Look Back

Presentato in concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, Look Back è il nuovo film di Hirokazu Koreeda, adattamento in live action dell’omonimo manga di Tatsuki Fujimoto. La storia segue Fujino e Kyomoto, due ragazze molto diverse ma unite dalla passione per il disegno. La prima è estroversa, ambiziosa e convinta del proprio talento; la seconda è introversa, solitaria e trascorre quasi tutto il tempo chiusa in casa, immersa nei suoi disegni.

Il loro incontro cambia il percorso di entrambe. Per tredici anni, tra amicizia, crescita e dolore, le due ragazze inseguono il sogno di diventare mangaka, imparando a migliorarsi proprio grazie alla presenza dell’altra. Koreeda sceglie di raccontare questo legame con grande delicatezza, ma il risultato è un’opera piuttosto discontinua, capace di emozionare soprattutto nella parte finale, dopo una lunga fase iniziale che fatica a trovare il giusto equilibrio tra semplicità e profondità.

Un’amicizia raccontata con troppa distanza

La prima parte del film funziona bene. Il rapporto tra Fujino e Kyomoto nasce in modo naturale, attraverso una rivalità che si trasforma progressivamente in complicità. Fujino, inizialmente infastidita dal talento dell’altra ragazza, comprende che Kyomoto rappresenta qualcosa che lei non possiede: una capacità tecnica straordinaria, ma anche una dedizione assoluta al disegno.

È un sentimento vicino a quello di chi considera qualcuno la propria persona preferita proprio perché la costringe a diventare migliore, a lavorare di più, a non accontentarsi. Il film racconta con efficacia questa forma di ammirazione, in cui l’amicizia nasce anche dal desiderio di essere all’altezza dell’altra persona.

Il problema è che, dopo questo avvio promettente, la narrazione tende progressivamente a spegnersi. La storia diventa una rappresentazione piuttosto convenzionale dell’amicizia adolescenziale e dei sogni condivisi, senza riuscire sempre a dare sufficiente spessore ai sentimenti delle protagoniste. Per chi non conosce il manga originale o il precedente adattamento animato, alcuni passaggi possono apparire troppo semplici e dilatati.

La durata di cento minuti non è eccessiva in senso assoluto, ma il film avrebbe probabilmente beneficiato di un taglio di almeno venti minuti. In alternativa, avrebbe avuto bisogno di dialoghi più incisivi, capaci di far emergere con maggiore chiarezza ciò che le ragazze provano. Il loro legame è centrale, ma per buona parte del racconto Koreeda sembra osservarlo da una certa distanza, senza permettere davvero allo spettatore di entrarvi.

Una regia elegante, ma non sempre convincente

Sul piano visivo, Look Back è un film di grande raffinatezza. Koreeda costruisce immagini luminose, morbide, spesso sospese tra realismo e memoria. La regione del Tōhoku, attraversata dalle protagoniste nel corso delle stagioni, diventa uno spazio emotivo in cui la crescita personale si riflette nei cambiamenti della luce, del paesaggio e degli ambienti.

Non tutte le scelte compositive, però, risultano altrettanto riuscite. In diversi momenti la fotografia appare eccessivamente sovraesposta, soprattutto negli esterni, negli interni più luminosi e nei cieli visibili attraverso le finestre. Il risultato sembra voler evocare una consistenza da acquerello, ma finisce talvolta per apparire semplicemente slavato. Più che una precisa scelta stilistica, alcune immagini danno l’impressione di essere prive del necessario controllo della luce.

Anche alcune interpretazioni iniziali, soprattutto quelle delle protagoniste da bambine e del loro insegnante, risultano un po’ rigide. Furi Nanase, nel ruolo della giovane Fujino, è invece una presenza particolarmente piacevole, capace di dare energia e spontaneità a una parte del film che altrimenti rischierebbe di procedere in modo troppo meccanico.

Quando il film cambia direzione

La vera svolta arriva nella seconda metà, quando un evento improvviso modifica radicalmente il tono del racconto. Senza anticipare dettagli, Look Back abbandona la dimensione di semplice storia di formazione e si trasforma in qualcosa di più doloroso e complesso.

È in quel momento che il film comincia a collegare elementi disseminati in precedenza e a dare un nuovo significato al rapporto tra le protagoniste. La narrazione si fa più intensa, il sentimento di perdita diventa concreto e ciò che prima sembrava soltanto un racconto sull’amicizia assume una dimensione più ampia, legata alla creatività, al trauma e al bisogno di continuare a fare arte anche quando tutto sembra perdere senso.

