risposte e si ritrova a fare i conti con una realtà che non avrebbe mai immaginato di dover affrontare.

Timi lavora sulla postura, sulla voce, sui silenzi e sulle mani. Il suo Gino è un uomo che accudisce, che prova a proteggere, che cerca di restare presente anche quando la disperazione rischia di prendere il sopravvento. La sua interpretazione trova la propria intensità proprio nella capacità di non trasformare ogni momento in una manifestazione esplicita del dolore.

Accanto a lui, Sabrina Martina dà volto a Giulia, restituendone soprattutto la vitalità attraverso i ricordi e le immagini che abitano la memoria della famiglia. Tecla Bossi, nei panni di Elena, porta invece nel racconto una voce fondamentale: quella di una sorella che non accetta che la morte di Giulia venga trasformata in un fatto isolato, separato dal contesto culturale che lo ha reso possibile. Tommaso Allione interpreta Davide, il fratello più giovane, costretto a confrontarsi con una perdita che arriva in un momento delicato della propria crescita.

«Bruciate tutto»: quando il dolore diventa una richiesta di cambiamento

Il passaggio che segna maggiormente la trasformazione della tragedia familiare in una questione collettiva è quello legato alle parole di Elena Cecchettin. Il suo intervento pubblico, con l’invito a distruggere quella cultura patriarcale che continua a legittimare il possesso e la sopraffazione, rappresenta uno dei momenti più intensi del film.

È una voce che rompe il silenzio, che rifiuta la narrazione della tragedia come episodio isolato e che chiede di guardare oltre la responsabilità individuale, senza per questo dimenticarla. La sua presenza introduce una prospettiva diversa da quella paterna: se Gino attraversa il dolore cercando di comprenderne le radici, Elena sembra avere già trovato nella rabbia e nella denuncia una direzione da seguire.

È una rabbia che non nasce soltanto da ciò che è accaduto a sua sorella, ma dal riconoscimento di qualcosa che riguarda tante altre donne. Perché il femminicidio di Giulia non è un caso isolato, così come non lo sono le dinamiche che lo hanno preceduto. E se dobbiamo fare rumore, dobbiamo farlo anche per tutte quelle storie che non arrivano sulle prime pagine dei giornali, per tutte le donne che cercano di sottrarsi a una relazione violenta e per quelle che non riescono a tornare a casa.

Amare non significa possedere

C’è una lezione che Se domani non torno dovrebbe riuscire a lasciare anche a chi continua a negare l’esistenza di una cultura patriarcale o, peggio ancora, di una cultura del possesso. Una sorta di cura Ludovico, per utilizzare una provocazione cinematografica, che costringa a guardare, ascoltare e confrontarsi con una realtà troppo spesso ignorata.

Perché amare non significa possedere. Non significa considerare l’altra persona un oggetto da dichiarare nostro, qualcosa di cui rivendicare il controllo o di cui decidere il destino. Non è una palla in una partita di pallavolo, da trattenere, recuperare o impedire che finisca nelle mani di qualcun altro. Amare significa libertà.

E per quanto possa sembrare una frase fatta, vale la pena ricordarlo: la libertà dell’altro dovrebbe essere la base di qualsiasi rapporto umano. Vedere felice la persona che amiamo dovrebbe essere una delle più grandi forme di appagamento, non una minaccia alla nostra identità o al nostro orgoglio. Amare significa sperare il meglio per l’altro, anche quando quel meglio non coincide con ciò che vorremmo per noi. Non significa stringere qualcuno fino a soffocarlo, né trasformare un sentimento in una pretesa.

È un concetto apparentemente semplice, eppure ancora oggi sembra necessario ribadirlo. Perché continuiamo a confondere la gelosia con l’amore, il controllo con la protezione, l’insistenza con il desiderio di non perdere qualcuno. E perché troppo spesso si finisce per interrogare le donne sulle loro decisioni, sulle loro relazioni e sui comportamenti che avrebbero potuto evitare, anziché riconoscere che nessuna scelta di una donna può giustificare la violenza esercitata su di lei.

La paura che accompagna ogni donna

C’è un altro aspetto che il film riesce a riportare alla mente, anche quando non lo dichiara apertamente: quella paura che, in maniera più o meno consapevole, accompagna la quotidianità di tantissime donne.

