Alla 21ª Festa del Cinema di Roma e ad Alice nella Città, il film tratto dal libro Cara Giulia trasforma una storia che ha segnato l’Italia in un invito alla responsabilità collettiva. Gino Cecchettin: «Se non raccontiamo il dolore, purtroppo quel dolore lo riviviamo». Dal 5 novembre al cinema.
Raccontare una storia significa scegliere cosa lasciare nello sguardo di chi ascolta. Ma quando quella storia è legata a una perdita che ha attraversato un intero Paese, il racconto diventa anche una responsabilità: quella di non fermarsi alla cronaca, di restituire una vita nella sua interezza e di interrogarsi sulle cause che rendono ancora possibile la violenza di genere. È da questa consapevolezza che nasce Se domani non torno, il nuovo film diretto da Paola Randi, presentato in anteprima venerdì 23 ottobre nell’ambito della 21ª Festa del Cinema di Roma e della 24ª edizione di Alice nella Città.
Tratto dal libro Cara Giulia (Rizzoli), scritto da Gino Cecchettin insieme a Marco Franzoso, il film porta sullo schermo la storia della famiglia Cecchettin dopo la scomparsa e l’uccisione di Giulia, avvenuta nel novembre 2023. Un racconto che sceglie di non concentrarsi sulla figura dell’assassino, ma sull’assenza, sul dolore di chi resta e sul percorso attraverso cui una tragedia privata può trasformarsi in un impegno civile. Prodotto da Notorious Pictures in collaborazione con Mediaset, Sky Cinema e Fondazione Giulia Cecchettin, il film arriverà nelle sale italiane il 5 novembre, distribuito da Notorious Pictures.
Gino Cecchettin: «Raccontare il dolore può diventare un percorso di salvezza»
La conferenza stampa si è aperta con l’intervento di Gino Cecchettin, che ha raccontato la difficoltà di accettare che una vicenda così intima diventasse materia cinematografica. Una decisione maturata anche grazie all’incontro con una ragazza che, dopo aver letto e ascoltato la storia di Giulia, gli ha confidato di aver trovato in quella testimonianza una ragione per continuare a vivere.
«Raccontare le storie significa raccontare un dolore, ma significa che qualcuno può vedere in quel dolore un percorso di salvezza», ha spiegato Cecchettin, sottolineando come la scelta di condividere la propria esperienza sia legata anche alla volontà di portare il messaggio della Fondazione Giulia Cecchettin a un pubblico sempre più ampio.
Il rischio, ha riconosciuto, era quello di esporre una parte della propria vita che avrebbe voluto custodire nel privato. A convincerlo è stata la possibilità che il racconto potesse aiutare altre persone e contribuire a evitare che simili tragedie continuassero a ripetersi. «Se non raccontiamo il dolore purtroppo quel dolore lo riviviamo», ha affermato.
L’obiettivo del film, nelle sue intenzioni, non è soltanto far conoscere la storia della famiglia, ma permettere soprattutto ai più giovani di riconoscersi nelle esperienze raccontate e trovare il coraggio di agire. «Noi vorremmo che oltre a conoscere la storia della nostra famiglia conoscessero anche un po’ di se stessi e magari iniziassero a diventare agenti di cambiamento», ha aggiunto.
Raccontare l’assenza per riattivare l’empatia
Per la regista Paola Randi, la chiave interpretativa del film è emersa proprio dalla lettura del libro di Gino Cecchettin: l’assenza. Non soltanto quella di Giulia, ma il vuoto improvviso che attraversa una famiglia e ne modifica per sempre gli equilibri.
«L’assenza di una persona all’interno di un nucleo familiare è qualcosa di dirompente, di gigantesco», ha spiegato la regista, che ha condiviso questa intuizione con la sceneggiatrice Lisa Nur Sultan. Il film prova a restituire le conseguenze emotive di quella mancanza, avvicinando lo spettatore a una famiglia nella quale è possibile riconoscersi, anziché lasciarlo a distanza, protetto da una cronaca ormai consumata dalla ripetizione.
