Il rumore delle cose nuove di Paolo Genovese apre la ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Presentato nella sezione Grand Public durante la cerimonia inaugurale, il film porta sul grande schermo sei personaggi alle prese con segreti, desideri nascosti e fragilità che rischiano di cambiare il corso delle loro vite. Al centro della conferenza stampa, il regista e il cast hanno raccontato la genesi di una storia che indaga le crepe delle relazioni umane, il peso dei non detti e la difficoltà di riconoscere, anche a se stessi, ciò che non funziona.
Intervista al cast sul red carpet
Dopo Perfetti sconosciuti e Follemente, Genovese torna a esplorare ciò che si nasconde dietro le apparenze, spostando lo sguardo dai segreti custoditi nei cellulari e dai pensieri inespressi a qualcosa di più intimo: i segreti dell’anima. «Mi interessa molto tutto ciò che non si vede immediatamente delle persone», ha spiegato il regista durante l’incontro con la stampa. Un filo rosso che attraversa la sua filmografia e che, in questo nuovo lavoro, si traduce in una riflessione sulle verità che scegliamo di tacere per non compromettere gli equilibri della nostra esistenza.
I segreti e le bugie: il filo rosso del cinema di Paolo Genovese
Il confronto con Perfetti sconosciuti e Follemente è emerso naturalmente durante la conferenza stampa. Se nel primo film i segreti prendevano forma attraverso gli smartphone e nel secondo lo spettatore entrava direttamente nella mente dei personaggi, Il rumore delle cose nuove guarda a ciò che rimane nascosto nei rapporti familiari e sentimentali, alle parole che non pronunciamo e ai desideri che preferiamo lasciare dormienti.
«Sono segreti dell’anima, sono quelle cose che decidiamo per mille motivi di lasciare dormienti per non alterare magari una situazione», ha raccontato Genovese, sottolineando come il non detto possa diventare una presenza ingombrante anche quando sembra proteggere una relazione.
Il film non si limita però a interrogarsi sulla verità e sulla menzogna, ma soprattutto sulle conseguenze che entrambe producono nella vita delle persone. «Mi interessano le conseguenze della verità e della bugia», ha spiegato il regista, ricordando una riflessione nata durante il lavoro con lo sceneggiatore Igor Tartibani: i segreti e le bugie possono costringerci ad assumere comportamenti che non vorremmo avere, condizionando le nostre scelte anche senza che ce ne rendiamo conto.
È in questa zona ambigua che si muovono i protagonisti, persone che cercano di mantenere in equilibrio le proprie esistenze nascondendo parti di sé, fino a quando qualcosa non interviene a rompere quell’apparente stabilità.
Tre coppie, sei personaggi
Il film intreccia le storie di tre coppie diverse, unite dalla tendenza a costruirsi una sorta di gabbia rassicurante, nella speranza di evitare ciò che potrebbe mettere in discussione le loro certezze. Un evento inatteso finirà per coinvolgerle tutte, costringendole a confrontarsi con ciò che hanno nascosto e con le conseguenze delle proprie scelte.
A interpretare i protagonisti sono Emanuela Fanelli, Claudia Pandolfi, Vittoria Puccini, Stefano Accorsi, Lino Musella ed Edoardo Pesce, con la partecipazione di Claudio Santamaria.
Nel raccontare il proprio lavoro sui personaggi, Stefano Accorsi ha evidenziato uno degli aspetti che più lo hanno colpito della sceneggiatura: la capacità di mostrare come le azioni umane non siano sempre riconducibili a un rapporto di causa ed effetto immediato. Ci sono mancanze, esperienze e decisioni che sedimentano nel tempo, fino a riemergere in forme impreviste. «C’è qualcosa che è stato seminato nel tempo», ha osservato l’attore, sottolineando come il film privilegi la comprensione empatica rispetto alla spiegazione razionale dei comportamenti.
È proprio questo sguardo a caratterizzare il racconto di Genovese: i personaggi non vengono giudicati per le loro imperfezioni, ma accompagnati nelle loro contraddizioni. Una posizione che Accorsi ha riconosciuto come uno degli elementi più interessanti del film, capace di restituire l’umanità dei protagonisti senza assolverli né condannarli.
Il peso delle fragilità

Anche Vittoria Puccini ha raccontato la complessità del proprio personaggio, Andreina, una donna convinta che non tutto debba essere condiviso all’interno di una coppia. Per lei, tacere alcune verità significa proteggere se stessa e la persona amata, evitando fratture che potrebbero diventare insanabili. Ma proprio quei silenzi finiranno per presentare il conto.
Claudia Pandolfi, parlando di Viola, ha invece descritto una donna che, a partire dalla propria frustrazione professionale, costruisce un mondo di menzogne e lo riversa sulla persona che le vuole bene. Una scelta che la porta progressivamente ad allontanarsi dalla propria autenticità, fino a vivere una sorta di non-vita.
La violenza domestica: «La delicatezza non è fragilità»
Tra i temi più delicati affrontati durante la conferenza stampa c’è la violenza domestica, raccontata attraverso Alba, il personaggio interpretato da Emanuela Fanelli, e il suo rapporto con Umberto, a cui dà volto Edoardo Pesce.
