Ci sono concerti a cui vai perché conosci ogni parola delle canzoni. E poi ci sono concerti a cui vai perché senti il dovere di comprenderne il fenomeno. Per me, la tappa romana del tour La Favola per Sempre è stata esattamente questo. Raccontare il concerto di Ultimo, quindi, è un po’ un ingrato compito che mi pone in una condizione di super partes rispetto al mio stesso coinvolgimento.
La mera curiosità giornalistica mi ha spinta a vivere un evento destinato a entrare nella storia della musica italiana. Chi mi conosce sa bene che di Niccolò Moriconi conosco sì e no cinque o sei canzoni. Non sono mai stata una sua fan. Apprezzo alcune delle sue tracce, soprattutto grazie al significato e alla profondità dei suoi testi, ma non ho mai gradito particolarmente il timbro della sua voce. Non è mai stato quell’artista che finiva automaticamente nelle mie playlist e, nel corso degli anni, mi sono ritrovata più volte a discuterne con amici e fan, archiviando tutto con un sorriso e un semplice: “Sì, sì”.
Penso però che il mio lavoro vada ben al di là dei gusti personali; documentare eventi del genere è una necessità assoluta all’interno dell’agenda setting di un professionista. Perché se da una parte esiste il gusto del singolo e dall’altra il fanatismo, nel mezzo risiedono il potenziale, il valore oggettivo e l’oggettività di un fenomeno. Se ci sono canzoni che riescono ad arrivare a 250.000 persone (mentre a me dicono meno), riconosco di essere io il “problema” e non chi si è accampato per venti giorni pur di toccare con mano la transenna. Il punto non è chiedersi se piaccia o meno, ma capire cosa riesca a generare in tutta quella gente.
È questo che sono andata a cercare nella spianata dell’Università di Roma est in questa caldissima notte del 4 luglio. Grazie all’invito di GOIGEST, ho avuto la possibilità di osservare da vicino un evento senza precedenti e di toccare con mano una verità tanto semplice quanto potente: stare dalla parte degli ultimi fa sentire primi. Ed è forse proprio qui che risiede il segreto di Ultimo.
Una città costruita intorno a un sentimento
La favola non è iniziata quando si sono spente le luci e Ultimo è apparso sul palco. È iniziata molto prima. È iniziata con chi ha sfidato il caldo e si è accampato da quasi venti giorni pur di conquistare il PIT 1, arrivando persino a pagare cifre fuori mercato pur di farsi una doccia nei paraggi. Con chi ha affrontato ore di viaggio, chilometri macinati a piedi sotto il sole cocente dalle fermate della metro o dai parcheggi, senza un punto di ristoro in cui poter prendere dell’acqua prima dell’ingresso. Con chi, semplicemente, aveva bisogno di essere lì.
Perché la favola non l’ha costruita soltanto l’artista. L’hanno costruita quelle 250.000 persone. Camminando verso l’area concerto si aveva davvero la sensazione di entrare in una città temporanea. Una città nata nel nulla e destinata a vivere soltanto per qualche ora, fatta di tende, zaini, famiglie, proposte di matrimonio, urla a squarciagola e persone arrivate da ogni parte d’Italia e d’Europa. La musica, ancora prima di iniziare, aveva già annullato qualsiasi differenza, generando un affiatamento incredibile.
Quando capisci che il fenomeno è reale
Credo che il momento in cui ho realmente capito la portata di ciò che stavo vivendo sia arrivato dall’alto della tribuna. Il colpo d’occhio sui sei PIT, che sembravano un unico organismo vivente, toglieva il fiato.
C’erano persone che, pur di conquistare qualche centimetro di visuale in più verso il palco, si erano arrampicate perfino sopra i bagni chimici. Una scena che, raccontata a parole, potrebbe sembrare assurda o folle. Dal vivo, invece, assumeva un significato completamente diverso: non era follia inspiegabile, era appartenenza pura. Quella spinta non la spieghi, la vivi e basta. Era il desiderio di essere il più vicino possibile a qualcuno che rappresenta il bisogno di sentirsi finalmente compresi.
