Matt Hagen (Tom Rhys Harries) è un giovane attore di Gotham City destinato a diventare una grande star. La sua fulminea ascesa viene però interrotta brutalmente quando uno scontro con un boss della criminalità locale lo lascia orribilmente sfigurato, distruggendo la sua carriera e allontanando da lui le persone che fino a quel momento avevano contribuito al suo successo. Abbandonato dal proprio entourage e senza più nulla da perdere, Matt si affida a un trattamento sperimentale che promette di restituirgli il suo aspetto. L’esperimento sembra funzionare, ma il prezzo da pagare è terribile: il suo corpo si trasforma in una sostanza simile all’argilla, dotandolo di capacità mutaforma e compromettendo progressivamente la sua percezione della realtà. La disperata ricerca della propria identità si trasforma così in una spirale di vendetta sempre più distruttiva, mentre il confine fra uomo e mostro diventa sempre più sottile.
Diretto da James Watkins e scritto da Mike Flanagan e Hossein Amini, Clayface porta il body horror nell’universo DC, raccontando le origini di uno dei villain legati al mondo di Batman. Nel cast, accanto a Tom Rhys Harries, troviamo Naomi Ackie, David Dencik, Max Minghella ed Eddie Marsan.
Il limite di un horror che non osa
Clayface non è un film che cita, quanto piuttosto un film che sembra già visto. Un racconto che si muove dentro coordinate narrative e visive riconoscibili, rincorrendo modelli che hanno già esplorato con maggiore coraggio le possibilità del body horror, senza riuscire a trovare una propria identità. Ed è forse questa la contraddizione più ironica di una pellicola che mette al centro proprio la perdita di sé: Clayface sembra sapere perfettamente cosa dovrebbe essere, ma non riesce mai a diventarlo davvero.
Siamo in quella Gotham che appartiene all’universo di Batman, ma che non è ancora completamente corrotta dai fumi, dal degrado e dalla decadenza che solitamente impregnano il nostro immaginario collettivo. Una città che conserva il glamour tipico di Hollywood, ancora lontana da quella putrefazione morale che ha reso Gotham uno dei luoghi più riconoscibili della cultura pop. Eppure, per ricordarci continuamente dove ci troviamo, il film dissemina la narrazione di riferimenti visivi all’universo DC, ripetendoli più volte, quasi fossero un promemoria destinato allo spettatore più distratto. Come se non bastasse il logo a chiarire le coordinate del racconto, come se avessimo bisogno di essere rassicurati, ogni pochi minuti, di trovarci ancora dentro quell’universo narrativo che conosciamo prima ancora che compaiano i titoli di testa.
Il risultato è un’insistenza inutilmente ridondante, persino dissonante rispetto alla storia che Clayface vorrebbe raccontare. Non c’è una reale necessità narrativa dietro questa reiterazione, quanto piuttosto il bisogno di ribadire continuamente un’appartenenza che dovrebbe essere già evidente. Il film sembra avere paura di perdere il proprio pubblico se smette, anche solo per un istante, di ricordargli da dove proviene. E questa insicurezza finisce per contaminare anche il suo rapporto con il genere che ha scelto di abitare.
Il limite di un horror che non osa
Perché Clayface è stato venduto come un body horror, ma sembra non voler mai oltrepassare davvero i confini che esso stesso stabilisce. È come se esistesse una soglia di crudeltà che il film non può o non vuole superare, un limite oltre il quale la trasformazione del corpo smette di essere intrattenimento e diventa qualcosa di realmente disturbante. Una soglia che, paradossalmente, sembra più rigida di quella che il fumetto può permettersi di attraversare. La carne si deforma, il corpo si trasforma, l’orrore si manifesta, ma tutto rimane dentro una cornice che impedisce alle immagini di diventare davvero estreme, di spingere lo spettatore oltre il semplice disgusto, di lasciare addosso quella sensazione di irrimediabilità che dovrebbe essere il cuore di una storia simile.
È un horror che risente della propria stessa gabbia. E la gabbia narrativa finisce per coincidere con quella corporea del protagonista: un uomo intrappolato in una trasformazione che non riesce a controllare, all’interno di un film che sembra incapace di emanciparsi dalle regole che si è imposto. Il problema, però, non riguarda soltanto ciò che Clayface sceglie di non mostrare. Riguarda soprattutto ciò che decide di raccontare al posto di tutto questo.
