Film di Chiusura dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Dio ride di Giovanni Veronesi porta sullo schermo una storia ambientata nel cuore del Seicento, quando un uomo decide di parlare di Dio in un modo completamente diverso da quello imposto dalla Chiesa. È frate Leopoldo da Casamacchia, un religioso capace di raccontare il Vangelo con parole semplici, ironia e una gioia contagiosa. Il suo Dio è vicino agli uomini, comprende le loro debolezze e sa persino ridere insieme a loro. Un messaggio che conquista migliaia di persone, fino a svuotare le chiese e attirare l’attenzione delle autorità ecclesiastiche.
La sua voce arriva infatti fino a Roma, dove il Papa affida il caso al cardinale Maculani, il più autorevole inquisitore del suo tempo. Quello che nasce come un processo per fermare una predicazione considerata pericolosa si trasforma progressivamente in un confronto inatteso, capace di mettere in discussione convinzioni apparentemente incrollabili. Perché si può spegnere una voce, ma non ciò che quella voce ha lasciato negli altri.
La comicità come atto di libertà
L’idea più forte di Dio ride è contenuta proprio nel suo protagonista. Leopoldo non è un rivoluzionario nel senso tradizionale del termine. Non combatte il potere con la violenza e non cerca di distruggere la Chiesa. Semplicemente, propone un modo diverso di guardare al sacro. Il suo Dio non è distante, severo o interessato a punire, ma vicino agli uomini e alle loro contraddizioni.
In questo senso, il riso diventa un gesto profondamente politico. Ridere significa sottrarre la paura al controllo di chi la utilizza per governare. Significa rendere umano ciò che è stato trasformato in dogma e restituire alle persone la possibilità di interrogarsi. È un tema che richiama una concezione della fede più accogliente e comunitaria, vicina anche ad alcuni insegnamenti di Papa Francesco.
Il film riesce a comunicare con chiarezza questa idea, soprattutto quando lascia che Leopoldo parli senza trasformare ogni sua parola in una lezione. Il suo modo di raccontare il Vangelo è contagioso perché non nasce dalla superiorità, ma dall’empatia. Tuttavia, proprio quando dovrebbe sviluppare fino in fondo le implicazioni di questo messaggio, la sceneggiatura tende a semplificare il conflitto, contrapponendo troppo nettamente il bene e il male.
Pierfrancesco Favino, il cuore del film
A sostenere l’opera è soprattutto Pierfrancesco Favino, ancora una volta molto convincente. Il suo Leopoldo possiede una vitalità immediata, ma non è soltanto un predicatore carismatico. Favino riesce a suggerire anche la fragilità di un uomo che comprende il potere delle proprie parole e, allo stesso tempo, il rischio che esse comportano.
L’attore evita di trasformare il personaggio in una figura caricaturale o in un santo privo di ombre. La sua interpretazione è fatta di calore, ironia e misura. Anche nei momenti più didascalici, Favino riesce a mantenere una naturalezza che impedisce al film di diventare completamente prevedibile.
Il confronto con il cardinale Maculani, interpretato da un eccellente Silvio Orlando, avrebbe potuto essere il vero centro drammatico del film. È infatti nell’incontro tra questi due uomini, così diversi nel modo di intendere la fede e il potere, che Dio ride trova i suoi momenti più interessanti. Il processo diventa progressivamente un dialogo, quasi uno scontro tra due idee di Chiesa e di umanità. Purtroppo, il personaggio di Maculani non viene sviluppato con la stessa attenzione riservata a Leopoldo. Il cardinale finisce spesso per rappresentare il potere ottuso, il volto più rigido e minaccioso dell’istituzione. Il conflitto avrebbe avuto maggiore forza se il film gli avesse concesso una complessità più autentica, evitando di renderlo semplicemente il cattivo più cattivo della storia.
Una regia più libera, ma non sempre incisiva
Veronesi ha dichiarato di aver voluto affrontare con Dio ride un linguaggio più personale, mettendo al centro la luce, lo sguardo e una macchina da presa intesa quasi come una macchina da scrivere. Rispetto a un cinema più legato ai tempi degli attori e della comicità, emerge effettivamente il desiderio di costruire un racconto attraverso le immagini.
