Dopo sette anni di pausa, Federico Stragà torna con il nuovo album “È Così”, disponibile in tutti gli store digitali e nei negozi tradizionali. Il disco segue la pubblicazione del singolo omonimo, già in radio e su tutte le piattaforme streaming. Brano accompagnato da un videoclip realizzato da Simone Casadio Pirazzoli presso il Teatro Goldoni di Bagnacavallo. Un elemento dal forte impatto visivo che mostra Stragà immerso nei ricordi della sua vita e del fratello.
Il singolo “È Così” nasce come una dedica al fratello. Un ragazzo speciale ricordato attraverso le frasi che amava ripetere. “È così” è una risposta spontanea e simbolo di accettazione di ciò che non poteva essere spiegato o controllato. Con nove brani in tracklist, l’album racconta storie intime e personali, malinconiche ma anche ironiche, che attraversano ricordi d’infanzia, esperienze adulte e riflessioni sul presente.
In questa intervista, Federico Stragà ci accompagna nel dietro le quinte del disco, svelando il processo creativo, il valore terapeutico della scrittura e la sua evoluzione come autore e interprete nel panorama musicale italiano.
“È così” segna il tuo ritorno discografico: che tipo di urgenza espressiva ti ha spinto a scrivere e pubblicare questo nuovo album?
«A dire la verità, non c’era nessuna urgenza, anche perché sono passati sette anni dal precedente.
Di certo però è un album che mi ha impegnato molto, e mi è piaciuto farlo — sia nella selezione dei brani, sia poi nel lavoro in studio.
Andando avanti ti direi che l’unica vera urgenza nasce dalla consapevolezza che oggi la musica è sempre un po’ più a rischio, che fare un disco non è una cosa scontata né semplice in questo momento storico.
Per questo mi rendo conto dell’importanza di farlo, e ne approfitto volentieri».
C’è un filo conduttore tra i brani del disco? Se sì, quale sensazione o riflessione li tiene insieme?
«Alcuni tuoi colleghi lo hanno definito un album malinconico, nostalgico e ironico.
Effettivamente è un lavoro che guarda molto al passato — sia quello remoto, sia quello più recente — fino ad arrivare al mio presente, alla quotidianità. Parlo sicuramente di me da bambino, ma anche di me adulto, bolognese d’adozione.
Il filo che unisce tutto sono le esperienze e le emozioni che ho vissuto in prima persona, in luoghi e tempi diversi. Il titolo nasce da una frase ricorrente di tuo fratello. Come sei riuscito a trasformare un ricordo personale in una canzone universale, capace di toccare chi ascolta?».
Il video di “È così” è ambientato al Teatro Goldoni di Bagnacavallo, e ti mostra come spettatore dei tuoi stessi ricordi. Come è nata questa scelta visiva così poetica?
«Questa canzone è sicuramente molto intima e personale, perché parla di mio fratello e della vita che abbiamo condiviso fino a un certo punto. La sua presenza ha segnato profondamente la mia esistenza e quella della mia famiglia, influenzandoci in tanti modi.
Per quanto riguarda il videoclip, in realtà è nata come un’idea del regista. Non c’era l’intenzione di realizzare un vero e proprio videoclip, ma piuttosto un lyric video. Poi, all’ultimo momento, ha pensato che sarebbe stato bello inserire delle immagini con dei bambini — che non siamo io e mio fratello —, ma che rappresentano bene il senso e l’emozione alla base della canzone».
Cosa speri che resti nel cuore di chi ascolterà questo disco?
«Devo dire che mi stupisce ogni volta ricevere messaggi da persone che non conosco e che hanno ascoltato la canzone. Quando l’ho scritta, pensavo che potesse toccare soprattutto chi mi conosce davvero, chi conosceva la mia realtà familiare e mio fratello.
In realtà, mi sono accorto che arriva a tante persone diverse: alcuni mi hanno scritto per ringraziarmi, perché la canzone ha fatto riaffiorare il ricordo di qualcuno che non c’è più, o semplicemente li ha emozionati. Mi ha colpito molto rendermi conto che, raccontando la mia storia, in qualche modo sono riuscito a stimolare anche il ricordo delle loro.
È una cosa che non mi era mai successa prima e che mi ha fatto davvero piacere, perché questa è una canzone molto toccante anche per me, quindi capisco bene le emozioni che suscita».