Quel sentimento attraversava tutta Tor Vergata come un filo invisibile, accendendo una stella dentro il cuore di chiunque avesse deciso di esserci. E anche chi, come me, non ne faceva parte, finiva inevitabilmente per respirarlo e farlo un po’ proprio. Sono una vera e propria spugna emotiva, una di quelle persone che si ritrova a piangere e a commuoversi nel magico esercizio di riconoscere la felicità genuina negli occhi degli altri. Ed è esattamente quello che mi è successo guardando quella folla.
Quando 250.000 persone diventano una sola voce
Poi, lo spettacolo ha preso il via, rompendo gli indugi con un colpo di scena spettacolare: l’arrivo di Ultimo in elicottero. Il palco mastodontico, valorizzato da visual immersivi e giochi di luce mozzafiato, è diventato il centro gravitazionale dello show. La scaletta ha iniziato a scorrere senza remore, senza pause e senza sosta, regalando un’energia travolgente che ha toccato vette altissime durante l’ingresso a sorpresa dell’amico Fabrizio Moro, acclamato da un boato del pubblico.
Uno dei momenti che mi ha colpita di più è arrivato quando tutto si è improvvisamente fermato, come se qualcuno avesse abbassato il volume del mondo senza avvisare. In mezzo a quella distesa enorme, fatta di persone e respiri, è arrivata la lettura della lettera ai fan di Ultimo.
E per la prima volta, dentro quel numero che continuavo a ripetermi in testa — 250.000 — ho smesso di vedere una folla. Ho visto persone. Una per una. Perché quelle parole non stavano parlando a uno stadio, ma a ciascuno singolarmente, come se in mezzo a quel caos esistesse comunque un filo diretto, invisibile, personale. Mi sono resa conto che non stavo più osservando dall’esterno. Ero dentro. Dentro a qualcosa che, razionalmente, non dovrebbe riuscire a esistere in quelle proporzioni. Eppure funzionava. Funzionava perché era semplice, umano, quasi disarmante nella sua sincerità.
Tra luci, numeri e silenzi: il cuore del concerto
Ricordo la sensazione precisa di quel momento: una specie di nodo alla gola che non nasceva dalla musica, ma dal riconoscere la felicità negli altri. Gente che ascoltava in silenzio, con una forma di attenzione rara, quasi sacra, come se per qualche minuto fosse vietato distrarsi dalla propria emozione. È stato lì che ho capito davvero che la distanza tra palco e prato non era solo fisica. Era già sparita da un pezzo. E quella lettera non ha fatto altro che renderlo impossibile da ignorare.
Subito dopo, il concerto è ripartito, ma non nello stesso modo. Anche l’immancabile set “piano e voce” sembrava diverso: più fragile, più esposto. Come se quella parentesi avesse lasciato addosso a tutti una specie di trasparenza emotiva difficile da scrollarsi di dosso. Sulle note di brani generazionali come “I tuoi particolari” o “Piccola Stella”, canzoni che non conoscevo appieno, mi sono emozionata nel vedere un pubblico che non faceva da semplice spettatore, ma da assoluto protagonista. La chiusura travolgente affidata a “Pianeti”, subito prima dell’esplosione dei fuochi d’artificio, ha dato il via a un coro all’unisono impressionante: 250.000 anime che cantavano coprendo perfino la voce dell’artista, conoscendo ogni pausa e ogni respiro. La potenza e l’energia di quel coro ti rimangono dentro, indipendentemente dalle tue playlist personali.
La favola non è stata per sempre: il “day after” e i nodi logistici
La magia dei fuochi d’artificio, però, si è spenta rapidamente quando le luci della realtà si sono accese sul post-concerto. La favola non è stata di certo per sempre, e i punti dolenti e inevitabili di un mega-raduno di queste proporzioni sono venuti bruscamente al pettine non appena si sono spenti i riflettori del palco. Un evento da record per introiti e biglietti venduti che ha inevitabilmente messo a dura prova la macchina organizzativa di Roma Capitale, dei trasporti pubblici e della polizia locale, lasciando dietro di sé non poche ombre.
