Guardare Hope negli ultimi giorni della Festa del Cinema di Roma, uscire dalla sala intorno a mezzanotte e mezza con addosso tutta la stanchezza accumulata durante la giornata e ritrovarsi davanti a un film di quasi tre ore è stata, a suo modo, un’esperienza mistica. Non so quanto abbia contribuito la fatica, quanto il film o quanto la combinazione delle due cose, ma il dialogo finale si è trasformato progressivamente in una sorta di sogno psichedelico, accompagnato dalla sensazione di assistere alla scena da una dimensione diversa, quasi extracorporea. Come se, a un certo punto, la mia coscienza avesse deciso di abbandonare il corpo per lasciarsi trascinare altrove. E forse è proprio questa la maniera migliore per raccontare Hope: un’esperienza cinematografica che richiede una certa disponibilità ad abbandonare le proprie coordinate, accettando di non sapere sempre dove si stia andando.
Diretto da Na Hong-jin, il film è un’opera particolarmente interessante proprio per la sua natura difficilmente classificabile. Horror, fantascienza, thriller, action, commedia nera e monster movie convivono all’interno di una pellicola che sembra voler attraversare quasi tutti i generi cinematografici esistenti, senza preoccuparsi troppo di mantenere una precisa identità. Un’ambizione considerevole, che si traduce in un racconto altrettanto smisurato, già concepito come il primo capitolo di una trilogia.
Hope: la trama del film di Na Hong-jin
La storia prende forma a Hope Harbor, un piccolo villaggio sudcoreano nei pressi della zona demilitarizzata che separa le due Coree. Quando viene ritrovata una mucca brutalmente mutilata, il capo della polizia locale Bum-seok (Hwang Jung-min) comincia a indagare, inizialmente convinto di trovarsi davanti all’attacco di un animale feroce. Quello che sembra un caso isolato si trasforma presto in qualcosa di molto più inquietante: una presenza sconosciuta minaccia la comunità, trascinando gli abitanti in una situazione sempre più surreale e pericolosa.
Nel cast troviamo anche Zo In-sung, Hoyeon, Michael Fassbender, Alicia Vikander e Taylor Russell, coinvolti in un racconto che allarga progressivamente il proprio orizzonte, passando da una dimensione apparentemente circoscritta a una vicenda dalle proporzioni decisamente più grandi.
Un film americano con un cuore profondamente coreano
Una delle caratteristiche più interessanti di Hope è il suo rapporto con le diverse identità cinematografiche che lo attraversano. Si tratta di una produzione realizzata con un budget di dimensioni hollywoodiane, eppure Na Hong-jin non rinuncia a un’estetica e a una sensibilità profondamente coreane. Il respiro internazionale della produzione non cancella le radici culturali dell’opera, che rimangono riconoscibili dall’inizio alla fine.
C’è qualcosa nella costruzione dei personaggi, nei tempi della narrazione, nella gestione delle relazioni e persino nel modo in cui il racconto alterna momenti drammatici, grotteschi e apertamente assurdi che restituisce continuamente la sensazione di trovarsi dentro un K-drama dalle proporzioni mostruose. Non è soltanto una questione di provenienza geografica, ma di linguaggio. Hope conserva un modo di raccontare tipicamente coreano anche quando si apre allo spettacolo più esplicitamente occidentale.
Ed è proprio qui che potrebbe nascere una delle principali difficoltà per una parte del pubblico. Chi non ha familiarità con il cinema e le serie sudcoreane potrebbe faticare ad abituarsi a una narrazione tanto dilatata, ai suoi cambi di tono e a una certa tendenza all’eccesso emotivo e visivo. Non è un film che cerca continuamente di accompagnare lo spettatore, né sembra particolarmente interessato a rendere più semplice il proprio percorso. Al contrario, pretende una disponibilità ad accettarne le stranezze, anche quando queste rischiano di diventare ingombranti.
Un’ora di attesa prima di mostrare il mostro
Sarebbe potuto durare meno? Sicuramente. Eppure, sarebbe stato un altro film.
La scelta di estendere il prologo per quasi un’ora, ritardando continuamente la comparsa della creatura e lasciando che il mistero si alimenti attraverso indizi, racconti e situazioni sempre più inquietanti, è tanto impensabile quanto dannatamente intrigante. In un’epoca cinematografica in cui sembra esserci una costante necessità di mostrare tutto e subito, Na Hong-jin decide di giocare con la pazienza dello spettatore, costruendo un’attesa che diventa quasi un personaggio a sé.
La prima parte vive proprio di questa sospensione. Il mostro è una presenza che incombe, qualcosa che si percepisce prima ancora di riuscire a comprenderlo. Il film si prende il suo tempo, accumula tensione e lascia spazio all’immaginazione, trasformando un piccolo villaggio in un luogo sempre più imprevedibile.
È una scelta che può mettere alla prova anche lo spettatore più paziente, soprattutto considerando la durata complessiva della pellicola, ma che possiede una sua precisa ragione narrativa. La curiosità finisce per prendere il sopravvento sulla necessità di arrivare subito al punto. E quando finalmente il film decide di cambiare marcia, lo fa senza chiedere il permesso.