Genovese ha spiegato di essersi confrontato con professionisti, tra cui uno psicoterapeuta e uno psicologo di un centro antiviolenza, per approfondire le dinamiche che possono rendere difficile per una vittima allontanarsi da una relazione violenta. Il regista ha voluto soffermarsi soprattutto sulla distanza tra lo sguardo esterno, spesso portato a chiedere perché una donna non lasci il proprio compagno, e la realtà di chi vive quella situazione dall’interno.
«Quando sei dentro è difficile per mille motivi, per mille sudditanze psicologiche, anche per motivi pratici», ha spiegato. In queste condizioni, anche un gesto minimo di gentilezza può alimentare la speranza che le cose cambino, innescando un meccanismo che porta a credere ogni giorno nella possibilità di un nuovo inizio.

Alba e Umberto
Il personaggio di Umberto, interpretato da Pesce, rappresenta un’altra faccia di questa dinamica. L’uomo lavora con i bambini in un reparto di oncologia pediatrica e gode di una reputazione socialmente positiva, in apparente contrasto con la violenza che esercita nella sfera privata. Una doppia immagine che, come ha osservato Genovese, gli permette di costruirsi un alibi e di convincersi di essere comunque una brava persona.
Emanuela Fanelli ha raccontato di aver voluto evitare di interpretare Alba come una donna semplicemente fragile. «Chi si fida tanto degli altri e della vita e del mondo sia fortissimo», ha spiegato, individuando proprio nella fiducia della protagonista una forma di forza. La sua delicatezza non coincide con la debolezza: è la capacità di continuare a credere nelle persone e nel futuro, anche quando la realtà sembra smentire ogni aspettativa.
Un approccio che restituisce complessità a una vicenda spesso raccontata attraverso semplificazioni, ricordando come la violenza non riguardi soltanto chi viene percepito come vulnerabile e come uscire da una situazione simile non sia una scelta semplice e immediata.
Il finale diverso dal romanzo e i personaggi che cambiano nel tempo
Durante l’incontro con la stampa si è parlato anche delle differenze tra il romanzo e il film, in particolare per quanto riguarda il finale. Genovese ha spiegato che la sceneggiatura è stata ripensata insieme a Igor Tartibani a distanza di circa quattro anni, un periodo nel quale possono cambiare le sensibilità e il modo di guardare alle stesse storie.
«È semplicemente che hanno preso una strada diversa», ha chiarito il regista, spiegando che il finale è il risultato di piccoli cambiamenti nel percorso dei sei personaggi. Non una scelta dettata dalle esigenze del pubblico, dunque, ma un’evoluzione naturale della storia e del modo in cui i suoi protagonisti sono stati osservati e raccontati.
Anche il rapporto di coppia, presenza ricorrente nel cinema di Genovese, torna al centro del film proprio perché rappresenta uno spazio inesauribile di contraddizioni e possibilità narrative. «La coppia è ciò che ci contiene a tutti», ha affermato il regista, sottolineando come ogni relazione offra dinamiche differenti da esplorare.
Il fuori fuoco come scelta narrativa: raccontare la solitudine
La conferenza si è conclusa con una riflessione sul linguaggio visivo del film. Genovese ha spiegato che le immagini sfocate presenti nei flashback sono state realizzate utilizzando lenti speciali, le cosiddette swing and tilt, per creare una sensazione di straniamento legata al passato dei protagonisti.
Non si tratta soltanto di una scelta estetica: il fuori fuoco diventa un modo per raccontare ciò che i personaggi custodiscono dentro di sé e che non riescono a portare alla luce. Il passato, in questa prospettiva, è un luogo emotivamente distante, attraversato da segreti che continuano a condizionare il presente.
Il regista ha inoltre raccontato di aver scelto spesso inquadrature molto strette sui volti degli attori, lasciando fuori il resto del mondo. Una soluzione che rispecchia la solitudine dei protagonisti e il loro tentativo di isolarsi da ciò che li circonda.
In Il rumore delle cose nuove, infatti, il cambiamento non nasce necessariamente da una scelta consapevole. A volte è un evento inatteso a interrompere il silenzio, a mettere in crisi le abitudini e a costringerci a guardare ciò che abbiamo cercato di non vedere. Il rumore del titolo è quello di una novità che irrompe in esistenze apparentemente immobili, ma anche quello delle verità che, prima o poi, trovano il modo di emergere.
Apertura della Festa del cinema di Roma
Il rumore delle cose nuove è una produzione Lotus Production, società Leone Film Group, con Rai Cinema, in collaborazione con Disney+ e in associazione con Vice Pictures. Prodotto da Raffaella Leone e Andrea Leone, con Leonardo Maria Del Vecchio come produttore associato per Vice Pictures, il film sarà distribuito nelle sale italiane da 01 Distribution a partire da giovedì 12 novembre 2026.
Il film d’apertura della ventunesima Festa del Cinema di Roma, in programma dal 13 al 25 ottobre 2026, conferma così l’interesse di Paolo Genovese per le relazioni umane e per tutto ciò che si nasconde dietro le apparenze: quel territorio fragile in cui le bugie possono diventare abitudini, il silenzio una forma di protezione e la possibilità di cambiare l’unico modo per tornare a respirare.