Quanto è stato terapeutico o catartico per te scrivere e interpretare un brano così personale?
«Mi piace pensare che scrivere una canzone possa essere anche una forma di auto-terapia, anche se non so se sia davvero così. Nel caso di questo brano, per me rappresenta sicuramente una grande soddisfazione: averlo scritto, raccontare questa storia e ricordare mio fratello ha un valore molto profondo.
Per quanto riguarda invece il disco nel suo insieme, non saprei dire se la malinconia o la nostalgia che traspare siano davvero reali o abbiano una funzione terapeutica. Di certo, però, mi rendo conto che con le canzoni spesso si finisce per parlare — anche involontariamente — di cose di cui normalmente non si parla.
Attraverso la scrittura si esplorano cassetti interiori che, nella vita di tutti i giorni, resterebbero chiusi».
Hai diverse collaborazioni alle spalle, come riesci a trovare la sinergia giusta per poter mettere testa e cuore nella scrittura di un pezzo?
«Diciamo che, nel mio caso, le collaborazioni nascono sempre dopo la scrittura del brano. Per esempio, il caso più evidente in questo album è la presenza di Fabio Concato nel primo singolo che ha anticipato l’uscita del disco: è stata una scelta arrivata in un secondo momento.
Riascoltando il provino, ho riflettuto sull’idea di coinvolgerlo, ma inizialmente non era prevista. Le mie canzoni, infatti, nascono sempre come qualcosa di estremamente personale, senza calcolare a priori la possibilità di aprirle ad altre voci o collaborazioni».
Dalla partecipazione a Sanremo Giovani negli anni ’90 fino a oggi: come senti di essere cambiato come autore e interprete?
«Sicuramente c’è stata un’evoluzione. Ho iniziato a scrivere abbastanza tardi, perché nei miei primi dischi ero principalmente interprete. Se guardo a quello che ho scritto negli ultimi quindici anni, direi che, rispetto al primo album, in questo c’è forse una maggiore coerenza stilistica.
Non parlerei di un vero e proprio filo conduttore, ma sento che l’insieme è più compatto, meno dispersivo rispetto al passato, dove i brani erano forse più distanti tra loro. In questo disco, invece, credo di aver messo un po’ più a fuoco la mia identità come autore».
Ti sei spesso mosso tra pop, swing e canzone d’autore: oggi dove si colloca Federico nel panorama musicale italiano?
«Oggi mi sento esattamente quello che sono in questo disco e anche in quello precedente.
Lo swing, a cui accennavi, è una passione esplosa nei primi anni Duemila: è qualcosa in cui mi sono immerso completamente negli anni successivi, arrivando persino a mettere da parte la scrittura e il cantare in italiano. Prima, infatti, ero interprete dei brani che cantavo.
Adesso, invece, mi sento più a mio agio — anche nelle interviste — nel parlare di cose che conosco davvero: delle canzoni che ho scritto, che ho vissuto, su cui ho riflettuto, ragionato, lavorato. In questo senso mi sento molto più partecipe di quello che faccio. Oggi, almeno dal punto di vista musicale, mi sento davvero immerso nel presente».
C’è un film o una serie tv alla quale assoceresti la tua musica?
«Beh, dovrei pensarci un po’, perché mi piacerebbe darti una risposta davvero sincera, visto che amo il cinema sopra ogni cosa… anche più della musica.
Mi viene in mente, visto che stiamo parlando di malinconia e di solitudine — che non intendo necessariamente come tristezza, ma come momento di scrittura, riflessione, introspezione — un film che amo tantissimo: Cast Away, con Tom Hanks.
È un film che mi ha sempre colpito molto, al punto che ho chiamato il mio cane Wilson, proprio come il celebre “compagno” del protagonista. Se non l’hai mai visto, te lo consiglio davvero».
Con questo album, Federico dimostra ancora una volta la capacità di trasformare esperienze intime e ricordi personali in canzoni universali, capaci di emozionare e risuonare nel cuore di chi ascolta.
Tra riflessione, introspezione e passione per la musica e il cinema, l’artista conferma la propria identità e il legame profondo con le storie che racconta, offrendo un ritratto autentico di sé e della sua musica, oggi più che mai vicina al presente e a chi l’ascolta.