I disagi principali si sono concentrati nel deflusso. Se l’afflusso era stato scaglionato dagli orari d’arrivo dei singoli nei giorni precedenti, il ritorno simultaneo a casa si è trasformato per molti in un incubo, riempiendo i social (specialmente TikTok e Facebook) di video-denunce già dalle prime ore del mattino seguente. Si sono vissuti momenti di “transumanza” e disorientamento totale: chilometri percorsi a piedi al buio lungo via Casilina, zero navette e indicazioni assenti, con transenne lasciate in posizioni che costringevano la folla a imbuti pericolosi. Il traffico è rimasto completamente paralizzato per ore, tanto che persino le ambulanze a sirene spiegate facevano fatica a farsi spazio tra le code di auto ferme per tutta la notte.
La macchina organizzativa sotto pressione
Anche la gestione dei trasporti ha mostrato enormi lacune. La scarsa ricezione telefonica nell’area ha reso impossibile l’uso di monopattini e bici in sharing. Chi aveva acquistato ticket per bus privati si è visto il mezzo partire all’orario designato senza proroghe, dovendo correre contro il tempo. Mentre i trasporti privati sono rimasti intrappolati nei parcheggi. Parcheggi che erano già stati al centro di aspre polemiche. Sia a causa dei prezzi considerati “d’oro” (tariffe da 23 a 100 euro, e persino le aree kiss&go a 26 euro). Sia per i pesanti disagi causati nei giorni precedenti agli studenti e ai medici specializzandi dell’Università. Persone costrette a evacuare le aree di sosta entro le ore 16, modificando perfino gli orari di visita ai degenti del vicino Policlinico Tor Vergata.
A livello di trasporto pubblico, la Metro C (che secondo le lamentele viaggiava già nel pomeriggio a frequenze ridotte di 10/15 minuti e senza aria condizionata) è stata presa d’assalto. Un minimo di segnaletica in più e una migliore illuminazione avrebbero sicuramente giovato a evitare il panico e la confusione che hanno spinto alcuni a bloccarsi in strada per lo smarrimento. C’è da dire, però, che una volta raggiunta la stazione della metropolitana, il percorso a serpentina era gestito con pazienza: il personale contingentava gli accessi e la Protezione Civile distribuiva acqua lungo il tragitto per alleviare l’attesa.
In sostanza, chi conosceva bene Roma e si è mosso con razionalità. Erano poco le altenative, bisognava semplicemente attendere i tempi fisiologici di deflusso per prendere la metro in direzione Colosseo e fare i cambi necessari. Chi veniva da fuori, spaventato dalla situazione, ha finito per stazionare nelle zone più disparate alimentando il caos. Errori logistici umani che andavano previsti fin dal principio, confermando che la perfezione in eventi simili non esiste, ma i margini di miglioramento sono d’obbligo.
Quello che resterà
Mentre raccolgo le idee e tiro le somme ascoltando i pareri di tutti, l’evento resta comunque straordinario. Tra qualche mese nessuno ricorderà più i chilometri percorsi a piedi o le attese interminabili per un treno. Il dolore muscolare passerà e le polemiche sui social si spegneranno.
Quello che resterà sarà altro. Resterà il ricordo di 250.000 persone che hanno scelto di condividere lo stesso cielo e le stesse emozioni. Resteranno gli occhi lucidi di chi aspettava questo giorno da anni.
Io non sono uscita da Tor Vergata diventando improvvisamente una fan di Ultimo. Sono uscita però con qualcosa di molto più prezioso: la consapevolezza che esistono artisti in grado di trasformare un prato in una casa accogliente. Artisti capaci di far sentire “primi” proprio coloro che, per una vita intera, si sono sentiti ultimi. Ed è questo il motivo per cui, nella mente di chiunque abbia vissuto quella notte magica, non resterà il ricordo delle criticità o di un record numerico. Resterà soltanto una frase fiera: “Io c’ero”.