Dal monster movie al videogioco
La seconda parte di Hope sembra quasi appartenere a un’altra opera. Il racconto si trasforma progressivamente in una sorta di videogioco, con un’escalation di situazioni, creature, scontri e sequenze action che spostano completamente il baricentro dell’esperienza. La tensione costruita nella prima ora lascia spazio a uno spettacolo decisamente più caotico, in cui Na Hong-jin sembra divertirsi a sperimentare con le possibilità del genere.
È anche il momento in cui emergono maggiormente i limiti tecnici della pellicola. La CGI non è sempre convincente e alcune creature risentono di una realizzazione digitale che fatica a restituire il peso e la fisicità necessarie. Eppure, curiosamente, è proprio questa imperfezione a contribuire al carattere bizzarro dell’opera. L’estetica del mostro, insieme a una computer grafica tutt’altro che impeccabile, aggiunge quei dettagli che finiscono per farti dire: ma sì, lo prendo per quello che è.
Quando Hope perde ogni freno
Un discorso a parte merita la scelta, piuttosto curiosa, di ricorrere massicciamente alla CGI anche per coprire i volti di alcuni dei nomi più riconoscibili del cast. La presenza di Alicia Vikander e Michael Fassbender, due interpreti che non avrebbero certo bisogno di presentazioni, viene in parte sacrificata proprio dalle soluzioni visive adottate dal film. È una scelta che lascia qualche perplessità: da una parte si comprende la volontà di costruire un immaginario coerente con la natura fantastica della storia, dall’altra viene spontaneo chiedersi quanto senso abbia coinvolgere attori di questa notorietà per poi nasconderne, almeno in parte, i volti e le espressioni dietro un apparato digitale così invasivo. Anche questo, però, finisce per appartenere alla natura singolare di Hope, un film in cui l’artificio non è soltanto uno strumento tecnico, ma diventa parte integrante dell’esperienza.
Un altro elemento interessante è l’utilizzo della comicità, che interviene spesso nei momenti meno prevedibili, quasi a interrompere la sacralità della violenza e la brutalità delle immagini mostrate. Il sangue, le mutilazioni e le situazioni più disturbanti non vengono sempre accompagnati da un registro solenne o apertamente horror. Al contrario, Na Hong-jin introduce situazioni grottesche e momenti di comicità che disinnescano, almeno temporaneamente, la tensione. È un contrasto volutamente spiazzante: si passa dal disgusto alla risata, dalla tensione all’assurdo, senza che il film sembri sentire il bisogno di giustificare questi continui slittamenti. La risata diventa così un altro modo per rompere le aspettative dello spettatore, impedendogli di adagiarsi su un’unica chiave di lettura.
Hope è un’esperienza prima ancora che un film
Non tutto deve necessariamente funzionare alla perfezione per risultare interessante. In certi momenti Hope sembra quasi divertirsi a mettere in scena il proprio eccesso, senza preoccuparsi troppo di risultare elegante o credibile. È un film che preferisce osare, anche a costo di inciampare, piuttosto che rimanere entro i confini rassicuranti di un genere.
Il limite e, allo stesso tempo, il fascino di Hope risiedono nella sua incapacità di trovare una misura. La durata è impegnativa, la narrazione procede per deviazioni, i cambi di registro possono disorientare e alcune soluzioni visive non restituiscono sempre il risultato sperato. Ma sarebbe riduttivo fermarsi a questi aspetti senza considerare la natura profondamente ambiziosa del progetto.
Na Hong-jin costruisce un universo che sembra voler contenere molto più di quanto una singola storia possa raccontare. La sensazione è quella di assistere a un lungo prologo, a un primo movimento di qualcosa che deve ancora trovare la propria forma definitiva. Una scelta che inevitabilmente lascia qualche interrogativo sulla capacità del film di reggersi autonomamente, ma che contribuisce anche alla sua natura imprevedibile.
Extracorporeità
E poi c’è quel finale, che dopo quasi tre ore di visioni, creature e continue trasformazioni sembra spostare ulteriormente il confine tra ciò che accade sullo schermo e quello che lo spettatore sta effettivamente vivendo. Nel mio caso, complice anche l’orario e la stanchezza accumulata durante la Festa del Cinema, si è trasformato in un’esperienza quasi onirica, una specie di allucinazione cinematografica dalla quale sono uscita con la sensazione di aver appena attraversato qualcosa di difficile da ricondurre a una definizione precisa.
Hope non è un film perfetto, né un’opera che riuscirà necessariamente a conquistare chiunque. Richiede pazienza, familiarità con un certo tipo di narrazione e soprattutto la disponibilità a lasciarsi trascinare in un viaggio che non sempre conosce la misura. Ma è anche un film che possiede una personalità riconoscibile, un’ambizione fuori dal comune e il coraggio di non scegliere una sola strada.
A volte basta anche questo per rendere un’esperienza cinematografica memorabile. Anche quando, uscendo dalla sala a mezzanotte e mezza, non si è più del tutto sicuri di essere tornati completamente con i piedi per terra.

