AVA

Cantautrice, produttrice, e personalità fuori dagli schemi: AVA, al secolo Laura Avallone, si muove tra sound innovativi. Sperimentazioni unite a una scrittura che mescola ironia, introspezione e autenticità: dal moombahton in italiano al pop-rock più intimo. Si passa per un immaginario in grado di trasformare la paura infantile degli squali in una vera e propria cifra artistica.

AVA rappresenta una voce unica nel panorama musicale italiano. In questa intervista racconta le sue radici, le sue sfide. Le influenze che l’hanno plasmata e i progetti che la porteranno nei prossimi anni su nuovi palchi e nuove produzioni.

Chi è AVA?

«Laura Avallone all’anagrafe, cantautrice e produttrice made in Roma e allevatrice di squali e gattini».

Hai iniziato la tua carriera in una band di sole donne, le Calypso Chaos. Quali sono state le principali lezioni ed esperienze che hai acquisito in quel periodo e che ti sono servite per il tuo progetto solista?

«Sicuramente con le Calypso ho trascorso alcuni dei momenti più belli ed epici della mia vita per cui sarò sempre contenta. Grata di tutto quello che ho condiviso con loro. Se devo essere cinica e distaccata direi che non avendo avuto le stesse ambizioni, né lo stesso coinvolgimento, probabilmente avrei dovuto interrompere molto prima quel progetto e andare avanti da sola. Forse non starei ancora qui adesso, o magari si, chi lo sa…».

Hai raccontato di aver trasformato una paura d’infanzia, quella per gli squali, in una fonte di ispirazione per il tuo album d’esordio “Lo Squalo”. Puoi spiegarci come sei riuscita a fare questa ‘trasformazione’ e come è nato il concetto di ‘predatrice’ che porti avanti nella tua musica?

«“Lo Squalo” è da sempre il mio animale preferito nonché spirito guida, avatar, totem, insomma la qualunque. Molto spesso paura e attrazione viaggiano di pari passo e non a caso il mio primo disco solista l’ho intitolato così. Per quanto riguarda invece il concetto di “predatrice”, è più un aggettivo che mi è stato affibbiato dai vostri colleghi e dai “critici” del settore. Ascoltando i miei brani e parlando con me, si capisce da subito che quando si tratta di quello che voglio, me lo prendo punto e basta. E forse anche perché nell’ambito lavorativo non sono affatto una persona tenera, eheheheh!».

Oltre a cantare, produci e scrivi la tua musica. Quanto è importante per te avere il controllo totale del tuo lavoro e in che modo questa autonomia definisce la tua identità artistica?

«Io sono della vecchia scuola. Di quando non potevi definirti cantautore (e nemmeno troppo “artista” a dire la verità) se quello che facevi non usciva in toto dalle tue mani. Credo che mai come oggi, dove l’intero mercato musicale italiano è in mano a 3-4 producer e altrettanti autori, sia noiosamente omogeneo. A prescindere dal gusto personale per cui si può piacere come no. Scrivere, produrre e cantare, già ti mette in una posizione diversa rispetto all’esercito di cloni che invade le classifiche. Anche perché sei per forza diverso e riconoscibile. Certo, questo non si traduce automaticamente con talento e/o successo, ma almeno non corro il rischio di dovermi litigare i pezzi migliori con altri artisti. O di lasciare la mia carriera in mano a qualcun altro a seconda di come tira il vento.

Senza contare che per qualsiasi etichetta discografica, sarebbe un enorme vantaggio in termini di investimento, avere a che fare con un artista quasi completamente autonomo, rispetto a dover gestire autori, produttori, psicologi, e dividere qualsiasi introito tra duemila persone… Ma l’unica cosa di cui NON mi interessa sono i guadagni legati alla musica, per cui, per rispondere in definitiva alla tua domanda per me, cantarmela e suonarmela non è solo importante: è imprescindibile. Non accetterei mai di assomigliare a qualcun’altra o peggio di essere confusa».

Oltretutto sei stata la prima in Italia a portare il moombahton cantato in italiano, un genere che unisce sonorità latine e house. Cosa ti ha spinto a puntare proprio su questo sound e quali sono state le sfide per introdurlo nel panorama musicale italiano?

«Quando esco di notte per andare a ballare, dove si suona black music e moombah sono le mie serate preferite, per cui mi è venuto decisamente naturale approcciarmi a questo genere. All’epoca però forse sono stata troppo precoce e ho finito col fare la fine de “La solitudine dei numeri primi”, e nonostante il disco abbia fatto quasi mezzo milione di ascolti, poi è finita li perché è arrivato il covid e ci ha tagliato le gambe a tutti.

La cosa buona però è che successivamente, anche se chiamato con altri nomi, ho sentito qualche altro artista italiano osare in quella direzione e dunque se è servito a questo è già qualcosa, almeno magari ci liberiamo di questo maledetto reggaeton fatto male che non se ne può più, ahahahahah! Il vero reggaeton centro-sud americano è bellissimo e io lo adoro, ma quello che fanno in Italia è come la Trap: ne senti uno, li hai sentiti tutti!».

Il tuo ultimo singolo “Formentera” unisce un sound latin pop allegro e solare con un testo che parla di dolore e delusione. Come hai gestito questo forte contrasto emotivo tra la musica e le parole?

«Come ogni mia canzone, è venuta da sola. Io compongo la musica come mi viene, dopodiché l’argomento si sceglie da solo. Ma dato che si parlava di Formentera, è stato abbastanza inevitabile raccontare il vero motivo per cui ero lì all’epoca…».