Gli uomini difficilmente sanno cosa significhi camminare lungo una strada tenendo le chiavi strette in mano. Fare rumore per attirare l’attenzione, sperando che qualcuno possa accorgersi di un’eventuale situazione di pericolo, oppure diventare improvvisamente silenziose per evitare che uno sconosciuto si senta autorizzato ad avvicinarsi. Conoscere a memoria il tragitto verso casa, controllare chi cammina alle nostre spalle, fingere di parlare al telefono, mandare un messaggio quando si arriva a destinazione. Tenere le chiavi strette in un pugno, immaginando che possano diventare un’arma di difesa mentre si rientra dopo una semplice serata trascorsa con gli amici.

Sono gesti piccoli, quasi automatici, che finiscono per diventare parte della routine. Non dovrebbero esserlo. Eppure lo sono.

Accarezzare ancor prima di mostrare

Se domani non torno ricorda anche questo: la paura e la rabbia non appartengono soltanto al momento in cui una tragedia si consuma. Esistono molto prima, si insinuano nelle abitudini, nelle precauzioni e nelle libertà che impariamo a limitare per sentirci al sicuro. È un’esperienza che spesso gli uomini non conoscono e che proprio per questo dovrebbero imparare ad ascoltare, senza liquidarla come un’esagerazione o una forma di vittimismo.

In questo senso, il film è anche un’opera che informa prima ancora di mostrare. Non ha bisogno di insistere sulla violenza per farne percepire il peso, perché riesce a raccontare ciò che le sta intorno: le relazioni, le responsabilità, il silenzio, la paura e le conseguenze che ricadono su chi rimane.

È come accarezzare il dolore di una famiglia e, allo stesso tempo, riconoscere in quel dolore quello di tante altre. Famiglie che ogni giorno rischiano di non vedere tornare a casa una figlia, una sorella, un’amica. Donne che continuano a vivere con la consapevolezza che la propria libertà può essere messa in discussione da qualcuno che si sente autorizzato a esercitare un controllo sulle loro vite.

Se domani non torno: un film imperfetto, ma necessario

Il limite più evidente di Se domani non torno rimane la sua tendenza, nella parte centrale e finale, a esplicitare eccessivamente il proprio messaggio. La dimensione educativa finisce talvolta per sovrapporsi a quella cinematografica, riducendo la complessità emotiva che aveva reso così efficace il racconto iniziale. Non sempre il film riesce a fidarsi delle immagini e dei suoi personaggi, sentendo la necessità di accompagnare lo spettatore verso conclusioni che, in alcuni momenti, erano già diventate evidenti.

Ma sarebbe un errore fermarsi soltanto a questo limite. Perché Paola Randi compie una scelta importante: sottrarre una vicenda tanto conosciuta alla dimensione della cronaca per restituirle una profondità umana. Racconta il dolore senza spettacolarizzarlo, restituisce dignità alla memoria di Giulia e prova a trasformare una tragedia familiare in un’occasione di consapevolezza collettiva.

Il what if delle vite spezzate

La prova di Filippo Timi sostiene il film con un’intensità che non ha bisogno di alzare la voce. La regia trova immagini capaci di restare addosso e il racconto, soprattutto nella sua prima parte, riesce a farci entrare in una casa che potrebbe essere quella di chiunque, fino a farci percepire il vuoto lasciato da una persona che non tornerà.

Si esce dalla sala con rabbia. Con la sensazione che non sia abbastanza, che non basti ricordare, commuoversi o condividere un messaggio sui social. E forse è proprio questo il punto: non possiamo permettere che il dolore si esaurisca nelle lacrime di una proiezione o nell’indignazione momentanea di fronte all’ennesima notizia.

Ricordare Giulia non può significare soltanto ricordare come è morta. Diventa necessario rendersi conto di ciò che è stato spezzato: sogni, speranze, ambizioni. Significa, così, restituirle lo spazio di una vita che aveva ancora tantissimo da raccontare, ma anche assumersi la responsabilità di mettere in discussione tutto ciò che continua a rendere possibile una simile violenza.

Perché amare non è possedere. Perché nessuna donna dovrebbe avere paura di tornare a casa. E perché il cambiamento non può cominciare soltanto dopo che qualcuno non è tornato.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

Related Post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *