Frankenstein

Con Frankenstein, Guillermo del Toro porta sullo schermo una nuova versione del capolavoro di Mary Shelley. La pellicola è stata presentata in concorso a Venezia 82 e sarà disponibile in cinema selezionati dal 22 ottobre, per poi trovarsi su Netflix dal 7 novembre. 

La vicenda si apre nel 1857, tra i ghiacci del nord, dove un equipaggio danese incontra Victor Frankenstein (Oscar Isaac), scienziato in fuga da una creatura (Jacob Elordi) che lo bracca senza tregua. Da lì si dipana un racconto in due parti: prima la giovinezza di Victor, il suo legame spezzato con la madre e l’ambizione che lo spinge a sfidare la morte; poi lo sguardo della creatura, essere fragile e disarmato, che impara a conoscere il mondo solo attraverso il rifiuto e la violenza. Nel mezzo, la figura di Elizabeth (Mia Goth), promessa sposa del fratello di Victor e oggetto del desiderio contorto dello scienziato, e quella del misterioso Harlander (Christoph Waltz), mercante d’armi che finanzia i suoi esperimenti.

Frankenstein e la sua creatura, due anime in conflitto

Oscar Isaac regala un Victor Frankenstein istrionico e arrogante, un uomo che dietro il lutto infantile cela soprattutto egocentrismo e sete di dominio. È uno scienziato che non crea per amore della conoscenza, ma per la smania di piegare la natura al proprio volere, e Isaac gioca con toni teatrali e volutamente eccessivi.

Jacob Elordi, al contrario, interpreta una creatura vulnerabile e malinconica, dolente nei silenzi e improvvisamente furiosa quando minacciata. Se Victor incarna la superbia cieca, la“creatura” è invece il volto dell’innocenza tradita, un’anima sensibile intrappolata in un corpo temuto da tutti. Il loro rapporto di dipendenza e odio reciproco diventa il cuore emotivo del film, più potente di qualsiasi sottotrama romantica o familiare.

Tra gotico e melodramma

Del Toro non rinuncia al suo marchio di fabbrica: Frankenstein è un’opera di grande barocchismo visivo, costruita con la consueta attenzione maniacale a costumi, scenografie e creature. Le sale vittoriane, i castelli in rovina e il laboratorio abbandonato sono cornici di un melodramma gotico che richiama tanto Crimson Peak quanto il romanticismo decadente di Shelley. La creatura di Elordi, trasformata grazie alle prostetiche di Mike Hill, porta negli occhi un’umanità vibrante, mentre i costumi firmati Kate Hawley conferiscono ai personaggi un’aura sospesa tra realtà storica e visione onirica.

Le ombre della sceneggiatura

Non tutto, però, funziona con la stessa efficacia. Il lungo preambolo sull’infanzia di Victor rallenta la narrazione, dilatando l’attesa dell’incontro con la creatura. Alcuni sviluppi, come il triangolo con Elizabeth o l’ambiguità dei suoi sentimenti per il “mostro”, restano forzati e poco convincenti. Del Toro, che firma anche la sceneggiatura, indulge spesso in dialoghi troppo espliciti e simbolismi ribaditi, sacrificando la sottigliezza a favore dell’enfasi. Ne risulta un’opera a tratti sbilanciata, dove il meraviglioso spettacolo visivo sovrasta la precisione drammatica.

Musica, corpo e anima

La colonna sonora di Alexandre Desplat accompagna il film con un’orchestrazione opulenta, tra archi possenti e momenti lirici che sottolineano la tragedia dei protagonisti. Talvolta sfiora l’eccesso, ma nei passaggi finali raggiunge una tensione struggente, quasi da requiem. È lì che il film trova la sua verità: nello sguardo disperato del mostro, nella consapevolezza di Victor di aver creato non vita, ma dolore, e nella constatazione che il vero orrore non è il corpo deforme, bensì l’anima corrotta dall’egoismo.

Il cuore del mostro 

Con Frankenstein, Guillermo del Toro realizza un adattamento sontuoso e cupo, più vicino all’opera lirica che al puro horror gotico. Non privo di difetti – la durata, alcune forzature narrative, l’insistenza melodrammatica – ma indiscutibilmente vitale, immerso in un universo visivo che solo il regista messicano sa orchestrare. Nel suo sguardo, la creatura di Mary Shelley torna a essere specchio dell’uomo stesso: fragile, desideroso d’amore, eppure condannato a distruggere ciò che più brama. Un’opera imperfetta, ma ricca di passione e di carne, che ribadisce ancora una volta come Del Toro sappia rendere i mostri più umani degli uomini.

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