Un corpo che cambia, un’identità che non emerge
La storia di Matt Hagen avrebbe tutte le potenzialità per trasformarsi in una riflessione sulla fragilità dell’identità, sul valore sociale della bellezza e sul modo in cui il nostro aspetto finisce per condizionare il rapporto che abbiamo con gli altri. Un uomo abituato a essere riconosciuto attraverso il proprio volto si ritrova privato della sua immagine, costretto a fare i conti con un corpo che non gli appartiene più e con uno sguardo esterno che cambia radicalmente nel momento in cui smette di corrispondere alle aspettative.
È un punto di partenza fertile, soprattutto se osservato attraverso il concetto di pretty privilege: quel privilegio sociale che permette alle persone considerate belle di ricevere attenzioni, opportunità e riconoscimento, spesso senza che nessuno si interroghi davvero sui meccanismi che lo rendono possibile. Quando Matt perde il suo bel faccino, perde anche una parte del potere che quel volto gli garantiva. Il suo corpo diventa improvvisamente un ostacolo, la sua immagine una condanna, la sua presenza qualcosa da cui distogliere lo sguardo.
Il volto perduto e il privilegio della bellezza
Eppure, proprio quando il racconto potrebbe interrogarsi sulle conseguenze di questa trasformazione, la sceneggiatura sembra deviare verso una direzione meno interessante. La perdita della bellezza, anziché diventare il punto di partenza per esplorare la corruzione del personaggio e il suo progressivo allontanamento da ciò che era, viene quasi completamente surclassata da altre dinamiche narrative. La questione non è più cosa significhi perdere il proprio volto, né quanto della nostra identità dipenda dal modo in cui veniamo percepiti, ma ciò che accade attorno al protagonista e, soprattutto, la relazione sentimentale che finisce per occupare uno spazio sproporzionato.
È qui che Clayface perde una parte consistente del proprio potenziale. La trasformazione fisica avrebbe dovuto aprire una frattura interiore, costringere Matt a confrontarsi con la propria vanità, con il bisogno di essere desiderato e con la possibilità che, al di sotto della bellezza, non ci fosse mai stata un’identità altrettanto solida. Invece, il film sembra accontentarsi di suggerire queste possibilità senza approfondirle, lasciando che la mostruosità rimanga soprattutto una questione visiva.
Il rischio è che la perdita dell’identità venga ridotta alla perdita dell’immagine. Ma non sono la stessa cosa. Un corpo che cambia non determina necessariamente un’anima che si corrompe, così come la fine della bellezza non dovrebbe coincidere automaticamente con la nascita del mostro. È proprio nello spazio fra queste due dimensioni che il film avrebbe potuto trovare la propria voce, scegliendo di raccontare non soltanto la deformazione di un uomo, ma la progressiva scoperta di ciò che si nascondeva dietro la sua immagine.
Una storia d’amore che non trova il proprio posto
La scelta di concentrare così tanta attenzione sulla storia d’amore fra i protagonisti non rappresenterebbe necessariamente un problema, se quella relazione riuscisse a restituire una complessità emotiva capace di arricchire il percorso di Matt. Il sentimento potrebbe diventare uno specchio della sua trasformazione, il luogo in cui il protagonista si confronta con la propria nuova immagine e con l’impossibilità di essere amato alle condizioni di prima. Potrebbe mettere in scena la distanza fra l’uomo che era e la creatura che sta diventando, interrogando il confine fra desiderio, dipendenza e bisogno di riconoscimento.
Invece, il rapporto appare accelerato dagli eventi, privo del tempo necessario per sedimentare e fin troppo scarno di una logica emotiva che permetta di comprenderne davvero le dinamiche. La relazione sembra esistere perché la storia ha bisogno di un legame sentimentale, non perché i personaggi abbiano sviluppato un’intimità sufficientemente credibile da sostenerla. Anche la presenza di un triangolo amoroso, che dovrebbe introdurre ulteriori tensioni e rendere più articolato il conflitto, non trova nella caratterizzazione dei personaggi il mordente necessario per evolversi. Le dinamiche vengono impostate, ma raramente approfondite; gli eventi si susseguono, ma non sempre producono conseguenze emotive convincenti.
