Kadaver

Oggi parliamo di Kadaver, film recentemente arrivato sulla piattaforma Netflix, primo titolo proveniente dalla filiera norvegese. In un mondo post-apocalittico, di cui non si conoscono cause, tempi o responsabilità, la popolazione è ridotta alla fame e allo stremo.

Jacob, Leonora e la loro bambina Alice sono costretti a cercare riparo e cibo per sopravvivere alla miseria che si diffonde per le strade di un paese indefinito. L’incipit, però, è fine a se stesso: ciò che conta davvero non è come si sia arrivati alla fine del mondo, ma il bisogno primario che muove ogni personaggio, quello di nutrirsi.

Lo spettacolo come promessa di salvezza

La storia prende forma quando la famiglia viene attirata da un’offerta impossibile da rifiutare. Un vecchio vende loro dei biglietti per uno spettacolo teatrale e, in cambio della partecipazione, promette anche un pasto caldo.

È così che i protagonisti arrivano in un lussuoso hotel. Dopo aver mangiato, lo spettacolo ha inizio.

Ed è qui che emergono subito i limiti principali del film. Il grande problema di Kadaver è l’evidenza dei fatti: tutto è fin troppo manifesto. Per questo motivo è consigliabile evitare trailer e locandina promozionale, perché rendono fin da subito intuibile ciò che verrà messo in scena. Da questo momento in poi, l’analisi entra più nel dettaglio: allerta spoiler.

Umanità, coinvolgimento e sospensione dell’incredulità

L’imbonitore della serata accoglie il pubblico con due domande: che cosa ci rende umani? e che cosa ci distingue dagli animali?

La risposta sembra risiedere nel bisogno di sentire, di essere coinvolti. È questo coinvolgimento che spinge gli spettatori a seguire gli attori mentre la recita prende vita nei vari ambienti dell’hotel. Gli spettatori interni al film, dopo la cena, vengono infatti indottrinati attraverso un elemento che allo spettatore reale manca: la sospensione dell’incredulità.

Ed è proprio qui che il film mostra la sua fragilità. Nonostante la messa in scena sia costruita come un grande spettacolo teatrale, per chi guarda è evidente fin dall’inizio che si tratti di una trappola. L’hotel non è altro che un’enorme macelleria, in cui la pietanza è una sola, ed è chiara nel momento stesso in cui si preme play.

Personaggi e prevedibilità

La caratterizzazione dei personaggi non aiuta a mascherare l’inganno. Leonora, ad esempio, viene più volte definita come ex attrice prima dell’apocalisse, un dettaglio ribadito così spesso da rendere evidente sia la sua caduta nella trappola sia il ruolo che avrà nella risoluzione finale.

Se gli spettatori all’interno del film vengono invitati a dimenticare il mondo esterno, lo spettatore reale non riesce mai davvero a farlo. Il distacco emotivo resta costante, rendendo difficile entrare in empatia con i personaggi.

Un’idea interessante che non sorprende fino in fondo

Kadaver aveva inizialmente attirato la mia attenzione. Dal trailer, però, era già chiaro che il tema centrale fosse il cannibalismo, e la curiosità riguardava più il come che il cosa. Il risultato non è del tutto deludente, ma resta uno di quei film del catalogo Netflix che, una volta visto, difficilmente si sente il bisogno di rivedere.

Estetica nordica e simbolismo dei colori

Essendo un film norvegese, Kadaver mostra fin da subito alcune caratteristiche tipiche del cinema nord-europeo. La fotografia privilegia toni freddi, con una predominanza del blu, che diventa simbolo di tristezza, povertà e miseria nel mondo post-apocalittico.

Al contrario, l’oro e il giallo dominano gli spazi dell’hotel, evocando un’illusione di ricchezza e salvezza. Uno specchietto per le allodole, come si comprenderà presto. Il piatto caldo non è altro che un’esca per cacciare esseri umani come bestiame.

Teatro, manipolazione e cultura di massa

In Kadaver tutto è spettacolo. L’intero hotel diventa palcoscenico, un luogo in cui dimenticare il mondo esterno e inseguire ciò che stimola la curiosità dello spettatore.

La scelta narrativa, per quanto estrema, trova una possibile spiegazione nel discorso pronunciato da Mathias Vinterberg, anfitrione della cena e ideatore del piano. Se nutrirsi è il bisogno primario, ciò che rende davvero umani è il desiderio di sentire: provare emozioni, appassionarsi a storie, assistere a uno spettacolo. Il teatro smette così di essere un semplice svago e diventa una necessità.

Il film suggerisce anche un parallelismo con la cultura di massa. Gli spettatori interni riflettono una massa cieca, sedotta dalla rappresentazione, che smette di cercare la verità e si lascia guidare dall’emozione. Non diversamente da quanto accade oggi con la diffusione delle fake news.

Leonora diventa allora la chiave del disvelamento: usa la recitazione per smascherare la finzione, piegando lo spettacolo alla verità nel tentativo di riavere sua figlia.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

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