Secondo Randi, siamo esposti a una quantità di informazioni tale da rischiare di anestetizzare la nostra capacità di partecipazione emotiva. Raccontare il dolore attraverso le sue conseguenze quotidiane può invece riaprire uno spazio di empatia e, da lì, generare un senso di responsabilità condivisa. Anche la scelta di non nominare né mostrare l’assassino risponde a questa prospettiva.
Il film non vuole costruire un racconto che individui un singolo colpevole per poi lasciare il resto della società al riparo da ogni interrogativo. «Nel momento in cui uno individua un colpevole, in qualche modo questa cosa assolve tutti gli altri: il colpevole è lui, cosa c’entro io? E invece no», ha osservato Randi. La storia di Giulia diventa così un’occasione per guardare oltre il singolo caso e interrogarsi sulla cultura che rende possibile la violenza. «La società è fatta di noi. E quindi il patriarcato è fatto di noi e può essere decostruito da noi», ha concluso la regista.
Un punto di vista condiviso da Lisa Nur Sultan, che ha sottolineato come, di fronte a un problema sistemico, anche le soluzioni debbano essere collettive. «Dovremmo smetterla di chiamare i femminicidi casi di cronaca, perché non sono casi, sono conseguenze», ha dichiarato la sceneggiatrice, richiamando l’attenzione sul peso della cultura, dell’immaginario e dell’educazione.
La prevenzione deve partire dalle cause della violenza, investendo nella formazione e nell’educazione affettiva e sessuale, tanto in famiglia quanto a scuola. Un cambiamento che riguarda anche il modo in cui gli adulti si rapportano ai più giovani e la disponibilità ad ascoltarne il disagio, senza liquidarne le manifestazioni come semplici comportamenti da condannare.
Restituire Giulia ed Elena oltre il dolore
Uno degli aspetti più delicati del progetto riguarda la rappresentazione di persone reali, la cui storia è ancora profondamente presente nella memoria collettiva. Sabrina Martina, interprete di Giulia, ha raccontato di essersi avvicinata al personaggio partendo proprio dalla lettura del libro di Gino Cecchettin.
La sua intenzione era evitare che Giulia venisse definita esclusivamente dalla violenza subita. «Non può avere un’unica direzione, non può essere una rappresentazione chiusa nelle ultime due ore della sua vita, nelle ultime due settimane o solo nella sua relazione passata», ha spiegato l’attrice. Il lavoro, quindi, è quello di restituire la multidimensionalità di una persona. Immergendo lo spettatore nella sua quotidianità, nelle relazioni e in tutto ciò che la rendeva unica.
Tecla Bossi, che interpreta Elena Cecchettin, ha invece posto l’accento sulla lucidità con cui la sorella di Giulia ha scelto di parlare pubblicamente dopo la tragedia. L’attrice ha precisato di non averla vissuta come una figura che ha semplicemente alzato la voce. Quanto più come una giovane donna capace di gestire con grande consapevolezza le proprie emozioni e di esprimere con precisione ciò che riteneva necessario dire. Interpretarla ha significato confrontarsi con una testimonianza che sentiva vicina anche sul piano personale, mettendo a disposizione tutti i propri strumenti espressivi per dare corpo a un messaggio condiviso.
Tommaso Allione, interprete di Davide, ha raccontato invece di aver cercato un contatto diretto con il fratello di Giulia per comprenderne l’essenza. Dopo un primo scambio sui social, i due si sono incontrati e hanno costruito un rapporto che è proseguito durante le riprese a Padova. Un percorso utile a restituire sullo schermo una presenza meno conosciuta dal pubblico, senza rinunciare alla complessità di un’esperienza personale.
