Se c’è una parola che continua a tornare mentre scorrono gli episodi di Due Spicci, è consapevolezza. Non quella esibita, non quella che si usa per definirsi, ma quella che arriva piano. Una sensazione che prende forma nella testa dello spettatore quasi controvoglia, quando ci si rende conto che è necessario smettere di scappare e si inizia a restare.
Passano all’incirca tre anni tra una serie di Zerocalcare e l’altra. Tempistiche dettate dalle logiche produttive dell’animazione; quelle stesse che rendono persino più “pulito”, quasi glabro, il corpo di Zero, ma che in realtà raccontano qualcosa di più profondo: una maturità che si accumula. Che si sedimenta. Che, progetto dopo progetto, si fa sempre più difficile da ignorare.
Il 27 maggio, su Netflix, arriva la terza mini-serie del fumettista romano e la sensazione è che questa sia l’opera più stratificata e adulta del suo percorso. Diverse recensioni parlano apertamente di un punto di svolta: meno “racconto generazionale immediato”, più analisi emotiva profonda, quasi dolorosa.
Una storia semplice, un peso emotivo complesso
La base narrativa è essenziale: Zero e Cinghiale gestiscono un piccolo locale, stretto tra problemi economici, incomprensioni e vite personali che si complicano più del previsto. Il ritorno di una figura dal passato e responsabilità inattese fanno precipitare una situazione già fragile, costringendo tutti a confrontarsi con scelte difficili.
Accanto a Zero, immancabile, l’Armadillo (ancora una volta con la voce di Valerio Mastandrea) presenza costante e sempre più scomoda, perché più lucida che mai. Ma è solo una cornice. Perché Due Spicci non racconta davvero cosa succede. Racconta come pesa quello che succede. O le conseguenze del rendere sospesi i legami con i nostri affetti, semplicemente perché siamo stati divortati dallo scorrere del tempo.
Millennials: una generazione sospesa
Fin dai primi istanti, Michele torna a fare ciò che gli riesce meglio: raccontare il disagio dei Millennials. Una generazione che, specie in Italia, tra i 30 e i 40 anni continua ad “affacciarsi” alla vita senza mai entrarci davvero. Come se mancasse uno spazio evolutivo reale. Come se fossimo tutti su piccole zattere in mezzo al mare, capaci di restare a galla, ma non di scegliere davvero una direzione.
Questo tema, già presente nei lavori precedenti, qui si fa più concreto. Più materiale. Più adulto. Due Spicci è, senza alcun dubbio, il ritratto più onesto e disilluso di questa generazione, meno mediato dall’ironia e più attraversato da un senso di fallimento quotidiano.
Dall’esterno all’interno: il cambio di prospettiva
Se Strappare lungo i bordi lavorava sul viaggio e sul ricordo, e Questo mondo non mi renderà cattivo spingeva Zero a prendere posizione rispetto alla società, Due Spicci torna su un terreno più introspettivo.
Qui le problematiche sono esterne: lavoro, soldi, responsabilità; ma il racconto è tutto interno.
La violenza diventa linguaggio, non più solo strumento. Serve a raccontare quella frattura costante tra il desiderio di felicità e l’effettiva capacità di esserlo. Perché se da una parte non manca nulla, dall’altra sembra mancare tutto. Anche le coordinate. È un mondo senza stella polare. E questa immagine, che torna più volte nella serie, è forse una delle più riuscite.
Uno degli elementi più maturi della serie è il modo in cui racconta i rapporti umani. Non ci sono grandi rotture, non ci sono eventi definitivi. C’è qualcosa di più sottile: l’allontanamento. La distanza che si crea senza che nessuno la scelga davvero.
Ci si rende conto, a un certo punto, di non esserci stati abbastanza per qualcuno. Non per cattiveria, ma perché il presente ti trascina altrove. E allora la felicità diventa una ricerca continua, spesso portata avanti più per non deludere chi ci ama che per un bisogno reale. Una dinamica che possiamo definire come “la più dolorosa e universale” della serie.
Il silenzio come risposta
L’ironia di Zero resta. È sempre lì: tagliente, precisa, perfettamente calibrata. Ma cambia funzione. Accanto ai flussi di coscienza, crescono i silenzi. E pesano.
Il più delle volte la gravità delle risposte è affidata alla musica che accompagna le scene. La cultura pop è padrona del racconto: tra film, serie tv, anime e scelte citazionali consapevoli abbiamo uno specchio che ci mostra i diversi elementi con i quali siamo cresciuti. Dai Radiohead a Tiziano Ferro: la colonna sonora diventa un richiamo uditivo ben specifico che riesce a comunicare più di quanto facciano i personaggi con i loro dialoghi.
Perché Due Spicci sembra suggerire una verità semplice: a volte tacere non è una scelta narrativa, ma l’unico modo per stare dentro un problema che non si sa affrontare. Soprattutto quando ci si è finiti dentro quasi per caso.
Essere in ritardo sulla propria vita
Il tema centrale emerge lentamente, ma resta addosso: la sensazione di essere sempre in ritardo.
Il confronto con chi è venuto prima diventa inevitabile. Ma la risposta che la serie lascia è spiazzante nella sua semplicità: non esiste un tempo giusto. E forse è proprio questa la maturità più grande del racconto. Non offrire soluzioni, ma accettare l’assenza di una misura universale.
Che la storia sia autobiografica o meno, poco importa. Gli elementi inseriti da Zerocalcare la rendono universale. Perché quei personaggi, anche quando hanno sembianze animali, non sono altro che proiezioni di paure, dubbi, demoni notturni che appartengono a tutti.
La domanda, allora, resta sospesa anche dopo i titoli di coda: viviamo davvero vite così diverse?
O siamo tutti, in fondo, su zattere simili e l’unica cosa che rimane è decidere se restare soli, o condividere quel poco spazio che abbiamo, come Jack e Rose mentre il Titanic affonda?