Il desiderio come scorciatoia narrativa
C’è poi una componente morbosa che richiama inevitabilmente l’immaginario di Frankenstein: il rapporto fra il creatore e la propria creatura, fra chi cerca di dare forma a qualcosa e chi finisce per sviluppare una dipendenza da quella stessa relazione. Ma il richiamo non si traduce in una riflessione altrettanto incisiva. Più che un legame capace di mettere in discussione i confini dell’amore, del possesso e della responsabilità, quello che emerge è una dinamica malata che il film sembra voler utilizzare senza concederle il tempo necessario per diventare davvero significativa.
La relazione, invece di approfondire la tragedia del protagonista, finisce per sottrarle spazio. E così, mentre il corpo di Matt si trasforma e la sua identità dovrebbe progressivamente sgretolarsi, la narrazione si concentra su un sentimento che non riesce a giustificare fino in fondo la propria centralità. Non è tanto una questione di credibilità romantica, quanto di priorità narrativa: Clayface sembra aver individuato il proprio centro emotivo nel posto sbagliato.
La corruzione di Gotham resta sullo sfondo
Clayface è uno dei personaggi meno celebrati dell’universo DC, ma proprio per questo possiede un potenziale narrativo particolarmente interessante. La sua trasformazione potrebbe diventare una storia di corruzione progressiva, un percorso in cui la perdita del controllo sul corpo si accompagna alla scoperta di una parte sempre più oscura di sé. Gotham, con il suo immaginario di violenza, ambizione e decadenza morale, sarebbe il terreno ideale per sviluppare questa metamorfosi.
Il problema è che il film sembra preferire la superficie alla profondità, affidandosi a una serie di stereotipi che non vengono portati fino alle loro estreme conseguenze. La città rimane soprattutto uno sfondo riconoscibile, mentre la corruzione che dovrebbe attraversare tanto l’ambiente quanto il protagonista fatica a diventare il vero motore della narrazione. I riferimenti all’universo DC continuano a ribadire l’appartenenza del film, ma raramente contribuiscono a rendere più interessante il racconto.
L’universo di Batman fra estetica e ridondanza
È un paradosso: Gotham dovrebbe essere il luogo in cui la trasformazione di Matt trova un significato più ampio, lo spazio in cui la sua vicenda individuale si intreccia con un sistema già malato. E invece il protagonista sembra corrompersi senza che il film riesca a restituire pienamente la natura di questa corruzione. La sua caduta appare più legata alle circostanze che a un processo interiore realmente sviluppato, come se il personaggio fosse destinato a diventare un mostro perché la storia lo richiede, anziché perché abbiamo assistito alla lenta dissoluzione di tutto ciò che lo rendeva umano.
Anche il glamour hollywoodiano, così presente nell’immagine iniziale del protagonista, avrebbe potuto diventare uno strumento di critica. La bellezza come capitale, il successo come costruzione artificiale, il volto come merce da esibire: sono tutti elementi che avrebbero permesso di leggere la trasformazione di Matt come il risultato estremo di un sistema che attribuisce valore alle persone in base alla loro superficie. Ma il film non sembra disposto a spingersi abbastanza a fondo in questa direzione. Preferisce mostrare la caduta, senza indagare fino in fondo il mondo che l’ha resa possibile.
Tra La Mosca e The Substance, senza trovare una propria identità
Il confronto con La mosca di David Cronenberg e The Substance di Coralie Fargeat viene quasi spontaneo, ma non tanto perché Clayface riesca a dialogare davvero con questi film. Piuttosto, perché si muove lungo confini che altri hanno già esplorato con maggiore consapevolezza, senza riuscire a restituire la stessa radicalità.
In La mosca, la trasformazione fisica diventa una tragedia che investe ogni dimensione dell’esistenza: il corpo cambia, ma insieme a esso si trasformano il rapporto con gli altri, la percezione di sé e la possibilità stessa di conservare un’identità. Con The Substance, la violenza sul corpo si intreccia con una riflessione feroce sulla bellezza, sull’invecchiamento e sul modo in cui l’industria dello spettacolo trasforma l’immagine in una condizione di sopravvivenza sociale. In entrambi i casi, il body horror non è soltanto un insieme di immagini disturbanti, ma un linguaggio attraverso cui raccontare qualcosa che altrimenti sarebbe difficile rendere visibile.
Clayface sembra invece fermarsi alla riconoscibilità di questi modelli. Ne recupera alcune coordinate, ne sfiora le suggestioni, ma fatica a trasformarle in un discorso autonomo. Il risultato è un film in cui il richiamo al genere pesa più della sua effettiva elaborazione, e in cui il sensazionalismo visivo non riesce a sostituire la profondità che dovrebbe sostenerlo.
