Ci sono film che non sbagliano tanto per quello che raccontano, ma per come decidono di farlo vedere. Notte prima degli esami 3.0 è uno di quelli, perché la sensazione più forte che resta addosso, più ancora della storia, è un nervosismo quasi viscerale che nasce proprio dalle immagini.
Giulio Sabbatini è il classico adolescente che si autosabota con una costanza quasi chirurgica: non studia, non si applica, si lascia scivolare addosso tutto con quella leggerezza che somiglia più a una fuga che a una scelta. Per questo la sua non ammissione alla maturità sembra scontata, quasi inevitabile. E invece no.
La professoressa di italiano, la temutissima Castelli, soprannominata “la belva”, decide di ammetterlo. Un gesto che i ragazzi leggono subito come una condanna, un modo per umiliarlo pubblicamente, per metterlo davanti al suo fallimento. Ma sotto quella rigidità c’è altro: il tentativo, forse un po’ goffo ma sincero, di impedirgli di restare fermo, intrappolato in un eterno presente da liceale, come un criceto sulla ruota. A una condizione, però: presentarsi ogni mattina alle nove a casa sua per studiare.
Attorno a Giulio si muove il suo gruppo, che prova a restare insieme mentre tutto cambia. C’è Cesare, l’amico più stretto, e Sole, con cui il rapporto è ormai incrinato, sospeso tra quello che era e quello che non riesce più a essere. Ci sono poi dinamiche più sfuggenti, come quelle di un ménage à trois volutamente asessuato, in cui però emergono desideri non detti, attrazioni che si spostano altrove, come quella di Allegra per Giulia, sorella di Barbagà, il secchione del gruppo. Un intreccio che prova a raccontare nuove forme di relazione, ma che resta sempre un passo indietro rispetto alla complessità che vorrebbe rappresentare.
Distanza emotiva
Il film prova a raccontare lo smarrimento adolescenziale, ma lo fa in modo distante. Le inquadrature storte e i primi piani insistiti sulle labbra impediscono allo spettatore di creare un vero imprinting emotivo con i personaggi. Tutto è spiattellato, tutto è già evidente: le emozioni ci sono, ma non riescono a sedimentarsi. In un film che parla di passaggio dall’adolescenza alla vita adulta, di desideri, paura e aspirazioni, questa scelta registica si rivela un limite. Eppure ci sono momenti in cui la fisicità dei personaggi emerge, creando lampi di autenticità, piccoli sprazzi di connessione che ricordano perché l’originale aveva funzionato.
La macchina da presa sembra incapace di stare ferma, sempre leggermente inclinata, sempre fuori asse, come se volesse dirti qualcosa di più, ma finisse per allontanarti invece che avvicinarti. E poi quelle soggettive insistite, spesso sulle labbra delle protagoniste, così esplicite da anticipare qualsiasi desiderio, qualsiasi tensione, qualsiasi possibilità di scoperta: tutto è già dichiarato, già consegnato allo spettatore, senza lasciargli lo spazio per sentirlo davvero. Le emozioni vengono mostrate, ma non sedimentano mai, e quelle inquadrature “storte”, invece di avvicinarti allo smarrimento dei personaggi, finiscono per creare distanza.
Ne vale la pena?
Se da un lato il film aggiorna i temi alla Gen Z (poliamore, ecoansia, relazioni LGBTQ+, social e cellulari che creano incontri dal vivo), dall’altro resta molto più vicino al pubblico adulto che ricorda il film del 2006 e il decennio precedente. La nostalgia è evidente, dalle compilation anni ’80 alle audiocassette, ai gesti delle nonne, e funziona più come richiamo emotivo che come reale aggiornamento. I ragazzi di oggi possono trovare qualche dinamica familiare o di gruppo riconoscibile, ma l’operazione “modernità” rimane spesso superficiale, uno sfondo più che un vero motore narrativo.
Più adulti che ragazzi
Le interpretazioni degli adulti, come quella di Sabrina Ferilli e soprattutto di Gianmarco Tognazzi, diventano il collante emotivo della storia. Tognazzi, nei panni del padre di Allegra, è preciso, tenerissimo, autentico: il vero cuore emotivo di un racconto che altrimenti faticherebbe a sostenersi. La “belva” di Ferilli, meno feroce del professor Martinelli originale, funziona perché risponde a un bisogno contemporaneo di rassicurazione e complessità narrativa, mantenendo una linea più morbida ma coerente con il tempo attuale.
Un’identità che non si definisce mai
Il film diretto da Tommaso Renzoni, che cofirma la sceneggiatura con Fausto Brizzi, prova a riprendere il filo interrotto dal primo capitolo vent’anni prima, tra rimpianto per un’epoca di relazioni semplici e fisicità concreta. I cellulari e i social qui diventano strumenti per incontrarsi, creare equivoci e unire solitudini, senza mai sostituire la realtà. È uno spirito retrò aggiornato, che funziona più nei dettagli di vita quotidiana che nella costruzione della storia: la trama resta sottile, con digressioni occasionali, ma è sostenuta da interpretazioni convincenti e da un tocco di calore umano che rende il film più che un semplice remake.
Alla fine, Notte prima degli esami 3.0 è
Un film che vuole raccontare lo smarrimento, ma lo osserva da lontano. Lo inclina, lo esplicita, lo mette in scena, senza mai entrarci davvero dentro. E forse è proprio questa distanza il suo limite più grande: perché quando smetti di sentire i personaggi, anche la notte prima degli esami smette di essere quella notte lì (quella che ti cambia davvero) e diventa solo un’altra storia che passa davanti agli occhi dello spettatore senza lasciare traccia.

