C’è un momento, nel percorso artistico e personale di ogni cantautrice, in cui diventa necessario fermarsi, respirare e tornare all’essenziale. REHAB, il nuovo EP di MATILDE in uscita il 19 dicembre per Columbia Records/Sony Music Italy, nasce esattamente da questa esigenza: un reset emotivo, un ritorno alle origini, una presa di distanza dal superfluo per recuperare una connessione più autentica con sé stessi e con la natura. Sei brani che trasformano l’idea di “recovery” in una metafora intima e profonda, dove il suono si alleggerisce, le immagini si fanno organiche e la scrittura diventa spazio di rifondazione personale.
Parlando del tuo progetto REHAB, dal comunicato emerge chiaramente l’idea di “recovery”, di ripartenza. Le tracce nascono davvero da questa esigenza oppure c’è qualcosa di più nascosto che si può cogliere solo con un ascolto più approfondito?
«L’esigenza di cambiamento nasce prima di tutto nei miei confronti. È un invito a cambiare in generale: togliere le cose di troppo dalla vita, quelle che ci fanno male, e aggiungere quelle che invece ci fanno bene. Detto questo, io sono totalmente dentro un percorso: ho scritto questo EP per invitare me stessa a cambiare, ma sto ancora cambiando. E non credo sarà un percorso breve. Penso che il cambiamento, in realtà, duri tutta la vita: siamo in continua evoluzione».
Tra le sei tracce ce n’è una a cui ti senti più legata?
«Sì, assolutamente. È l’ultima traccia, Fuori posto. È il brano più introspettivo, parla letteralmente di me, della mia storia, di come mi sono sentita e di come, oggi, mi sento un po’ meno così.
Parla del disagio, del non sentirsi mai nel posto giusto. Con l’esperienza e con il fatto di confrontarmi con sempre più persone, questa sensazione si attenua: impari a gestirla. Però resta una canzone molto legata al mio passato e al mio vissuto, quindi ci tengo particolarmente».
Ti definiresti più introspettiva o un’introversa che finge di essere estroversa?
«Un’introversa che finge di essere estroversa.
Sono molto introversa, ho imparato a “recitare” bene questa parte, ma non significa essere falsa. Se parlo con le persone è perché mi va davvero. Semplicemente, sento che per me essere estroversa richiede molta energia, perché non è naturale».
Se dovessi associare a questo sentirsi “fuori posto” un luogo che per te rappresenta una sorta di rehab personale, quale sarebbe?
«Il mio posto del cuore è la casa al mare di mio nonno, in Emilia-Romagna. Io amo l’acqua: mare, piscina, potrei starci per ore. Nell’acqua mi sento davvero ricaricata.
Se devo essere precisa, ti direi proprio il mare, dentro l’acqua, a galla. È lì che mi sento davvero al mio posto».
Se dovessi descrivere ciascuna delle sei tracce con una parola, quali sceglieresti?
«Odio: diversità. Non parla di odio, ma del fatto che per noi artisti — per “i ragazzi del cielo” — l’odio non dovrebbe esistere.
Guai: tentativo. È una canzone d’amore, di una storia finita male, un secondo tentativo di tornare insieme.
Papaya: leggerezza. È un brano allegro, giocoso.
Dior: sogno. Ha qualcosa di naturale e onirico insieme.
Unica: segno. Qualcosa che ti resta dentro.
Fuori posto: accettazione».
Il sound dell’EP è molto evocativo, soprattutto in Dior. Come sei arrivata a questa chiave sonora?
«Dopo la fine dei miei live di circa un anno e mezzo fa, c’è stata una fase di pausa e di riassestamento. Dovevo capire con chi lavorare e in che direzione andare. Quando sono tornata in studio ho incontrato Alessandro Faffa, il produttore con cui ho lavorato all’EP. Mi ha proposto questo sound afrobeat/afropop e mi sono subito connessa. Amo la natura e questi suoni più tribali mi hanno fatto venire una voglia enorme di fare musica. Ho capito che volevo avvicinarmi ancora di più a quel mondo e far emergere questo lato di me. Da lì è nato tutto, in modo molto naturale, senza forzature, anche grazie al lavoro con Madfingerz».
Il rapporto con la natura è molto presente nei tuoi testi. Da dove nasce questa esigenza?
«Sono nata e cresciuta in Svizzera, dove la natura è ovunque. Amo Milano per quello che mi offre, ma a volte la soffro perché è molto chiusa, oppressiva.
La natura mi affascina per il suo equilibrio: tutto è connesso, tutto segue un ciclo. Gli alberi crescono, perdono le foglie e poi si rigenerano da soli.
Anche il cibo che ci fa bene nasce dalla terra. Mi affascinano le tribù, il loro modo di vivere: noi non riusciremmo mai a vivere come loro, ma è incredibile pensare a quanto poco basterebbe per stare in piedi. E poi i colori: vengono tutti dalla natura. I pesci, i fiori, i frutti… la papaya, per esempio, è una follia visiva. Io amo tutto ciò che è naturale».
Pensi che i social siano in contraddizione con questo tuo legame con la natura?
«Secondo me no. Anche usando i social puoi comunicare naturalità: suonare la chitarra in un prato, far vedere che stai bene da sola ma non sei davvero sola perché c’è la natura.
È chiaro che non sempre puoi essere all’aperto, ma nei miei video cerco sempre di portare elementi naturali: piante, abiti che richiamano il mondo animale. È un modo per mantenere quel legame».
Quanto è stato difficile mettere per iscritto emozioni così intime?
«In realtà è l’EP che ho scritto con meno fatica. È venuto tutto molto di getto. Avevo da tempo il desiderio di unire musica e natura, e le immagini mi venivano in modo spontaneo. Forse Guai è stato più difficile perché l’ho scritto subito dopo una rottura, ma anche lì è stato liberatorio. La vera difficoltà, per me, non è scrivere il testo, ma attraversare l’emotività. Però poi tutto esce come deve uscire».
Quanto è importante fermarsi e prendersi un momento di “rehab”?
«È fondamentale. Crescendo si cambia, e il cambiamento non è una cosa brutta, anzi. È bello diventare persone diverse, con più valori e meno tossicità. Non so se esista davvero un momento in cui dici “ok, sto bene”, ma per me è stato importante fermarmi e riassestarmi. E spero di continuare a lavorare su me stessa per sempre».
In Unica collabori con Germo: com’è nata questa collaborazione?
«Conosco Stefano (Germo67) da quando ho iniziato a fare musica a Milano. Abbiamo scritto insieme già anni fa e da allora abbiamo continuato a collaborare. Mi piace inserirlo nel mio progetto mentre cresco e cambio».
Cosa speri arrivi all’ascoltatore da questo EP?
«Spero che venga voglia di riflettere, senza però appesantirsi troppo. Con leggerezza. E magari che porti anche ad avvicinarsi un po’ di più alla natura».
Se dovessi associare REHAB a un film, una serie o un videogioco?
«La prima immagine che mi viene in mente è Mowgli, il film».
Con REHAB, MATILDE firma un progetto che non cerca risposte definitive, ma apre domande necessarie: su chi siamo, su cosa ci serve davvero, su come ritrovare equilibrio in un mondo che corre veloce. Tra suggestioni naturali, sonorità globali e una scrittura sempre più consapevole, l’EP si chiude con Fuori posto, lasciando all’ascoltatore una sensazione di fragile ma sincera accettazione. Un lavoro che non pretende di guarire, ma invita ad ascoltarsi, a rallentare e a concedersi il tempo di un respiro. Perché, a volte, la vera riabilitazione passa proprio da lì.

