Nel logo della Metro-Goldwyn-Mayer, un leone ruggisce incorniciato da un motto in latino: “Ars gratia artis”, ovvero “l’arte per l’arte”. Questa dichiarazione, posta all’ingresso simbolico di una delle più grandi industrie cinematografiche del Novecento, suona quasi come una provocazione. È davvero possibile pensare il cinema come arte pura, autonoma, slegata da fini pratici o commerciali? Specie se da quando esso stesso è nato, cresciuto e prosperato come forma artistica è intrinsecamente legato all’industria.
L’espressione “arte per l’arte” affonda le sue radici nel pensiero estetico dell’Ottocento europeo, in particolare nell’ambito del decadentismo e dell’estetismo. Intellettuali come Théophile Gautier, James Whistler e Oscar Wilde hanno sostenuto che l’arte non dovesse servire alcuno scopo se non quello di esistere come espressione del bello. Per Wilde, “l’arte è completamente inutile” . Proprio in questa inutilità risiederebbe il suo valore più autentico, il suo rifiuto di piegarsi a scopi morali, didattici o politici.

Trasporre questo ideale al cinema, però, è tutt’altro che scontato. A differenza di molte altre forme artistiche, il cinema richiede una macchina produttiva complessa e costosa: sceneggiature, cineprese, attrezzature, tecnici, attori, distribuzione. Si tratta di un’arte collettiva e materiale, e per questo inevitabilmente legata a dinamiche economiche e industriali. Un enorme catena di montaggio, come una fabbrica. Il cinema è spettacolo, intrattenimento, commercio, ma è anche espressione, linguaggio, visione.
Questa duplicità ha caratterizzato sin dall’inizio la settima arte. Se da un lato, all’inizio del Novecento, figure come Georges Méliès o Sergej Ėjzenštejn sperimentavano con il linguaggio cinematografico come forma d’arte autonoma. Dall’altro il sistema degli studios hollywoodiani consolidava rapidamente una struttura produttiva industriale, fortemente orientata al mercato. La MGM, in particolare, ha incarnato l’apice di questa organizzazione industriale: produzioni seriali, attori vincolati da lunghi contratti, formule narrative collaudate. Eppure, proprio all’interno di questi vincoli, hanno preso forma opere artisticamente rilevanti. Film come The Wizard of Oz (1939) o Singin’ in the Rain (1952) dimostrano come la creatività possa fiorire anche entro strutture rigidamente codificate.

Nel frattempo, in Europa, si sviluppava un cinema d’autore più vicino all’ideale dell’arte per l’arte: registi come Ingmar Bergman, Michelangelo Antonioni, Jean-Luc Godard e Federico Fellini realizzavano opere che non puntavano al grande pubblico ma cercavano una riflessione sul linguaggio, sull’identità, sull’esistenza. Film come 8½ (1963) o Persona (1966) non offrono risposte, non “piacciono a tutti”, ma pongono domande, mettono in discussione lo stesso atto del fare cinema. In questi casi, l’arte è fine a se stessa: non serve a intrattenere, a educare o a vendere, ma a esprimere una visione interna, spesso enigmatica, del mondo.
Eppure, anche in tempi più recenti, questa tensione tra arte e industria continua a manifestarsi. Da una parte, il cinema mainstream ha esasperato la logica industriale: saghe, sequel, franchise globali come l’universo Marvel o le produzioni Disney sono progettati per il massimo rendimento economico, spesso sacrificando sperimentazione e rischio creativo. Dall’altra parte, esistono ancora autori che, pur lavorando con grandi budget, cercano di mantenere una voce personale. È il caso di Christopher Nolan, i cui film (Inception, Interstellar, Oppenheimer) uniscono complessità concettuale e successo commerciale, dimostrando che non sempre le esigenze di mercato soffocano l’ambizione artistica.
In un panorama più indipendente, registi come Béla Tarr, Apichatpong Weerasethakul o Chantal Akerman hanno portato avanti un’idea di cinema che si avvicina ancora di più all’estetica dell’“arte per l’arte”: opere rarefatte, lente, spesso difficili, che non cercano il consenso ma l’autenticità. Eppure, anche queste opere, per esistere, hanno bisogno di finanziamenti, distribuzione, festival. L’arte pura, nel cinema, non è mai del tutto slegata dall’apparato produttivo.
Un altro modo di intendere la frase, è grazie a Ricciotto Canudo, che definisce il cinema come sintesi delle arti. Come se esse si fondessero tra loro e nel loro puzzle creassero un film. Quindi in questo caso si potrebbe intendere che tutte le arti lavorano per un fine unico, insieme, creando qualcosa di nuovo.

Alla luce di queste considerazioni, il motto “Ars gratia artis” appare non tanto come una descrizione della realtà, quanto come un’utopia regolatrice. Non dice ciò che il cinema è, ma ciò che potrebbe aspirare a essere: un’arte capace di non dimenticare la propria funzione espressiva, anche all’interno di un sistema economico che tende a normalizzare e standardizzare. È una tensione continua, non risolvibile, ma proprio in questo conflitto risiede forse la vitalità del cinema: nella sua capacità di oscillare tra spettacolo e riflessione, consumo e creazione, intrattenimento e arte.
In definitiva, il cinema non è (e forse non sarà mai) soltanto arte per l’arte. Continuiamo a porci questa domanda. Continuiamo a guardare quel leone ruggente e a chiederci se le sue parole siano autentiche. Ed è proprio questo il segno che l’arte, anche dentro l’industria, non ha ancora smesso di ruggire.