Il passaggio è potente proprio perché arriva dopo una parte relativamente fredda. Per questo, però, rischia anche di apparire sproporzionato. Koreeda costruisce con cura l’affetto per le due ragazze, ma poi conduce il racconto verso una direzione che può risultare difficile da accettare. La forza emotiva del finale è indiscutibile, ma non sempre è accompagnata da una piena elaborazione narrativa.

La musica come forma di libertà

L’elemento più riuscito del film è probabilmente la colonna sonora. La musica viene utilizzata con grande parsimonia e proprio per questo, quando arriva, produce un effetto molto intenso. Nei momenti di maggiore tensione emotiva, il suo ingresso sembra aprire improvvisamente lo spazio del film, restituendo alle immagini una sensazione di libertà quasi fisica.

La musica non accompagna semplicemente le emozioni: le amplifica e, in alcuni casi, riesce a esprimerle meglio dei dialoghi. Ci sono sequenze che rimangono impresse soprattutto grazie a questa scelta di sottrazione e di attesa. Koreeda sembra sapere che, per ottenere un momento davvero commovente, è spesso necessario lasciare che il silenzio prepari il terreno.

Il sound design, invece, è meno convincente. Alcuni suoni risultano eccessivamente enfatizzati, in particolare le urla delle attrici e il rumore dei passi sul pavimento di legno. Dettagli che dovrebbero contribuire all’immersività finiscono talvolta per distrarre, spezzando il coinvolgimento proprio nei momenti in cui il film avrebbe bisogno di maggiore continuità.

Un finale troppo lungo

Il problema principale di Look Back resta comunque il modo in cui decide di concludersi. Il film trova, nella sua parte finale, alcune immagini di grande forza simbolica, capaci di sintetizzare il rapporto tra Fujino e Kyomoto con una delicatezza quasi perfetta. In almeno due momenti Koreeda sembra avere già trovato la conclusione ideale: un punto di arresto emotivamente compiuto, capace di lasciare allo spettatore spazio per elaborare ciò che ha visto.

Eppure il film prosegue. Aggiunge spiegazioni, variazioni e ulteriori passaggi, fino a diluire l’impatto di ciò che aveva appena costruito. L’ultima parte appare così più lunga del necessario, come se il regista non riuscisse a interrompere il racconto nel momento giusto.

Il piano fisso conclusivo, dedicato al disegno, dovrebbe rappresentare una sintesi poetica del messaggio del film: continuare a creare, andare avanti, trasformare il dolore in gesto artistico. Ma la sua durata eccessiva finisce per renderlo meno efficace. Sapere quando fermarsi è parte integrante della regia, e Look Back sembra oltrepassare proprio quel limite.

Una riflessione incompleta sulla creatività

Il film vorrebbe parlare della forza dell’arte, della collaborazione e della capacità di un incontro di modificare per sempre la vita di una persona. Il disegno diventa un modo per comunicare, costruire relazioni e affrontare la solitudine. Allo stesso tempo, è anche una forma di resistenza, un’attività che permette ai personaggi di non arrendersi davanti alla perdita.

Sono temi potenzialmente molto forti, ma non sempre sviluppati con la profondità necessaria. Look Back possiede un grande potenziale emotivo, che si manifesta soprattutto nel finale, ma per gran parte della sua durata sembra non riuscire a trasformare la semplicità della storia in una vera complessità sentimentale.

Il risultato è quindi un film elegante, sincero e attraversato da momenti di autentica bellezza, ma anche irregolare. La fotografia e la musica mostrano una notevole sensibilità, mentre le interpretazioni sostengono con discrezione un racconto che avrebbe avuto bisogno di maggiore densità e di un montaggio più severo.

Look Back non è un film privo di valore. Il suo ultimo atto contiene sequenze capaci di lasciare il segno e il messaggio sulla necessità di aprirsi al mondo, invece di costruire barriere, è semplice ma condivisibile. Tuttavia, la pellicola sembra contenere al proprio interno un’opera più breve, più asciutta e più compiuta, che avrebbe potuto colpire con maggiore forza. Qui, invece, l’emozione arriva, ma spesso troppo tardi e dopo un percorso che non riesce sempre a giustificare la propria durata.

Related Post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *