Con “Hamnet – Nel nome del figlio“, Chloé Zhao torna al cinema intimista dopo le derive americane di Nomadland e The Rider, firmando un’opera di struggente bellezza che intreccia le leggende sulla vita privata di William Shakespeare con la nascita del suo capolavoro più celebre.
Tratto dal romanzo di Maggie O’Farrell, il film trasforma una vicenda domestica in una riflessione universale sulla perdita, la memoria e la forza creativa che nasce dal dolore. Ambientato nell’Inghilterra del XVI secolo, Hamnet segue Agnes (Jessie Buckley), guaritrice e madre di tre figli, e suo marito William (Paul Mescal), giovane precettore in cerca di libertà artistica. Quando la morte del piccolo Hamnet travolge la famiglia, il lutto diventa una ferita condivisa ma vissuta in silenzio, finché l’arte non offre un fragile atto di riconciliazione.
Gli interpreti: la grazia di Buckley, la misura di Mescal
Jessie Buckley è il cuore pulsante del film: Agnes vive in ogni suo sguardo, in ogni esitazione, in ogni gesto trattenuto. L’attrice trasforma la sofferenza in presenza fisica, donando al personaggio una complessità che la sceneggiatura non sempre le concede. Paul Mescal, nel ruolo di Shakespeare, trova finalmente un ruolo drammatico all’altezza del suo talento: la sua interpretazione è controllata, intensa, capace di far percepire il tormento dietro la compostezza. Joe Alwyn, purtroppo, è sprecato in un ruolo marginale, e Noah Jupe, qui in un cameo nei panni di un giovane attore, rompe la magia con un’interpretazione stonata e fuori tono. Tra i più convincenti, invece, il giovane Jacobi Jupe nel ruolo di Hamnet: tenero ma mai lezioso, capace di dare corpo alla tragedia senza ricatto emotivo.
Il vuoto, la maternità e la fragilità dell’amore
Zhao costruisce Hamnet come un film sul vuoto: quello lasciato da un figlio, ma anche quello che separa due amanti incapaci di restare nella stessa vita. Mescal e Buckley interpretano con grande sensibilità la frattura tra l’artista in cerca di libertà e la donna radicata nella terra, nella cura, nella perdita. Come in Nomadland, la regista è attratta da figure femminili resilienti, costrette a trasformare il dolore in sopravvivenza, ma qui la sua visione appare più fragile: le sequenze legate alla maternità e alla nascita dei gemelli, pur dense di significato, risultano spesso costruite e artificiali, in contraddizione con il realismo poetico che il film vorrebbe abbracciare. Così, la forza emotiva di Agnes si confonde in una narrazione discontinua, dove la natura resta splendida ma distante, e l’autenticità cercata con tanta dedizione si incrina dietro un’eleganza fin troppo controllata.
La bellezza senza emozione
Tecnicamente, Hamnet è un film sontuoso. La fotografia di Łukasz Żal avvolge i personaggi in una luce dorata e malinconica, e la colonna sonora di Max Richter amplifica ogni respiro emotivo con una grazia quasi sacrale. Zhao mostra una padronanza assoluta del linguaggio visivo: ogni inquadratura sembra un dipinto, ogni campo lungo un frammento di poesia. Eppure, dietro tanta bellezza, l’emozione fatica a emergere. Il film commuove solo nel finale, quando Agnes assiste alla prima di Amleto e riconosce nel dolore dell’opera il proprio. È una scena straordinaria – tesa, struggente, amplificata da musica e regia – ma arriva come un lampo isolato, più ammirato che sentito.
Un’opera impeccabile ma distante
Hamnet è un film magnificamente costruito, realizzato da Chloé Zhao con un’eleganza formale quasi ipnotica, ma che sembra troppo attento a controllare il sentimento anziché lasciarlo esplodere. La sequenza finale al Globe Theatre, in cui Agnes e il pubblico assistono alla prima di Amleto mentre il dolore privato si trasforma in catarsi collettiva, è puro cinema: potente, emozionante, indimenticabile. Peccato che tutto ciò che la precede appaia come un lungo preludio, più affascinato dalla perfezione che dal trasporto.
È un film che si ammira più di quanto si ami: splendido, curato, recitato con grazia, ma emotivamente trattenuto. Tuttavia, chi predilige un cinema rarefatto, contemplativo e sensibile alla bellezza delle immagini e dei silenzi, troverà in Hamnet un’esperienza profonda e toccante, capace di parlare sottovoce ma con intensità.
“Hamnet – Nel nome del figlio“ arriverà nelle sale italiane dal 5 febbraio 2026, distribuito da Universal Pictures Italia.

