A ventidue anni da 28 giorni dopo, Danny Boyle torna alla regia per aprire un nuovo capitolo nella saga che ha ridefinito l’horror post-apocalittico. Il primo film della nuova trilogia, 28 Years Later, è solo l’inizio di un progetto ambizioso, che riprende lo spirito “punk” delle origini e guarda al presente con occhi diversi.
Durante la conferenza stampa ufficiale, Danny Boyle ha condiviso le prime riflessioni sul film, sulle scelte produttive e sull’energia creativa ritrovata grazie alla collaborazione con Alex Garland, sceneggiatore anche di questo nuovo capitolo.
«Tre film, ma ognuno potrà esistere da solo»
“Alex had written a wonderful script for a film and I was very drawn to it. Then when we presented it to Sony, they saw it as a trilogy. So the idea is that there will be three films, each of which can be watched independently.”
“Alex aveva scritto una sceneggiatura meravigliosa per un film e ne sono stato subito attratto. Poi, quando l’abbiamo presentata alla Sony, loro l’hanno vista come una trilogia. Quindi l’idea è che ci saranno tre film, ognuno dei quali potrà essere visto indipendentemente dagli altri.”
Boyle chiarisce fin da subito che, pur esistendo una linea narrativa comune, ogni titolo sarà pensato per avere una sua autonomia espressiva. Una scelta che riflette un’esigenza creativa ben precisa: evitare i vincoli delle saghe tradizionali.
«Una reunion con Garland dopo anni. Ed è stato punk, come la prima volta»
“There’s something very exciting about returning to work with Alex. It’s been a long time. The first film had an enormous influence. It was made in a very punk way. This one preserves that spirit. We filmed in the North of England, and it was wonderful. It reminded me why I love cinema.”
“C’è qualcosa di molto emozionante nel tornare a lavorare con Alex. È passato tanto tempo. Il primo film ha avuto un’enorme influenza. È stato realizzato in modo molto punk. Questo nuovo capitolo conserva quello spirito. Abbiamo girato nel nord dell’Inghilterra, ed è stato meraviglioso. Mi ha ricordato perché amo il cinema.”
Girare nel nord dell’Inghilterra, in esterni crudi e realistici, ha permesso a Boyle di riscoprire il senso autentico della sua regia. Un ritorno alle radici, anche stilistico, che si riflette direttamente sul film.
«Io dirigo solo il primo. Ma ci sarà un filo che lega tutto»
“The intention is that each film will have its own director. I’m only directing the first one. But there will be a thread linking the films together, even if they’re not a traditional saga.”
“L’intenzione è che ogni film abbia un proprio regista. Io dirigerò solo il primo. Ma ci sarà un filo conduttore che collegherà i film, anche se non si tratta di una saga tradizionale.”
La trilogia, quindi, avrà uno sviluppo corale, con registi differenti per ogni episodio. Una scelta che richiama un approccio più modulare e meno seriale, pur mantenendo una coerenza tematica.
«La forma è sostanza: abbiamo girato in modo sporco, reattivo, immediato»
“We tried to recover a sense of immediacy. Technology has changed, of course, but we’ve kept a dirty, fast, reactive style. The way the film is shot is part of its meaning.”
“Abbiamo cercato di recuperare un senso di immediatezza. La tecnologia è cambiata, certo, ma abbiamo mantenuto uno stile sporco, veloce, reattivo. Il modo in cui il film è girato fa parte del suo significato.”
Come nel 2002, anche 28 Years Later punta su un’estetica d’impatto, capace di riflettere lo stato emotivo dei personaggi e l’urgenza narrativa. Nonostante l’evoluzione tecnica, lo stile visivo resta coerente con la natura disturbante e caotica del mondo rappresentato.
«Un progetto necessario, pericoloso. E profondamente emotivo»
“It was emotional. It’s not just a return to a film, but to a way of storytelling. This project has an energy I haven’t felt in a long time. It’s dangerous, urgent, necessary. And it also reflects on who we’ve become in these 28 years – not just in the film, but in real life.”
“È stato emozionante. Non è solo un ritorno a un film, ma a un modo di raccontare. Questo progetto ha un’energia che non provavo da molto tempo. È pericoloso, urgente, necessario. E riflette anche su chi siamo diventati in questi 28 anni – non solo nel film, ma anche nella vita reale.”
Più che un sequel, 28 Years Later si configura come un’indagine sul presente. Un film che parla di virus, ma soprattutto di trasformazioni sociali, paure, reazioni collettive. E che punta a smuovere lo spettatore, proprio come il primo capitolo aveva fatto oltre vent’anni fa.
Il film sarà in sala dal 18 giugno prodotto da Sony Pictures e distribuito da Eagle Pictures. Ambientato quasi tre decenni dopo la fuoriuscita del virus della rabbia da un laboratorio di armi biologiche, 28 Years Later racconta un mondo ancora in preda a una brutale quarantena. Alcuni sopravvissuti sono riusciti a rifugiarsi su una piccola isola collegata alla terraferma solo da una stretta strada rialzata, fortemente protetta. Quando uno di loro decide di lasciare la sicurezza dell’isola per una missione nel cuore del continente, si troverà davanti a una realtà devastata. Un viaggio che svelerà non solo nuovi orrori e mutazioni tra gli infetti, ma anche la deriva morale di chi è riuscito a sopravvivere.