«L’arte non deve lasciarci indifferenti»
Nel film Filippo Timi interpreta Gino Cecchettin, assumendosi la responsabilità di dare corpo a un dolore reale e a una figura che ha scelto di trasformare la perdita in un impegno pubblico. L’attore ha descritto il lavoro come un’esperienza affrontata con grande attenzione, nella quale l’ego individuale ha lasciato spazio alla delicatezza e alla consapevolezza del racconto.
Per Timi, interpretare un uomo che risponde a qualcosa di «ingiustificabile e imperdonabile» con «valore e dolcezza» è stato un privilegio. La sua riflessione si è poi allargata al rapporto tra arte e vita, due dimensioni che, a suo avviso, non dovrebbero mai essere considerate separate.
«L’arte, nel migliore dei casi, non lascia indifferente», ha affermato, sottolineando come il cinema possa avvicinare lo spettatore a una vicenda che altrimenti rischierebbe di essere percepita come distante. Non si tratta di sostituire la cronaca, ma di dare alla storia una forma capace di coinvolgere emotivamente, accendere una consapevolezza e rendere evidente che la violenza di genere non è qualcosa che accade soltanto agli altri.
Anche il produttore Guglielmo Marchetti, per Notorious Pictures, ha definito la realizzazione del film una responsabilità per chi lavora nella comunicazione e nell’industria cinematografica. Dopo aver letto il libro, la produzione ha contattato Gino Cecchettin, instaurando un rapporto di fiducia che ha reso possibile il progetto. L’intenzione, ha spiegato, era raccogliere il testimone della famiglia e restituirlo al pubblico, con particolare attenzione alle nuove generazioni.
La nebbia del Nord-Est come paesaggio dell’anima
Anche le scelte visive contribuiscono a raccontare l’assenza. Paola Randi ha spiegato di aver visitato i luoghi in cui vive la famiglia Cecchettin e di aver individuato nella pianura padana, nella sua vastità e nella sua nebbia, un elemento capace di tradurre in immagini il vuoto lasciato dalla scomparsa di Giulia.
«Il paese possa essere un paesaggio dell’anima», ha osservato la regista, raccontando come un territorio preciso possa diventare, proprio attraverso la sua specificità, uno spazio universale nel quale lo spettatore è in grado di riconoscersi. La nebbia avvolge i personaggi e chi guarda, rendendo visibile una mancanza che non riguarda soltanto una famiglia, ma si allarga progressivamente alla comunità.
La stessa attenzione attraversa il lavoro sulla colonna sonora, costruita insieme a Michele Braga per accompagnare le immagini senza sovrastarle. Alcune scelte musicali sono nate direttamente dalle indicazioni della famiglia: Gino ha suggerito Goodbye Kiss, mentre Elena ha indicato il brano conclusivo. Anche il tango, inizialmente non previsto nella forma poi adottata, è entrato nel film grazie a un’indicazione di Gino, presente sul set durante le riprese di una scena sulla spiaggia.
La musica diventa così parte di un processo di ascolto e restituzione, nel quale i dettagli della vita reale vengono accolti e trasformati in linguaggio cinematografico.
Un film per trasformare la memoria in responsabilità
Con Se domani non torno, Paola Randi e il suo gruppo di lavoro scelgono di raccontare Giulia Cecchettin non soltanto attraverso la tragedia che ha spezzato la sua vita, ma attraverso ciò che quella vita continua a generare. Il dolore della famiglia diventa il punto di partenza per interrogare le responsabilità collettive, il ruolo dell’educazione e la necessità di modificare una cultura che ancora fatica a riconoscere le radici della violenza di genere.
Il film non pretende di esaurire una questione così complessa, né di sostituirsi al lavoro quotidiano di chi si impegna nella prevenzione. Prova piuttosto a raccogliere una testimonianza e a consegnarla a chi guarda, soprattutto ai giovani, perché la memoria non resti confinata nel passato e la consapevolezza possa tradursi in azione.
Perché raccontare Giulia significa anche ricordare che una storia non coincide mai soltanto con il modo in cui finisce. E che il cambiamento comincia quando il dolore degli altri smette di sembrarci estraneo.

