La notte di certe notti

Allo Stadio Olimpico di Roma non si apre semplicemente un concerto: “questa sera si riaccendono le luci” e prende forma “La notte di Certe notti”, il nuovo grande capitolo live di Luciano Ligabue. Un progetto che trasforma i trent’anni di Certe notti in un viaggio che attraversa stadi, città e generazioni, riportando al centro l’idea di live come esperienza collettiva e condivisa.

Roma è il punto di partenza di un percorso che proseguirà il 17 giugno all’Allianz Stadium di Torino con “Certe notti a Torino”, il 20 giugno a San Siro con “Certe notti a Milano”, fino alla lunga serie di appuntamenti nei palasport da settembre, per 15 città e un finale previsto il 24 ottobre all’Unipol Dome di Milano.

Roma e l’inizio del viaggio: il concerto come racconto in movimento

L’appuntamento romano segna l’avvio ufficiale del progetto negli stadi, ma anche l’ingresso in una narrazione che supera la semplice celebrazione.

Ligabue lo chiarisce subito con una visione molto personale del suo percorso artistico:

“Me lo sto semplicemente godendo al massimo. Fare i concerti è sempre per me la cosa che dà senso a questo mestiere. È chiaro che mi piace anche lavorare in studio, incidere canzoni e pubblicarle, ma il live è quello che mi ha portato fin qui.”

E il legame con il palco ha una radice precisa:

“Questa cosa l’ho capita al mio primo concerto, quando avevo 27 anni. Ho detto: questo è quello che voglio fare nella vita.”

Il Ligavillage: la città del concerto che nasce ore prima

Attorno allo Stadio Olimpico, il live inizia già nel pomeriggio con il Ligavillage, spazio gratuito che anticipa e amplifica l’esperienza dello show. Un’area aperta dalle 17.00 alle 20.00 con incontri con la band, musica live, attività, giochi, talk, tribute band e una mostra fotografica dedicata alla carriera dell’artista.

Non un semplice pre-show, ma una vera estensione narrativa del concerto, che trasforma l’attesa in esperienza e il pubblico in parte attiva dell’evento.

Un concerto costruito come narrazione per capitoli

Lo spettacolo si sviluppa come un racconto strutturato in blocchi, ognuno legato a una fase precisa del repertorio.

L’impianto visivo richiama le grandi città del divertimento e del peccato, come Las Vegas: luci, insegne e atmosfere da grande show internazionale che trasformano il concerto in una dimensione quasi cinematografica. Fin dall’apertura con “Balliamo sul mondo”, tra immagini contemporanee e richiami all’universo di Radiofreccia, emerge un’idea chiara: passato e presente devono dialogare. La scaletta accelera con i brani delle origini: “Marlon Brando è sempre lui”; “Bambolina e Barracuda” e “Non è tempo per noi”. Il primo vero momento di rottura emotiva arriva con “Piccola stella senza cielo”, che trasforma lo stadio in un unico spazio condiviso tra palco e pubblico.

Uno dei passaggi più interessanti del racconto riguarda proprio la genesi del brano simbolo del tour.

“Quando facemmo gli ascolti per scegliere il primo singolo di Buon compleanno Elvis, tutti dissero subito ‘Certe notti’. Io rimasi sorpreso, perché fino a quel momento i singoli erano sempre stati più up tempo.”

La band come famiglia e il palco come esperienza collettiva

Il live assume anche una dimensione profondamente condivisa tra musicisti.

“Ho sempre vissuto il palco come un’esperienza collettiva, un po’ come i tre moschettieri: tutti per uno, uno per tutti. Suonare insieme crea qualcosa che resta nella memoria.”

E in questo equilibrio entra anche la presenza del figlio Lenny:

“Mio figlio alla batteria ci ha messo in riga tutti. È talmente bravo che ormai è lui a sostenere il padre, non il contrario. È la batteria che tiene tutto in piedi.”

Anche il rapporto con il pubblico diventa parte della narrazione del tempo.

“È difficile dire come sia cambiato il pubblico. Quelli che vedo sono quelli delle prime file, e li ho visti cambiare negli anni. Con il tempo si cerca magari la seggiolina più che la transenna.”

Ma resta un punto fermo:

“Le prime file sono quelle che non cambiano mai. Sono quelle che ti danno il feedback più diretto e ti danno energia ogni sera.”

Dal rock alla riflessione: il cuore dello show

Nel corso del concerto trovano spazio anche brani come “Si viene e si va”, “L’odore del sesso” e “Il mio nome è mai più”, accompagnati da un passaggio che richiama i conflitti internazionali contemporanei. Un momento che rompe la dimensione festiva e riporta lo show su un piano più diretto e attuale, prima del ritorno alla coralità di “Una vita da mediano”.

Lo spettacolo si sposta poi su toni più raccolti con “Ti sento”, “Eri bellissima” e “Questa è la mia vita”, fino a “Sogni di rock’n’roll”, raccontata come tappa fondamentale del suo percorso artistico. Tra i momenti più significativi anche un nuovo brano dedicato alla violenza contro le donne, legato alla campagna “Una Nessuna Centomila”, che interrompe la festa per riportare l’attenzione su un tema urgente e necessario.

La parte finale riporta tutto alla dimensione rock: “Lambrusco e Pop Corn”, “Urlando contro il cielo”, “Leggero”, “Quella che non sei” e “Happy Hour” chiudono il set principale con grande energia, sostenuti dalla band storica e da un intreccio generazionale sul palco. Il bis è il momento più atteso: “I ragazzi sono in giro” prepara l’ingresso di “Certe notti”.

Quando parte il brano, il concerto cambia forma: non è più spettacolo, ma rito collettivo.

Un tour che è molto più di una celebrazione

Da settembre il progetto entrerà nella sua fase più ampia, con 15 città e 15 appuntamenti senza repliche, fino alla chiusura del 24 ottobre all’Unipol Dome di Milano. Sul palco una formazione storica: Fede Poggipollini, Max Cottafavi, Mel Previte, Niccolò Bossini, Luciano Luisi, Davide Pezzin e Lenny Ligabue.

Un equilibrio tra passato e presente che restituisce profondità a un live costruito nel tempo.

A trent’anni dalla sua uscita, il brano continua a funzionare come punto di contatto immediato tra generazioni diverse, capace di attivare memoria e appartenenza nello stesso istante. “La notte di Certe notti” non è solo un tour celebrativo, ma un dispositivo narrativo che attraversa trent’anni di musica e immaginario collettivo. E mentre Roma segna l’inizio del viaggio, resta una sensazione costante: il palco come spazio vivo, dove le canzoni non appartengono mai davvero al passato, ma continuano a succedere, una notte dopo l’altra.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

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