Il viaggio non ha funzionato come via di fuga, ma la canzone ti ha aiutato a elaborare il tuo dolore?

«Esattamente. Ero reduce da una terribile rottura sentimentale e in 4 e 4 otto ho fatto dei biglietti aerei per scappare da dove mi trovavo, convinta che questo mi avrebbe aiutato a superare la cosa. Invece, sentirmi sola in mezzo a tanta gente presa a bene, su un’isola bellissima, ha avuto l’effetto opposto e mi ha devastata. Non esagero se ammetto che l’unica cosa buona uscita da quella storia sia stata questa canzone! Quindi si, la musica ha sempre un effetto terapeutico».

I tuoi primi brani, come “Shazam”, sono molto energici e aggressivi. Successivamente hai pubblicato pezzi più intimi e introspettivi come “Canzone Triste”, “Ti Auguro Ogni Male” e poi “Formentera”. In che modo queste canzoni rappresentano la tua evoluzione personale e artistica?

«Mi fate in tanti questa domanda, e io vi risponderò sempre allo stesso modo. Lo capisco che siamo abituati malissimo ad una totale mancanza di argomenti e capacità introspettive per tutta una serie di motivi, soprattutto il fatto che a scrivere e a produrre per la stragrande maggioranza degli artisti famosi siano le solite 4 teste, ma che un’artista sappia raccontare varie sfaccettature della propria personalità non rappresenta necessariamente un cambiamento o una “evoluzione”.

Chi lo dice poi che non si possa cambiare in peggio, e quindi anche in-volvere? Ma soprattutto: quanto è banale ribadire che dietro alle persone più forti e determinate, spesso si nasconde un’inquietudine e una sensibilità altrettanto profonda? Io non credo di essermi “evoluta” chissà quanto, credo piuttosto che, essendo fatta di tante cose, le racconto semplicemente tutte, come mi vengono… Posso essere ironica e disperata, sensuale e imbarazzata… Posso sentirmi la regina del mondo come l’ultima ruota del carro. Basta avere il coraggio di essere sé stessi per essere autentici e anche avere il coraggio di non preoccuparsi di essere eterogenei anche se il mercato ci preferisce omologati e catalogabili».

I Queen, Tori Amos, Kate Bush e Bjork sono le tue principali influenze. Come mai artisti così diversi hanno plasmato il tuo stile, che spazia dal rock al pop e al moombahton?

«Per il motivo di cui sopra. Io sono nata negli anni 80 e ho avuto la fortuna di assorbire la coda della musica migliore che sia mai stata fatta, soprattutto nel rock e nel pop. Ciò non toglie che poi, ognuno trova la sua strada e decide dove rilasciare tutto ciò che aveva assorbito come una spugna, magari inserendolo qua e là nei contesti più inaspettati, anche perché il mondo va avanti e non indietro… Tori Amos, Kate Bush e Bjork sono state una sorta di santissima trinità dell’epoca e, a parte la profonda ricerca sonora che ha caratterizzato tutte e tre, l’elemento più forte che avevano in comune, almeno secondo me, era proprio la scrittura, intesa come “argomenti” e modalità canora.

Anche quando scrivo canzoni “leggere”, la mia cura per la scrittura, rimane maniacale e sicuramente questo è dipeso dagli ascolti che ho fatto fin da quando ero piccolissima. Se oggi una bambina/o di 6 anni, cresce ascoltando (ne dico uno a caso) uno Sfera Ebbasta oppure una Anna Pepe, con tutto il rispetto per entrambi (e ci mancherebbe altro), come potremmo aspettarci che cresca e diventi un’artista in grado di lasciare davvero qualcosa? Fra 100 anni, si ricorderanno ancora di Bjork e Kate Bush… direste lo stesso di Sfera Ebbasta & Co?».

Cosa possiamo aspettarci da te in futuro? Stai lavorando a un nuovo album o preferisci continuare a pubblicare singoli per esplorare nuove direzioni musicali?

«Formentera è il primo singolo estratto dal mio secondo disco solista che uscirà per intero ad Aprile nel 2026 quindi si, continuerò a pubblicare dei singoli da questo disco. Ma nel frattempo tornerò presto dal mio prode Manuel Finotti per finalizzare quello che sarà già l’album successivo che dovrebbe debuttare da Giugno 2026 in poi, quindi si. Ho aspettato qualche anno per rimettermi in ballo… e adesso si balla!».

Se potessi scrivere un brano per un film, una seria animata o una serie tv quale sarebbe e perché?

«Grazie mille per questa domanda, è davvero bella e interessante. In realtà, molte volte mi è stato detto che alcuni dei miei brani sembravano colonne sonore. Anche da chi ha potuto ascoltare il mio nuovo disco in anteprima. Onestamente non ho mai pensato di voler scrivere per una serie in particolare, perché una volta che le vedi sono fatte, finite e musicate, quindi non penso proprio che sarei riuscita a fare meglio di quello che hanno fatto con “The Dark” ad esempio, che ha una colonna sonora spaziale, o come “Euphoria” ma potrei citarne a decine…Quello che però posso dire è una sorta di sogno nel cassetto: mi piacerebbe un giorno, scrivere per un film di Sorrentino, perché secondo me lui è il regista più Pop che ci sia in Italia e a me piacciono moltissimo i suoi film».

Noi l’abbiamo conosciuta meglio, ora tocca a voi: cosa vi dite di AVA?

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