La fotografia di Maurizio Calvesi è uno degli aspetti più curati del film. Le albe, gli esterni e i paesaggi contribuiscono a creare un’atmosfera sospesa, mentre la luce accompagna il passaggio da una dimensione terrena a una più spirituale. In alcuni momenti, il film riesce a trovare una delicatezza visiva che va oltre la semplice ricostruzione storica.
Questa ricerca formale, però, non sempre si traduce in una vera necessità narrativa. Alcune immagini sembrano voler sottolineare in modo troppo evidente ciò che la sceneggiatura sta già spiegando. Il risultato è una regia a tratti elegante, ma anche didascalica, che non riesce sempre a far decollare le proprie intuizioni.
Le sottotrame e il ritmo discontinuo
Il principale limite di Dio ride riguarda la struttura narrativa. Il film possiede un buon soggetto, ma la scrittura procede tra alti e bassi. Il percorso di Leopoldo è ben delineato, mentre diversi personaggi secondari rimangono più superficiali, quasi schiacciati dalla loro funzione all’interno della storia.
A questo si aggiungono alcune sottotrame sentimentali che appaiono eccessivamente romanticizzate. Invece di ampliare il discorso sulla fede, sulla libertà e sul rapporto con il potere, finiscono per rallentare il racconto e spostarne l’attenzione verso dinamiche più convenzionali. Sono momenti che sembrano appartenere a un’altra tipologia di film e che rendono meno fluente il ritmo complessivo.
Il risultato è un’opera che intrattiene senza mai diventare coinvolgente fino in fondo. Dio ride non è un film privo di qualità, ma sembra spesso accontentarsi di accompagnare lo spettatore, senza spingerlo a interrogarsi davvero. La narrazione resta rassicurante anche quando affronta temi che avrebbero richiesto maggiore radicalità.
Un film da prima serata?
Nonostante l’ambientazione storica e l’ambizione del soggetto, Dio ride presenta in diversi momenti una struttura da classico film televisivo di prima serata. Tutto è comprensibile, ordinato e facilmente accessibile. Ogni conflitto viene introdotto e risolto con chiarezza, ma raramente produce una vera tensione.
Questa scelta non è necessariamente un difetto. Un film può essere semplice senza essere semplicistico. Qui, però, la semplicità finisce talvolta per diventare prevedibilità. I personaggi secondari sono poco sfaccettati, i contrasti vengono esasperati e alcune svolte appaiono già scritte in partenza.
Il film sembra così più interessato a trasmettere un messaggio che a mettere realmente in crisi lo spettatore. Eppure il tema avrebbe avuto bisogno di maggiore ambiguità. Il rapporto tra fede e istituzione, tra spiritualità e potere, tra libertà e obbedienza avrebbe potuto generare un conflitto più complesso e meno schematico.
Un’opera riuscita, ma non una chiusura memorabile
Dio ride resta un film dignitoso, sostenuto da un’idea di partenza valida, da una buona attenzione visiva e soprattutto da un Pierfrancesco Favino in grande forma. Il messaggio è condivisibile e il tentativo di raccontare la comicità come forma di resistenza al potere possiede una sua forza.
Tuttavia, la sceneggiatura alterna momenti riusciti ad altri più convenzionali, mentre diversi personaggi rimangono appena abbozzati. Le sottotrame sentimentali, troppo insistite, sottraggono spazio al conflitto principale e contribuiscono a un ritmo non sempre fluido. La regia cerca una libertà espressiva maggiore, ma non sempre riesce a trasformarla in una visione davvero incisiva.
Nel complesso, Dio ride è un’opera di livello, forse degna di essere presentata alla Mostra del Cinema, ma non necessariamente di chiuderla. Come film conclusivo, lascia la sensazione di un’occasione parzialmente mancata: un racconto con un cuore sincero e un messaggio importante, che avrebbe meritato una scrittura più coraggiosa e una forma meno rassicurante.

