Orietta Berti

Dopo l’irresistibile successo di “Discoteca Italiana”, Orietta Berti torna a travolgere l’estate con “Cabaret”, il nuovo singolo disponibile dal 27 giugno su tutte le piattaforme, pubblicato da Time Records, che ne firma anche la comunicazione. Al suo fianco, ancora una volta, l’eclettico Fabio Rovazzi, ma soprattutto una collaborazione inaspettata con i FUCKYOURCLIQUE, enfant terribles della scena urban romana, già noti al pubblico Gen Z per la loro comicità irriverente e fuori dagli schemi.

Il risultato è un brano urban-pop fresco, ironico e perfettamente calibrato per diventare un tormentone, ma anche un piccolo specchio del presente, dove tra synth, violini e versi corrosivi si incontrano mondi, generazioni e visioni.

In questa intervista Orietta Berti ci racconta la genesi di “Cabaret“, il legame con Rovazzi, l’incontro sorprendente con i suoi nuovi compagni di strofa, e soprattutto cosa significa oggi – dopo 60 anni di carriera – continuare a divertirsi, reinventarsi e parlare al futuro senza dimenticare le proprie radici.

“Cabaret” è un brano pensato per l’estate, pieno di energia e leggerezza, ma con un testo che ironizza anche su certi paradossi della società contemporanea. Ti va di raccontarci come è nato questo pezzo e cosa l’ha convinta a farne parte?

«Sì, il nuovo brano è nato da una proposta del mio produttore Danti, che è anche l’autore del pezzo. L’ho conosciuto un paio d’anni fa e adesso sta curando il mio nuovo album, che uscirà a Natale, in occasione dei miei 60 anni di carriera. Mentre sceglievamo i brani per l’album, è saltata fuori questa canzone, “Cabaret“.
Lui mi ha detto: “È un peccato inserirla nell’album natalizio, questa è una canzone estiva!”. Ed effettivamente aveva ragione: è un pezzo che parla dell’attualità, della società di oggi, con riferimenti ai personaggi che ogni giorno troviamo sui giornali».

Nel brano torni a collaborare con Fabio Rovazzi, ma la vera sorpresa è l’arrivo dei FUCKYOURCLIQUE. Tre mondi molto diversi che si incontrano: com’è stato entrare in questa dimensione musicale così insolita e urbana?

«Abbiamo chiamato Rovazzi – che è sempre super impegnato – per proporgli il brano. L’ha ascoltato e ha detto subito: “Sì, sì, lo faccio volentieri!”. Poi abbiamo coinvolto anche dei giovani emergenti, rappresentanti della nuova generazione, i Fuckyourclique – anche se io mi sbaglio sempre a pronunciarlo, eh!
Anche loro hanno seguito il pezzo e l’hanno fatto loro. Così abbiamo deciso di farlo uscire in estate. Solo che, come al solito, Rovazzi ha voluto fare una sorpresa: è partito in vacanza in Thailandia proprio mentre dovevamo chiudere il brano e girare il video. Siamo quindi usciti con un po’ di ritardo, ma alla fine ce l’abbiamo fatta.

Abbiamo registrato il videoclip il 4 giugno. Sai com’è: un video si gira in un giorno, ma per montarlo, per farlo diventare un prodotto di tre o quattro minuti, ci vuole del tempo. Soprattutto se vuoi curarlo bene, colorarlo, aggiustarlo… Alla fine il brano è uscito il 27 e il video è uscito il pomeriggio del 28».

Come è stato quindi collaborare con questa nuova generazione?

«Sì, con Rovazzi lavoro già dal 2022. Abbiamo collaborato a Mediaset, fatto il Capodanno insieme, insomma abbiamo condiviso tante cose. Per me Rovazzi è un caro amico, oltre che un bravo collega. Questi ragazzi giovani sono emergenti, sono carini, sono romani, hanno sempre la battuta pronta e sono molto divertenti.
Quando hanno accettato di partecipare, hanno chiesto: “Ma ha sentito cosa cantiamo noi?” e ho risposto che avevo visto solo una loro foto.

Perché loro pensavano che, dopo averli ascoltati, io non avrei più voluto collaborare con loro. Invece no, assolutamente. Ognuno ha il diritto di essere se stesso, di cantare come si sente. E se loro hanno successo con quello che fanno, ben venga! Anzi, mi hanno anche ringraziata: dopo che la notizia è uscita sui giornali, hanno guadagnato 15.000 follower in più. Quindi, sono contenti loro… e anch’io!».

Hai dichiarato che all’inizio non capiva alcune parole delle strofe più serrate. È stato complicato adattarsi al loro linguaggio e al loro stile?

«E in Cabaret loro non sgarrano eh… perché il testo era quello e loro hanno fatto quello. Il loro linguaggio purtroppo è quello della società giovanile di adesso, non c’è molto da fare.
Pensa che li ho portati da Conti! Lui non li aveva voluti a Sanremo con Fedez, ma io sono riuscita a portarli ai TIM Summer Hits. Poi li ho portati anche alla manifestazione di Padre Pio, sono venuti alla serata con Mara Venier su Rai 1… Vedi? Li ho già messi in riga!».

Hai spesso detto che i momenti più belli della sua carriera sono stati l’inizio… e gli ultimi anni. Cosa ha di speciale questa fase attuale, tra festival, hit estive e progetti inaspettati come “Cabaret”?

