Eddie Brock

“Amarsi è la rivoluzione”. E forse è proprio in quella piccola particella riflessiva che si nasconde la chiave di lettura dell’album di Eddie Brock. Tracce, suggellate nel corso del tour, che costruiscono il cuore del suo rapporto col pubblico.

Amarsi, tra di noi, con gli altri… e forse anche imparare ad amare un po’ di più se stessi. Un volemose bene che, intrecciato a quel “nosotros”, trasforma ogni incontro in una piccola rivoluzione. Un moto continuo, quasi cosmico, paragonabile a quello della Terra intorno al sole: circolare, costante, capace di ricentrare e ricalibrare chi siamo in funzione di ciò che ci circonda. È un ruotare tra noi e gli altri, che definisce i rapporti, li consolida, li suggella. Tutto al ritmo di cuori che battono all’unisono e di sorrisi incorniciati dalle luci che si riflettono dentro il Largo Venue.

Sarà che quel 29 marzo sono arrivata lì con un’emotività particolarmente fragile. Sarà che le mie giornate, ultimamente, hanno avuto il sapore di una montagna russa. Fatto sta che ogni cosa, quella sera, ha risuonato con una profondità tale da richiamare echi lontani, proprio in fondo allo stomaco.

Quando parte “Rivoluzione”, è come se tutto trovasse immediatamente un centro. “Ma Viola” e “Tarocchi” accendono il pubblico, lo portano dentro una dimensione più viva, quasi febbrile. Con “Lungomare a Napoli” e “Un’altra canzone d’amore” il live cambia pelle, si fa più intimo, più vicino. Perché si, anche se le canzoni potrebbero essere scritte con il cipiglio di chi “fa solo canzoni d’amore”, il racconto che si nasconde dietro le strofe è quello che resta nelle orecchie di chi lo ascolta. Quindi ci si bacia, ci sia abbraccia, si suggella quel patto che il cuore chiede. Specie nel momento in cui Eddie ridacchia nel raccontare come si è ritrovato a buttar giù questo o quell’altro testo.

Edoardo non è perfetto. E proprio nelle sue imperfezioni permette al pubblico di riconoscersi, di specchiarsi nei suoi testi, nelle sue crepe, nei suoi slanci. È umano, e per questo vicino.

Sul palco, però, non è mai solo. Chiama gli amici di sempre, condivide lo spazio, lo moltiplica.

Così Roadelli sale e porta “Il solito sabato sera”. Un brano che ti entra in testa e spalanca immagini di quotidianità frenetiche, di vite che corrono e che hanno bisogno, ogni tanto, di fermarsi. È un entrare, e forse un tornare, in punta di piedi nella vita di un amore che potrebbe meritare ancora una possibilità.
“Posso ancora trasmetterti il meglio di me” non è solo un verso: è un augurio. Una speranza. Un modo per ricordarsi chi si è stati e, forse, chi si può ancora essere. Perché l’amore, in fondo, non sparisce da un giorno all’altro. È una costante.

Il ritmo torna a salire con “T3”, condivisa con Fabio, e in un attimo si passa dal sabato alla domenica. Una Roma che fa da sfondo a scelte “facili”, nate però da un bisogno più profondo: quello di proteggersi.

E poi, inevitabilmente, arriva uno dei primi picchi emotivi: “Non è mica te”. Un coro che si alza lungo tutta la venue. Voci che si uniscono all’interno del brano che un po’ ha suggellato il cambio di vita di Eddie.
Largo Venue canta compatto, senza esitazioni. Non è solo un brano virale, è un punto di contatto, una lingua comune.

Poi arriva un altro cambio di scena. Sul palco compare una panchina. Improvvisamente ci si sposta: dalla rivoluzione al quotidiano, dal grande al piccolo. È il baretto sotto casa, il luogo delle chiacchiere, delle risate, delle celebrazioni semplici.

A raggiungerlo c’è anche Briga. E in quel momento siamo tutti lì, raccolti attorno a quell’immagine, pronti a festeggiare qualcosa di profondamente umano: l’arrivo di Allegra in questo pazzo mondo.

La seconda parte del live è un continuo oscillare tra energia e malinconia. Brani che riportano tutto su una dimensione più emotiva, quasi sospesa. Esecuzioni che scorrono come fotogrammi di una stessa storia, fino ad arrivare a “Avvoltoi”, il brano che lo ha portato sul palco del Festival di Sanremo. Qui tutto si fa più denso, più stratificato. È il lato più esposto, quello che non cerca scorciatoie.

“Roma dorme” e/o “Trattengo il respiro”, così come altri titoli presenti all’interno del disco, divano delle vere e proprie dediche. Parole incorniciate da un sentire comune mentre il concerto sembra rallentare, come se volesse trattenere il tempo ancora per qualche istante.

Ma non è davvero finita. Si continua sull’onda del “famone ‘n’altra”

“Avvoltoi” e “Non è mica te” tornano a chiudere il cerchio, riportando il pubblico dentro quell’energia iniziale, ma con una consapevolezza diversa. Più piena.

L’Amarsi Tour 2026 non è solo un insieme di date, né una semplice scaletta che si ripete da città a città.
È un movimento. Un continuo andare e tornare tra sé stessi e gli altri, tra quello che siamo e quello che proviamo a diventare.

E forse è proprio questo il punto: credere davvero che, sì, amarsi sia una rivoluzione.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

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