Non è una questione di dover necessariamente superare i predecessori o di dimostrare una maggiore brutalità. È una questione di sguardo. Un film può essere meno esplicito, meno sanguinoso e meno estremo, ma deve trovare un modo proprio di guardare ciò che racconta. Clayface, invece, sembra spesso trattenersi proprio nel momento in cui dovrebbe rischiare, come se la sua appartenenza a un universo narrativo più ampio imponesse una cautela incompatibile con le premesse del racconto.
Un film intrappolato nella propria forma
Il limite più evidente di Clayface non è, dunque, quello di non essere abbastanza horror o di non riuscire a inserirsi pienamente nel DC Universe. È il fatto che non sembra trovare una direzione capace di rendere necessarie entrambe le dimensioni. Non abbastanza horror da assumersi il rischio di una trasformazione realmente disturbante, non abbastanza eroico da dialogare in modo significativo con l’universo di appartenenza, il film rimane sospeso fra due identità senza riuscire a farne emergere una propria.
Ed è ironico che una storia costruita attorno alla perdita dell’identità finisca per essere vittima del proprio schema, definendosi soprattutto attraverso ciò che non è. Non è il body horror radicale che le sue premesse lascerebbero immaginare, non è una tragedia psicologica capace di approfondire la corruzione del protagonista, non è neppure un cinecomic che riesca a trovare nei riferimenti a Gotham e all’universo DC una ragione narrativa sufficientemente forte.
Rimane il mero intrattenimento, sostenuto da un immaginario riconoscibile e da intuizioni che avrebbero potuto svilupparsi in direzioni molto più interessanti. Una star che perde il proprio bel faccino dovrebbe essere il punto di partenza per interrogarsi sul privilegio della bellezza, sulla fragilità del riconoscimento sociale e sulla possibilità che la nostra identità sia stata costruita, almeno in parte, attraverso lo sguardo degli altri. Invece, la perdita dell’avvenenza finisce per diventare un elemento della trasformazione, senza che la sceneggiatura riesca a restituire fino in fondo la corruzione interiore che potrebbe derivarne.
Il logo DC come rassicurazione narrativa
Sulla carta, Clayface mi ha dato ciò che mi aspettavo. Il logo DC lasciava già intuire che il film non si sarebbe spinto troppo oltre i confini del proprio immaginario, e la visione conferma una prevedibilità che riguarda non soltanto gli sviluppi narrativi, ma anche il modo in cui vengono affrontati i temi più promettenti. Il problema non è aver immaginato un horror all’interno di un universo supereroistico, ma aver lasciato che i limiti di quell’universo diventassero anche i limiti dello sguardo.
La cosa più interessante di Clayface avrebbe potuto essere proprio la sua corruttibilità: il modo in cui un uomo, privato del privilegio che il suo volto gli garantiva, avrebbe potuto scoprire la vacuità della propria immagine e trasformare quella perdita in una discesa sempre più profonda. Non soltanto un uomo diventato brutto, ma un uomo costretto a confrontarsi con ciò che rimane quando la bellezza non può più proteggerlo, quando il corpo smette di essere uno strumento di potere e diventa una prigione.
È lì che il film avrebbe potuto trovare la propria essenza, guardando alla mostruosità non come a una condizione da esibire, ma come a una possibilità già presente nell’essere umano. E magari raccontando una Gotham in cui la corruzione non si manifesta soltanto nei vicoli o nelle istituzioni, ma anche nei desideri, nelle relazioni e nel bisogno disperato di continuare a essere guardati.
Il body horror oltre il semplice disgusto
Invece, di questa possibilità rimane soprattutto la superficie. Un film che parla di identità senza riuscire a esplorarla davvero, che mette in scena la trasformazione senza avere il coraggio di attraversarla fino in fondo e che, nel tentativo di ricordarci continuamente a quale universo appartiene, finisce per dimenticare quale storia avrebbe voluto raccontare. Perché un mostro non diventa interessante soltanto quando perde il proprio volto. Diventa interessante quando, insieme a quel volto, perde anche le certezze che lo tenevano in piedi. E quando il cinema ha paura di guardare dentro quella perdita, persino la metamorfosi più spettacolare rischia di lasciare ben poco dietro di sé.