«Guarda, credo di essere stata coraggiosa… ovviamente anche grazie all’aiuto degli altri nel tornare dopo 29 anni di assenza. Credo che ci voglia coraggio, davvero, per andare a un Festival in mezzo a tutti quei ragazzi giovanissimi che potevano essere miei nipoti. E questo coraggio l’ho trovato grazie ad Amadeus e a Pasquale Mammaro, che sono riusciti a convincermi, perché io all’inizio non volevo assolutamente andarci.

Da lì è nato tutto.
È nato l’incontro con Fedez, con cui abbiamo fatto “Mille”; è nato l’incontro con Manuelelito che mi ha presentato Rose Villain e suo marito da cui ed è nata “Luna piena”. Poi c’è stato Sanremo, con il collegamento dalla nave con Rovazzi: lì l’ho conosciuto davvero bene, perché abbiamo vissuto insieme quasi 20 giorni. Eravamo lì per promuovere la nave prima che venisse varata, mostrando tutte le cose belle: i ristoranti, le sale benessere, le piscine… insomma, siamo stati un mese insieme.

In quel periodo abbiamo iniziato a pensare alla canzone estiva, è arrivata la proposta e così abbiamo fatto la canzone del 2023 insieme.
Poi c’è stato l’incontro con Fiorello, quando sono andata a promuovere Luna piena che Discoteca italiana. Lui mi aveva proposto un jingle, che poi è diventato un brano vero e proprio. “Una vespa in 2” per cui abbiamo fatto due versioni video: una a cartone animato e una in live action, bellissima, che ha fatto il giro del mondo. E quest’anno invece c’è Cabaret, con Rovazzi e questi ragazzi emergenti.
Sta piacendo molto sui social: ogni giorno ci arrivano messaggi, caricature, copertine immaginarie, balletti da replicare… Insomma, sono grandi soddisfazioni anche queste, nella mia nuova carriera».

Trovi che il festival di Sanremo sia cambiato in questi anni?

«Sì, è cambiato molto, perché oggi chi vince sono i social, no?
Chi ha più seguito, più visibilità online, ha anche più voti e possibilità. È tutto cambiato. Anche la melodia è un po’ trascurata: le nostre radici musicali vengono messe da parte, perché adesso vanno molto di moda le canzoni rap, quelle sincopate… insomma, è tutto diverso, e ogni anno cambia ancora. Però fanno bene a chiamare tutte le generazioni: in questo modo c’è tanto pubblico. Più generi musicali ci sono, più pubblico ci sarà ad ascoltarli. È una tattica, certo, ma è giusto che sia così.
E poi diciamoci la verità: aiutano un po’ tutti, no?
Tutti questi ragazzi nuovi, che magari hanno appena fatto un disco di successo, hanno bisogno di una riconferma. E Sanremo è proprio questo: una conferma importante».

Pensi che in tal senso ci sia una sorta di fil rouge che va da “Finchè la barca va” a “Cabaret”?

«All’epoca si vendevano tanti, tanti dischi. Oggi, invece, contano le visualizzazioni.
È questa la grande differenza, no? Ora ci sono i social, ci sono i numeri online…
Ma non è la stessa cosa che vendere dischi. “Finché la barca va”, nel tempo, ha venduto 9 milioni di copie. E tutti i miei tormentoni hanno fatto più di 2 milioni ciascuno. Ma era un altro mondo: si compravano i dischi fisici.
Adesso è tutto cambiato. Non si fanno quasi più i dischi, si fanno i video. Il vinile l’ho rifatto quando sono andata a Sanremo, e anche per Copacabana, ma oggi quello che conta davvero sono le visualizzazioni».

Considerato questo rapporto intergenerazionale, che consiglio daresti a chi si sta mettendo in gioco adesso nel mono della musica o in quello televisivo?

«Beh, il consiglio che posso dare — ed è quello che faccio anche io — è non arrendersi mai, nemmeno quando sei “sotto il mare”.
Studiare sempre, sempre. Mantenere la voce in allenamento, perché la voce è un muscolo: va curata, allenata ogni giorno. Bisogna fare ginnastica vocale, cantare anche solo mezz’ora o un’ora al giorno, anche semplicemente con le basi karaoke. Ti serve per l’intonazione, per mantenere una voce sempre pronta, per avere energia.
E poi, nella carriera, mai arrendersi. Non bisogna scoraggiarsi al primo insuccesso: magari l’anno dopo arriva proprio il trionfo che aspettavi.
A quei ragazzi che dicono “Mi devo fermare, devo pensare”, io rispondo: no, non ti devi fermare mai. In questo lavoro bisogna andare avanti sempre».

Sessant’anni di carriera e la stessa voglia di sperimentare di una debuttante. Orietta Berti continua a mettersi in gioco con intelligenza, ironia e una straordinaria capacità di stare al passo con i tempi, senza mai snaturarsi. Cabaret non è solo una canzone estiva, ma l’ennesima dimostrazione che la musica – quando è fatta con cuore e consapevolezza – può unire mondi lontanissimi. E se oggi un’icona della tradizione incontra la satira digitale di FUCKYOURCLIQUE e l’estro di Rovazzi, è anche merito di un’artista che non ha mai avuto paura di osare. Perché, come ci ricorda lei stessa, “in questo mestiere non ci si deve fermare mai”.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

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