C’è un suono quasi vintage in “Tantra”, il nuovo brano di GIGLIO, che non si limita a citare un’estetica ma la riattiva. Non è nostalgia dichiarata, piuttosto una sensazione che riaffiora: quella musica in cui il groove non era mai solo produzione, ma materia fisica. In questa direzione, il brano sembra dialogare con certe derive disco-funk italiane e con un immaginario che riporta immediatamente a figure come Pino D’Angiò e a Ornella Vanoni, senza però diventare mai derivativo.
La cosa interessante è proprio questa: “Tantra” non si appoggia al vintage, lo reinventa come stato percettivo. La cassa non accompagna soltanto, ma induce. E mentre il pezzo scorre, si ha quasi la sensazione che il corpo arrivi prima dell’ascolto.
Torino, la Mole e il desiderio come scenario emotivo
Dentro questa costruzione sonora, Torino non è mai semplice ambientazione. È piuttosto una temperatura emotiva che cambia forma al brano; non apre una narrazione, ma un campo di tensione. Un terreno di caccia in cui ci si guarda, ci si respira, ma sicuramente non ci si tocca. Tutto è concettuale: lì dove le porte del desiderio, specie quello femminile, effettivamente si schiudono.
“Torino è calda come non mai
e temo sia l’effetto del tuo sguardo perso”
La città diventa organismo vivo, e la Mole si inserisce come presenza quasi rituale: “La Mole che ci osserva con un’aria soddisfatta”. Non c’è decorazione poetica, ma una sensazione più precisa: quella di essere dentro uno spazio che non giudica, ma assiste. E questo cambia completamente il modo in cui il desiderio prende forma. Una zona franca nella quale non si è giudicati, ma vige quasi il tacio assunto del consenso e della ricerca dell’altro. Pensieri febbrili che si affollano, quasi come se avessimo immerso un piede nel Po.
Il cuore del brano è nella sua idea di desiderio come pratica ripetuta, non come impulso isolato. “Scambiamoci i respiri pratichiamo un po’ di tantra” è una frase che funziona come dichiarazione estetica e concettuale allo stesso tempo.
Qui il titolo trova la sua traduzione più concreta: il desiderio non è raccontato, ma esercitato. Ripetuto. Quasi costruito come rituale:“ripetiamo all’infinito il nostro mantra”. E il ritornello, con la sua fisicità diretta, lavora proprio su questo equilibrio instabile tra controllo e abbandono.
“Muoviti mordimi mangiami stringimi
quanto basta”
È in questa oscillazione che il brano riesce a non diventare mai prevedibile: non cede mai del tutto né alla dolcezza né all’eccesso.
Portishead, riferimenti e immaginario sonoro del brano
Nella parte finale, “Tantra” apre un varco più scuro e consapevole, anche grazie al riferimento ai Portishead:
“Legami al suono dei Portishead
io la tua Glory Box”.
Qui il brano cambia temperatura, si sposta verso un immaginario più notturno, più sospeso. Non è un omaggio superficiale, ma una scelta di campo: il desiderio diventa atmosfera, distorsione emotiva, spazio in cui la voce non spiega ma trattiene. È anche il punto in cui GIGLIO mostra più chiaramente la sua doppia natura artistica: eleganza e istinto, controllo e abbandono.
“Tantra” non è un brano che si lascia semplicemente ascoltare. È un pezzo che si attiva nel corpo prima ancora che nella testa, e che trasforma il desiderio in una dinamica continua, mai risolta.
E forse è proprio questo il suo punto più riuscito: non raccontare una sensazione, ma farla accadere. Così, mentre la voce della cantautrice raggiunge le nostre orecchie, alla bocca dello stomaco si apre un desiderio diverso dalla fame.

